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LUCIA TILDE INGROSSO racconta I FANTASMI NON MUOIONO MAI

marzo 27, 2015

https://i2.wp.com/lh4.ggpht.com/-Wp24R1H5iok/VNSTVM4jP6I/AAAAAAAAA0o/cfOPXH5NjOY/s288/10408663_1078817195478127_4308945832667805464_n.jpgLUCIA TILDE INGROSSO racconta il suo romanzo I FANTASMI NON MUOIONO MAI (Laurana)

di Lucia Tilde Ingrosso

Scrivo le storie che vorrei leggere. Succede da sempre. Da ragazzina lo facevo con una Olivetti Lettera 22. Oggi lo faccio con il Pc. Ma l’entusiasmo è lo stesso. E, grazie anche al giornalismo (sono nella redazione di Millionaire), ho trasformato la mia passione in un lavoro. Confesso di far parte di quella ridotta schiera di scrittori che scrivendo non soffre, ma anzi si diverte. E molto. Dandosi un obiettivo ben preciso: divertire anche i lettori.
I fantasmi non muoiono mai è il quinto episodio della saga gialla che ha come protagonista l’ispettore milanese Sebastiano Rizzo. Affascinate e tormentato, come tutti i detective che si rispettino, ma anche interista, runner, fumatore, poco incline al cibo e alla tecnologia. L’uomo di cui forse mi sarei innamorata, ma che non mi è capitato di incontrare.
Questa volta indaga sulla morte di Valeria Sartor, una signora della Milano bene, vittima dieci anni prima di un misterioso incidente stradale in Costa Azzurra. Una morte che ricorda da vicino quella di Grace di Monaco. E se invece di un incidente fosse stato un omicidio? E se, addirittura, Valeria fosse ancora viva? Lo proverebbe una sua lettera autografa, che sembra proprio autentica.
Ma non è lei l’unico fantasma di questa storia, un fantasma il cui ritorno imprevisto sconvolgerebbe la vita di molti. I fantasmi della storia sono tanti: rapporti mai risolti, torti non perdonati, paure mai affrontate. E il messaggio di fondo (perché un messaggio di fondo ci vuole sempre, anche in un romanzo di intrattenimento, no?) forse è proprio questo: affrontiamo i nostri fantasmi. Guardiamo negli occhi i nostri demoni. Al momento farà paura, ma dopo andrà meglio. E il dopo è il resto della nostra vita.
Se scrivo gialli, la colpa è di tre giganti: Cornell Woolrich, Agatha Christie, Renato Olivieri. Li ho letti con amore, cercando di carpire parte dei loro segreti. Per poi interpretarli in una chiave personale.
Il giallo è una partita a scacchi con il lettore. Chi scrive ha il dovere di dare i giusti indizi (anche se con la licenza di confondere un po’ le carte). Chi legge ha la chance di arrivare alla soluzione prima della parola fine. Se non ci arriva ma si dice “Cavolo, avrei potuto”, allora il giallo è riuscito.
Ed è riuscito anche se i lettori ti chiedono l’amicizia su Facebook, prendono un giorno di ferie (e/o si alzano alle cinque del mattino) per leggerti, ti invitano a casa loro in Sardegna, ti chiedono più spesso come sta Rizzo che come sta Giuliano (Pavone, anche lui scrittore, mio marito). Tutti esempi tutt’altro che casuali.
I fantasmi non muoiono mai si può leggere senza aver letto prima null’altro di mio. Ogni giallo è fruibile a sé, come una puntata di Csi. Certo, chi conosce i personaggi si diverte di più. Ma può incontrarli anche in seguito, perché no? Se proprio vogliamo consigliare una lettura propedeutica quella è A nozze col delitto (Feltrinelli), in cui il caso misterioso di Valeria Sartor appare per la prima volta.
Nei miei romanzi metto un po’ di tutto – paura, amore, umorismo – oltre a tanta, tanta Milano. La Milano dei quartieri alti, quella che fa sognare, pur non dimostrandosi immune da malvagità, delitto e castigo. Perché, a differenza della vita vera (dove spesso i casi restano insoluti), gli omicidi vengono risolti e il lettore chiude il libro rinfrancato.
Con questa premessa vi affido la mia nuova creatura, a cui tengo molto. Per alcuni, è quella meglio riuscita della pentalogia (che parola terribile, non credete?). E sappiate che leggerò con piacere ogni vostro messaggio (anche critiche, eh!) e che con altrettanto piacere accetterò inviti, non necessariamente in Sardegna… Grazie e buona lettura!

(Riproduzione riservata)

© Lucia Tilde Ingrosso

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Un estratto da I FANTASMI NON MUOIONO MAI (Laurana) di Lucia Tilde Ingrosso

Prologo

“Fresca era l’aria di giugno e la notte sentiva l’estate arri- var…”
Avevano la mano nella mano. Lei gli strinse la sua. Poi si voltò verso di lui e gli indirizzò un sorriso pieno di gioia. Una gioia pura, totale, cristallina. Così sfacciata da risulta- re quasi eccessiva. Irritante.
Lei aveva sofferto, e anche tanto, in vita sua. Eppure non sembrava aver perso la facoltà di tornare felice come una bambina. Anche lui aveva sofferto, ma ombroso lo era a prescindere da quello.
Sebastiano ricambiò la stretta. E anche il sorriso che risultò convincente, pur non essendo del tutto convinto.
“Questa è la canzone d’amore italiana più bella in assoluto”, gli sussurrò lei.
“E se lo dici tu…”, e Sebastiano le scoccò un’occhiata complice. Ecco, la complicità gli veniva meglio.
“… ma giunta che era la sera, girata nel letto piangeva, pregava potere dal suo amore riuscire a ritornar…”
Lei si commosse e lui la consolò, chiedendosi fino a quando sarebbe durata. Capossela sul palco, loro due (in mezzo a centinaia di altri) in platea, fuori la neve.

L’uomo sostò qualche attimo di fronte al quadro: una Madonna della scuola di Piero della Francesca. Arrivava dai sotterranei degli Uffizi. Facile procurarsi pezzi così: bastavano i contatti giusti e una mancia adeguata.
L’uomo tolse il quadro e mise a nudo l’acciaio della cassaforte. Digitò la combinazione: la data di nascita di suo figlio. Banale, e anche un po’ patetico. Non si vedevano da vent’anni. Lui da quel figlio, ora cinquantenne e dirigente di banca, era stato ripudiato. L’aveva reso nonno, ma mai amato come un padre.
Oscar Merisi – lo stesso cognome del Caravaggio, quasi uno scherzo del destino – accennò un sorriso. Il suo viso scarno si riempì di rughe sottili.
Clac: la cassaforte si aprì con un rumore metallico. Gli anelli erano nello scomparto più basso. Una fila di tante piccole scatole perlopiù in velluto. Merisi le fece passare con l’indice, una a una, come a volerne visualizzare il contenuto. Poi si fermò davanti alla penultima e la afferrò, certo di non sbagliarsi nel ricordare un grosso smeraldo attorniato da brillanti. La sua memoria era quella di un tempo: erano altre le facoltà che l’età stava erodendo. L’anello, nella sua bellezza, quasi lo abbagliò. Merisi lo prese in mano e lo osservò con attenzione: pietre superlative montate su oro bianco. Nessuna iscrizione all’interno: se c’era stata in origine, lui aveva provveduto a farla cancellare. Quello era un dettaglio che non si era mai fatto sfuggire.
Una donna giovane: ecco la miglior garanzia di immortalità. E quando la donna pare scocciarsi, ecco un gioiello prezioso a riconquistarla. Finché non sarebbero stati abbastanza neanche un’auto di lusso o un appartamento. Ma con Miriam era ancora presto per quello. Aveva ancora tempo.

Il concerto di Vinicio Capossela finì a mezzanotte, dopo un cospicuo numero di bis. Lui e Viola lo andarono a salutare in camerino.
“Sai quanto mi piacerebbe averti nella mia scuderia!”, disse lei al cantautore.
Capossela fece un risata roca e un po’ scomposta, poi abbracciò la discografica. Era sudato e scarmigliato, ma Sebastiano non poté impedirsi di esserne geloso.
Quando uscirono dal teatro, aveva smesso di nevicare. Ma il cielo – così bianco nonostante la notte – non faceva pensare a nulla di buono.
“Dicono che domani sarà il clou”, osservò Viola. Poi lo sguardo le cadde sulla strada, che si era trasformata in un acquitrino. Lei era elegante – decolleté nere, calze velate, gonnellina fluttuante – ma inadeguata al clima. Non ci fu bisogno di parole, perché loro si capivano al volo. Ora, come vent’anni prima.
Per evitare che l’acqua gelida arrivasse alle caviglie della sua donna, Sebastiano la prese fra le braccia e la sollevò.
“Sei un amore!”, esclamò lei, buttandogli le braccia al collo.
L’ispettore di polizia Sebastiano Rizzo sorrise, invaso da una confortante sensazione di calore.

(Riproduzione riservata)

© Laurana editore

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