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LA FEROCIA, di Nicola Lagioia (recensione)

marzo 19, 2015

Pubblichiamo una recensione del romanzo LA FEROCIA, di Nicola Lagioia (Einaudi)

Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi, Torino 2014, pp. 411, 19,50 euro

di Marco Ostoni

Feroce. Come il titolo che porta. E come feroce può essere la vita per i giovani rampolli di una famiglia bene della Puglia di oggi. Ma, più in generale, della borghesia arricchita e con pochi scrupoli dell’Italia attuale, pronta a tutto pur di emergere e mantenersi a galla: dal solito malvezzo della corruzione, che olia appalti e annacqua controlli, fino a scendere a patti con le mafie locali e a lasciar divorare i propri figli, nella totale indifferenza, da un mondo depravato e brutale, in cui droga, sesso e possesso la fanno da padrone.
L’ultimo romanzo del 43enne scrittore barese Nicola Lagioia, La ferocia (mai titolo poteva essere più centrato) è una sintesi perfetta e terribile della lenta e progressiva discesa agli inferi imboccata, con diversi gradi di consapevolezza, dai figli dell’ultrasessantenne Vittorio Salvemini, immobiliarista spregiudicato ma legatissimo – a modo suo – alla famiglia. In forme e livelli differenti, Ruggero, Chiara, Michele e Giulia sono le vittime (la madre è figura secondaria seppur al centro di pagine intense e dolorose) del rampantismo cieco del padre, cui anche la signora Salvemini si è adeguata tollerandone i tradimenti e gli amorazzi pur di non perdere la posizione sociale e gli agi raggiunti con l’attività, sempre ai limiti del lecito, del marito, il cui impero immobiliare è cresciuto deturpando l’ambiente e snaturando il paesaggio grazie alle connivenze interessate del “sistema”.
Questo – occorre dirlo – è un libro che fa male, letteralmente. Proprio come una belva feroce: prima azzanna e poi lacera e strappa, lentamente ma inesorabilmente, le sicurezze del lettore. Arriva a suscitare una sofferta empatia con le fatiche e le pene di Michele e Chiara, i due fratelli più deboli, stretti da un legame malato (ma forse l’unico sano…) che va oltre la morte drammatica di lei, ma induce anche in qualche modo a solidarizzare con le feroci battaglie del capostipite Vittorio per non affondare nel mare torbido e burrascoso degli affari. Spinge poi il lettore a ritrovarsi nelle ambizioni del primogenito talentuoso Ruggero e a condividere le pene dell’ultima nata Giulia, sul cui universo fragile e incerto di giovane donna si abbatte la tragica fine della sorella.
È un universo umano vario e difforme quello che gravita attorno alla lussuosa villa di Bari costruita dal “patriarca” e al mondo di medici, commercialisti, avvocati, giudici e politici che come tanti satelliti sfruttano la luce opaca del danaro dei Salvemini, disposti a tutto pur di emergere dall’anonimato e godere delle comodità che una posizione sociale elevata è in grado, ancor oggi, di garantire nel nostro disastrato Mezzogiorno. Quello stesso danaro che però non salva, ma anzi corrompe fino a distruggerle le giovani vite di Chiara e Michele, le cui anime così inestricabilmente intrecciate sono altrettanto inestricabilmente impastate del dolore di non sentirsi amate abbastanza.
Lagioia, scrittore scoperto qualche anno fa da quella fucina di talenti che è l’editore Minimum Fax, ha dato alle stampe un romanzo importante; certamente fra i migliori dell’ultima stagione letteraria e opportunamente candidato al premio Strega da parte di Einaudi. Un romanzo costato molta fatica (l’A. ha ammesso di averci dedicato quattro anni) a partire dalla costruzione dell’intreccio su più piani spazio-temporali e dall’uso di più voci narranti, e che richiede pertanto qualche sforzo di comprensione al lettore.
Un libro in cui anche la scrittura palesa il minuzioso lavoro di Lagioia, che cura di cesello lessico e sintassi senza nulla lasciare al caso. In questo risultando forse talora un po’ artificioso. Se la fluidità non è sempre garantita, tuttavia, a non mancare mai sono la qualità del periodare e la personalità dello stile di un autore ormai maturo, indubbiamente fra le voci più interessanti del nostro attuale pantheon letterario.
Basti un breve passo, fra i molti, a dare l’idea: “Dalle automobili venivano fuori soprattutto anziani. Curvi, pallidi, taluni con autista al seguito. Avanzavano in completo scuso, tessuti a righe. Erano tutti sopra i sessanta, e quasi sempre maschi senza le signore […]. Nel piccolo cortile della chiesa stringevano la mano al padre della defunta. Ostentavano una distanza che sembrava prodotta dall’imbarazzo, non dalla delicatezza. Da una Maserati color notte si tirò fuori l’ex sottosegretario Buffante – il sacerdote attese che l’attenzione dei presenti si concentrasse su quell’uomo, attratta dalla scia di scandalo e popolarità che si portava dietro. Ma questo non accadde. Continuò il rito delle pacche sulle spalle. Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni. Poi era arrivato il carro funebre”.
Per il podio dello Strega questa, ne siamo certi, è una delle candidature più forti. Ferrante, Sereni, Genovesi e Covacich sono avvisati.

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Marco Ostoni, 47 anni, sposato, 3 figli; laurea in Lettere, dottore di ricerca in Storia; caposervizio Cultura & Spettacoli (anche Interni/Esteri/Economia) a Il Cittadino, quotidiano di Lodi e Sudmilano (per cui cura anche da 10 anni una pagina di recensioni librarie). Collabora a La Lettura e Corriere, al mensile dei Gesuiti Aggiornamenti Sociali ed è consulente per la comunicazione al Comune di San Donato Milanese.

 

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