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FINISTERRE, di Orazio Caruso (un estratto)

marzo 17, 2015

https://i2.wp.com/www.lestroverso.it/wp-content/uploads/2015/01/cop-libro-orazio-caruso-su-lestroverso.jpgPubblichiamo un estratto del romanzo FINISTERRE, di Orazio Caruso (Sampognaro e Pupi)

Camminavamo in fila indiana percorrendo il sentiero prin-cipale della riserva naturale. Nino guidava il terzetto mostrando di conoscere la zona come le sue tasche.
“Ci vengo spesso” disse, infrangendo il lungo silenzio che ci aveva accompagnato durante la marcia “soprattutto in dicembre quando non c’è quasi nessuno ed è il periodo migliore per osservare gli uccelli migratori. Se il cielo è terso, magari dopo un violento acquazzone, è possibile immaginare i contorni ambrati dell’Africa. È bello, sapete, sedersi sulla sommità di una di queste piccole dune che vedete e pensare di essere su uno dei bordi di una civiltà che sta finendo”.
Martina quasi pizzicava il terreno con il suo passo leggero, andante con brio. Andava pedinando mio fratello, indossando un vestitino ampio all’inglese, un cappellino di paglia in cerca di vento per volar via e un vecchio modello di scarpe da tennis Superga, che fa sempre chic.
Io mi tenevo a circa dieci metri di distanza dai due, stretta nei miei Levis un po’ logori e appesantita da uno zainetto di cuoio che custodiva tutta la nostra colazione.
Nella quiete un po’ disadorna del mare d’inverno ogni tanto si udivano le ampie risate di mio fratello, ereditate in pieno da nostro padre. In passato avevo potuto verificare di persona come le donne ne rimanessero soggiogate e disarmate.
Ricordo, ad esempio, che negli anni di studio, venivano spesso degli amici a casa nostra. Il più delle volte ci impegnavamo in discussioni interessanti, dalle quali scaturivano indicazioni per nuove letture e nuovi approfondimenti. Certi pomeriggi, tuttavia, detenevano la parola dei giovani intellettuali fatui e particolarmente esibizionisti, in questi casi Nino, proprio quando l’ideologo di turno era nel pieno di una citazione brillante e alla moda, se ne usciva con una risata sonora e rimbombante, poi afferrava un lembo della sciarpa di lana rossa rimandandola indietro sulla spalla e alla fine se ne andava via, lasciando a bocca aperta, soprattutto le mie amiche, tutte intente ad ascoltare e a prendersi sul serio.
Quel sorriso, però, nascondeva sempre una smorfia di malinconia; a me sembrava, ed era così anche per mio padre, una scorciatoia inventata dal disilluso per pescare uno scarto di gioia nell’abisso della tristezza.

https://i2.wp.com/www.lestroverso.it/wp-content/uploads/2015/01/cop-libro-orazio-caruso-su-lestroverso.jpgMartina chiedeva continue informazioni sui luoghi che at-traversavamo, sulle piante selvatiche che vedevamo e sulla fauna di cielo, terra e mare che a tratti si spostava nelle vici-nanze, procurando in noi qualche brivido. La nostra guida la accontentava con minute spiegazioni a bassa voce e con ampi gesti, insegnandole come distinguere una specie dall’altra, indicando fenicotteri, cicogne o germani reali.
Si muovevano insieme come in una danza, nella quale però, pur essendoci intesa, i passi non erano regolari e prestabiliti. Sembrava più un’improvvisazione tra due virtuosi che non hanno bisogno di provare per ballare insieme.
Li osservavo a distanza e in loro notavo con sorpresa una certa familiarità dei corpi, quel tendere un braccio e incontrare una spalla, quella mano che scivola lungo i fianchi …
In quel momento mi sarebbe piaciuto avere con me un complice pianoforte per aggiungere una consonanza sonora a quella affinità di movenze.

Il sentiero sopraelevato di legno passava sopra i grandi pantani trapunti di oleastri, cannucce di palude, ginepri e tamerici. A tratti sfociava in lunghe strisce di mare cristallino incorniciato da banchi di posidonie o si apriva in chiuse calette di sabbia fina e bianchissima.
Camminavamo da qualche ora ed il sole siciliano di Dicembre era già alto sulle nostre teste. Nino, tuttavia, non si decideva ad ordinare una sosta. Io ero stata da bambina in quei luoghi con mio padre, quando ancora vi si poteva pescare, ma non ricordavo di essermi spinta così lontano.
“Ancora qualche passo e poi ci potremo fermare” disse, accorgendosi della nostra stanchezza di musiciste di città. “Ancora qualche passo, ragazze, e potremo consumare il lauto pasto che ci siamo guadagnati con questa lunga marcia. Ancora qualche passo, Francesca, e potrai rivolgermi tutte quelle domande sul futuro che vai collezionando insieme alla mamma da qualche anno. Anche se non è detto che avrai risposta”.
Nino rideva, al solito rideva, beffardo e malinconico e a me ed a Martina non rimaneva altro da fare che misurare quant’era lungo quel “qualche passo”, calcolato da uno che da ragazzino amava stambeccare per i passi delle Dolomiti.
Solo quando raggiungemmo la tonnara di Vendicari Nino fece segno che ci potevamo fermare. Dell’antico edificio erano ancora in piedi alcuni pilastri e la solitaria ciminiera, che sovrastava la massiccia Torre Sveva e le screpolate case dei pescatori.
“Nino lo sai che non sei cambiato” mi lasciai scappare involontariamente.
“Neanche tu.” disse lui “Scommetto che ti stai rammari-cando di non avere il tuo pianoforte!”
“È vero.” risposi “Il pianoforte è per me come la coperta per il vecchio Linus. E’ uno strumento dietro il quale ci si può nascondere”.
“Suonare evita a volte di dover parlare.” Ci interruppe Martina “E poi riempie gli spazi vuoti, gli imbarazzanti silenzi …”

Della vecchia tonnara era rimasta una piattaforma abba-gliante disseminata di pilastri crudi che sostenevano le ignote aspettative del possibile. Dintorno la netta densità del silenzio tuffata nella tinta azzurrina dell’astrazione.

(Riproduzione riservata)

© Sampognaro e Pupi

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Orazio Caruso è nato a Viagrande (vicino Catania) nel 1960. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Catania. Sposato, insegna Lettere al Liceo Linguistico e delle Scienze Umane “Regina Elena” di Acireale. A diciotto anni ha scritto e messo in scena Spartacus, una tragedia rivoluzionaria in versi liberi. Si occupa di critica letteraria e cura la regia di spettacoli teatrali organizzati per e con gli studenti. Nel 2010, il suo allestimento scenico del Don Giovanni o Il dissoluto assolto di Josè Saramago è stato premiato come migliore spettacolo nell’ambito della rassegna nazionale di teatro scolastico Tindari Teatro Giovani. Ha pubblicato i romanzi “Sezione Aurea” (Manni) e “Comici Randagi” (Sampognaro & Pupi).

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