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GIORDANO – intervista a Andrea Caterini

marzo 28, 2015

GIORDANO – intervista a Andrea Caterini

Pubblichiamo un’intervista a Andrea Caterini, autore del romanzo “Giordano” (Fazi editore)

di Massimo Maugeri 

Andrea Caterini è scrittore e critico letterario. Ha curato le opere di alcuni autori italiani, tra cui Enzo Siciliano e Franco Cordelli. Collabora con la rivista letteraria «Achab» e scrive su «Alias», il supplemento culturale de «il manifesto». Di recente, per Fazi editore, ha pubblicato il romanzo “Giordano” (qui la recensione del critico letterario Giuseppe Giglio).
Approfondiamo la conoscenza di questo libro ponendo qualche domanda all’autore…

– Caro Andrea, partiamo dall’inizio. Come in genere faccio, ti invito a raccontare qualcosa sulla genesi di questo tuo romanzo. Come nasce Giordano? Da quale idea, esigenza, spunto o fonte di ispirazione?
Giordano nasce per linea diretta dalla mia vita. Dopo aver scritto due libri di critica letteraria, Il principe è morto cantando e Patna, ero sicuro di essermi in qualche modo liberato dal romanzo. Credevo insomma che non ne avrei più scritti, e ne provavo anche un certo piacere. Eppure, dopo Patna, nel quale costruivo, o tentavo di costruire, un sistema filosofico che sorreggesse le mia idea di critica, ho sentito la necessità di mettere alla prova quella filosofia sul piano della vita. Cioè, tutto ciò che avevo pensato e creduto di capire e scoprire con gli studi che mi sono stati necessari per scrivere Patna, avrebbe retto a una verifica della vita? È chiaro poi che in Giordano c’è molto di autobiografico, quindi l’esigenza che mi ha spinto a scriverlo è prima di tutto privata. Ma come sempre, nei libri che scriviamo, la nostra biografia è tanto più vera tanto più è falsa. In Giordano c’è la mia e la vita di mio padre ma nella misura in cui ho immaginato potessero entrare in relazione le esperienze di entrambi.
– Proviamo a conoscere un po’ meglio i personaggi, a partire dal protagonista. Che tipo d’uomo è Giordano?
Giordano è un uomo che ha perso tutto: il lavoro che amava, sua moglie, il suo migliore amico, e anche suo figlio, Diego, la voce narrante del libro, parla una lingua, quella della filosofia, che non comprende. Il solo luogo che lo ha accolto è un garage sotterraneo, dove ogni notte parcheggia auto per clienti che lo degnano a malapena di un saluto. La prima domanda del libro, in fondo, è questa: è ancora vita quella di un uomo fuori da ogni meccanismo sociale? E se sì, che forma di vita è? Sentivo che darmi una risposta era un dovere.
– Il garage dove lavora Giordano è più, per lui, una prigione, un rifugio, una roccaforte… o cos’altro?
Il garage è nel romanzo un luogo reale e nello stesso tempo simbolico. Per Giordano è un esilio dal mondo, il luogo in cui cerca riparo. Nel romanzo Diego pensa che quel garage sia un’immensa scatola cranica che contenga la possibilità di suo padre di immaginare, e quindi rivivere, la sua vita. Dico che è anche un luogo simbolico perché nel romanzo lo paragono alla grotta nella quale i sette santi di Efeso si rifugiarono per scampare alle persecuzioni contro i cristiani sotto l’impero di Decio. Rimasero in quella grotta per secoli, addormentati come in un grembo materno, prima che qualcuno li svegliasse dal regno dei morti e raccontassero tutto ciò che avevano visto – e lo raccontassero prima della resurrezione finale (in epigrafe al libro infatti, non ho inserito a caso i versi del Canto d’amore di J. Alfred Prufrock di Eliot: «E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto, […]/ di dire: “Io sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,/ torno per dirvi tutto, vi dirò tutto”» – e ti confesso che «Dopo tutto» era uno dei titoli che volevo dare al romanzo). Anche Giordano, nel garage, aspetta il momento che qualcuno, da fuori, finalmente lo richiami e lo risvegli alla vita, a quella vita nuova che lo attende.

– Il contesto famigliare di Giordano non è dei più semplici. Cosa puoi dirci, intanto, del rapporto con la moglie Marilú? 
Giordano crede che sua moglie, Marilù, lo abbia tradito con il suo migliore amico, Sandro. Li ha seguiti una volta e ha scattato loro delle foto che continua a sfogliare durante il suo turno di notte nel garage. Ma quelle foto non dicono nulla. Ritraggono solo un uomo e una donna che parlano al tavolino di un bar. Quello che realmente Giordano e Marilù hanno tradito, è stato il loro primo sogno; quel sogno che gli aveva fatto desiderare di avere un figlio. A quel sogno Diego vuole cercare di riportarli.

– Sandro è il migliore amico di Giordano. Anche lui ha un ruolo importante nella storia. Cosa puoi dirci in proposito?
Sandro è un amico ma anche un collega di Giordano. Come Giordano è un operaio. Ma pur essendo un fabbro, ha conservato delle aspirazioni intellettuali. È un uomo che ha continuato a coltivare la sua passione per lo studio, per questo va d’accordo con Diego. Ma Sandro ha un ruolo determinante in ogni momento nevralgico della vita di Giordano. È lui, in qualche modo, a indicare il destino a Giordano, portandolo a vedere, quando erano solo dei ragazzi, l’affresco che ritraeva i santi dormienti. E sempre lui che richiama Giordano al mondo, convincendolo a ritornare a casa.

– Ti chiedo di fornirci un approfondimento su Diego (figlio di Giordano e voce narrante della storia) e sul rapporto padre/figlio…
Diego è uno studioso di filosofia. Però, prima di cominciare a studiare, lavorava come operaio proprio insieme a suo padre. Nel romanzo, il ruolo del figlio non è solo importante ma determinante. Non dobbiamo dimenticare che Giordano è scritto in seconda persona. E la voce narrante è proprio quella di Diego, che del resto lo dice subito, nella prima pagina del libro, che per capire ha avuto bisogno di scrivere e di immaginare cosa pensasse suo padre la notte in quel garage. Immagina che in una notte suo padre riviva per intero la propria vita. Ma appunto, non è il padre che immagina la sua vita, è il figlio che la immagina al posto suo. Tutto ciò che leggiamo dei pensieri di Giordano, è il figlio a prestarglieli. Noi non sappiamo se Giordano ha davvero pensato quello che Diego ci riferisce. A conti fatti, quella necessità di redenzione e resurrezione, la necessità di ritrovare un significato e di dare un senso a tutta la vita appartengono al figlio e non al padre.

– Molti critici hanno considerato questo libro come un romanzo duro e coraggioso. Quanto ti è costato scriverlo, da un punto di vista emotivo?
Mi è costato moltissimo. L’ho scritto con le mani strette l’una all’altra, come in preghiera. E ricordo che quando è uscito mi sono sentito in colpa, avrei voluto distruggerlo. Avevo paura di ferire chi più amavo. Temevo di non essere riuscito a far capire che se ho scritto Giordano è stato per un atto d’amore. Perché anch’io, come Diego, lavoravo da operaio insieme a mio padre, ma ho presto capito che non ero portato per quel mestiere e ho iniziato a studiare. Eppure, quando ci allontaniamo dai nostri padri, sentiamo in qualche misura di averli traditi. Volevo restituire a mio padre la ragione di quel tradimento, e quindi tutta la mia passione per lo studio, tutta la necessità che mi spinge a scrivere. Sentivo che era un dono che gli dovevo, come un atto d’amore, appunto. Ma i miei timori sono stati solo iniziali. Mio padre ha capito, e io ne sono stato felice.

– Qual è la cosa più bella che ti è stata detta su questo tuo romanzo?
Ho ricevuto delle letture profondissime e molte mi sono state utili per comprendere meglio io stesso quello che avevo scritto (comprendere quello che al controllo di un narratore può sempre sfuggire). Ma le parole che ha usato per il libro Paolo Del Colle, amico carissimo e autore del romanzo più importante in Italia uscito nel 2014, Spregamore, che considero senza mezzi termini un capolavoro (e ho cercato di spiegarne la ragione in un saggio che gli ho dedicato), mi sono sembrate subito illuminanti. Del Colle ha scritto: «Il narratore è un peccatore che vorrebbe ritrovare quell’attimo in cui è stato creato innocente, fosse solo per poter almeno maledire se stesso. Allora, in fondo, il libro conferma che la letteratura deve assumersi un doppio compito: sorreggere il mondo e insieme la sua insensatezza, cercare l’innocenza per dar significato alla colpa inevitabile di ognuno di noi». Del Colle ha ragione, è esattamente così.

– Una domanda “letteraria” (slegata dal romanzo). Che tipo di redenzione può offrire la letteratura rispetto alle difficoltà e alle brutture della vita?
È una domanda complessa. Io ho sempre vissuto la letteratura come un’esperienza radicale della vita, e del resto non mi sembra esista altro modo per intenderla. Ma parto da una mia esperienza personale, di cui anche in Giordano in qualche modo faccio cenno. La letteratura, per me, è stata una salvezza e nello stesso tempo una forma di rivolta. Mi ha salvato dalla solitudine, si è donata a me in un momento in cui non avevo niente e nessuno che mi dessero delle risposte, nessuno con cui potevo dialogare. Per questo ho sempre vissuto la scrittura come una particolare forma di preghiera. Potrei risponderti con le parole che Sandro, nel romanzo, sbatte in faccia a un critico letterario, parole che faccio mie totalmente: «La letteratura, per me, è stata un motivo di salvezza. Lei ha vissuto comodo tutta la vita. Per me non è stato così. Lei scrive libri perché così doveva andare, e infatti i suoi libri sono comodi come la sua vita – consolatori e consolanti. Probabilmente aveva in casa già tutta la sapienza a disposizione, non ha fatto sforzi per costruirsi una biblioteca… ce l’aveva lì, a portata di mano; le facevano leggere Aristotele, o Kant mentre io disperavo ancora tra i banchi di scuola perché non sapevo ancora chi fossi (chi era lei gliel’avevano detto, e le è bastato per tutta la vita). Avrei potuto fare altro; anzi, avrei sicuramente fatto altro, forse sarei diventato un delinquente, un poco di buono, un teppista, o più semplicemente un fancazzista, se la letteratura non si fosse rivelata, se non fosse venuta a cercarmi, a salvarmi. Per questo scrivo cose che non sopporta e uso una lingua che non tollera. Per questo non posso vivere la letteratura se non così, come una rivelazione, appunto. E se credessi che così non fosse, sarei già corso a dedicarmi ad altro».

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