Home > Autoracconto d'autore (l'autore racconta il suo libro) > PAOLO ROVERSI racconta SOLO IL TEMPO DI MORIRE

PAOLO ROVERSI racconta SOLO IL TEMPO DI MORIRE

marzo 31, 2015

paolo roversiPAOLO ROVERSI ci racconta il suo romanzo SOLO IL TEMPO DI MORIRE (Marsilio)
In coda al post, un estratto del libro

di Paolo Roversi

Anni Settanta. Milano. Notte. Un uomo scende da un’Alfa Romeo Junior Zagato indossando una pelliccia di lupo e fumando una Nazionale senza filtro mentre in sottofondo parte una canzone dei Corvi “Un ragazzo di strada”.
Ecco. È questa l’immagine che avevo in testa quando ho immaginato di raccontare la Milano criminale degli anni Settanta. Anni in cui, dal punto di vista della malavita, non mancava nulla: c’erano le sparatorie per le strade, le belle donne nei night club di corso Europa, l’eroina che faceva la sua comparsa e la cocaina che spopolava, c’erano le bische di lusso che spuntano ovunque dentro palazzi o appartamenti di insospettabili prestanome.
Erano gli anni in cui Milano da nera di stragi di terrorismo e buia per l’austerity stava per trasformarsi in quella da bere e delle prime TV commerciali.
In questa cornice ho raccontato la rivalità tra tre banditi per il controllo della città e di uno sbirro che cerca di arrestarli. I cattivi hanno soprannomi altisonanti: Faccia D’Angelo, il bandito dagli occhi di ghiaccio e il Catanese tutti impegnati a contendersi la supremazia di una Milano fatta di gioco d’azzardo, di droga, di bordelli di lusso, di rapine e rapimenti, di bombe e morti ammazzati. I tre sono ispirati rispettivamente a Francis Turatello, Renato Vallanzasca ed Angelo Epaminonda mentre per il poliziotto, Antonio Santi, mi sono rifatto al questore Achille Serra. E proprio Santi è il vero protagonista di questa storia di ampio respiro perché incarna il poliziotto tutto d’un pezzo che mette in conto di venire sconfitto a volte ma che non si piega mai né si arrende al male.

È cocciuto Santi, tenace e si trova ad attraversare, suo malgrado, gli avvenimenti fondamentali accaduti a Milano, e non solo, in quegli anni: da Piazza Fontana all’omicidio Calabresi, dall’editore Feltrinelli trovato morto ai piedi di un traliccio a Segrate, alla strage dell’Italicus, dai figli degli industriali rapiti dall’Anonima sequestri ai tossici che si bucavano per le strade… E lo fa rimanendo sempre in prima linea a combattere.
Documentarmi per raccontare questa storia è stato un lavoro lungo, durato quasi sei anni durante i quali ho letto romanzi e saggi, sfogliato giornali e riviste, visto documentari e film… Insomma sono entrato, mani e piedi, nello spirito dell’epoca. Ne è venuta fuori una storia ispirata a fatti reali dove ho cambiato i nomi dei protagonisti per poter essere libero di far agire e parlare tutti i personaggi come preferivo, perché ogni dettaglio dell’incastro narrativo funzionasse alla perfezione. Nel complesso, tre quarti di quello che ho scritto è successo veramente mentre sul restante ci ho ricamato per creare un romanzo autentico, che si potesse leggere anche senza sapere nulla di quegli anni, ma solo lasciandosi trasportare dalla vicenda narrata.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Roversi

 

* * *

Un estratto di SOLO IL TEMPO DI MORIRE (Marsilio), di Paolo Roversi

(pubblicato per gentile concessione di Marsilio)
pagg.150-152

Luci accese a ogni ora del giorno e della notte, e grattacieli altissimi. Sono queste le due cose che colpiscono maggiormente Franco Tarantino quando mette piede a Las Vegas. Un mondo mai visto. Senza parlare dei casinò. Quelli lo fanno impazzire! Luoghi eleganti, pieni di gente coi soldi e belle donne. È già un mesetto che si trova negli States ma né New York né Chicago né nessun altro posto che ha visitato è paragonabile a quel monumento di strobo e paillettes costruito in mezzo al deserto del Nevada.
Il Re di Lambrate, per la prima volta in vita sua, si sente piccolo piccolo.
Frank Tre Dita, lo Zio, lo osserva sornione. Sono appena scesi dalla limo e il nipote è già a bocca aperta. Lascia che lo stupore si impadronisca di lui. Poi, con la mano sana, gli batte sulla spalla.
«Ti ci abituerai. Questa città perversa fa a tutti questo effetto la prima volta. Ora andiamo, ci stanno aspettando.»
Le ore seguenti sono, per il ragazzo di Lambrate, prima una discesa agli inferi e poi una corsa veloce verso il paradiso. Luci e colori, confusione, le palline impazzite della roulette, i concerti delle leggende della musica come Sinatra e il suo adorato Elvis.
Quando lo vede dimenarsi sul palco del Mirage e fare la famosa mossa col pube quasi impazzisce di gioia. Così come quando canta Viva Las Vegas e il teatro rischia di venire giù per le grida di visibilio del pubblico.
Quella è una terra di perdizione e follia. Franco non dorme mai e le notti, o meglio le albe, le trascorre in compagnia di qualche prostituta rimediata in uno dei tanti top less bar sulla Strip.
Tutto è smisurato: la sua stanza di hotel è grande quando il suo appartamento di via dei Mille, le auto sembrano panfili su quattro ruote. Ogni cosa è king size.

Per lui è un vero Bengodi: frequenta locali che propongono spettacoli fino al mattino, sale da gioco tintinnanti, gigantesche.
Al terzo giorno trascorso a quel modo Tarantino inizia a sentirsi a casa. Forse anche troppo, al punto che lo Zio lo deve mettere in guardia.
Sono seduti al bar del Flamingo vicino a una piscina con tanto di cascata illuminata. Intorno a loro, la vita pulsa come sempre. Coppie in abito da sera, camerieri in livrea, smoking, ricconi texani col cappello da cowboy, slot machine e roulette, entraîneuse e croupier.
«Las Vegas è un serpente che si agita e ti stritola quando meno te lo aspetti. Non credere a niente di quello che vedi, ragazzo. Qui è tutto finto. Tutto costruito ad arte per fregarti i soldi.»
«Questo posto è straordinario. Se solo Milano ci assomigliasse un po’ io sarei l’uomo più felice del mondo!»
«Se vuoi che sia così te la devi prendere quella città.
Tenerla in pugno! Qui a Las Vegas si scannano tutti i giorni per accaparrarsi un casinò o uno di quei locali sulla Strip. Il denaro fa gola a tutti. Ma non tutti sono all’altezza del potere. Tu lo sei?»

(Riproduzione riservata)

© Marsilio

* * *

Paolo Roversi è nato nel 1975. Scrittore, giornalista e sceneggiatore, vive a Milano. Ha pubblicato quattro romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: La marcia di Radeschi (Mursia), La mano sinistra del diavolo (Mursia, Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007), Niente baci alla francese (Mursia) e L’uomo della pianura (Mursia). Gli altri suoi romanzi sono Taccuino di una sbronza (Morellini), L’ira funesta (Rizzoli) e Milano Criminale, appena ripubblicato in edizione tascabile da Marsilio. I suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per serie televisive e cortometraggi. È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival e del portale MilanoNera. Il suo sito è http://www.paoloroversi.me twitter: @paoloroversi

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: