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STALIN + BIANCA, di Iacopo Barison (un estratto)

aprile 1, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo STALIN + BIANCA, di Iacopo Barison (Tunué)

Il libro
Stalin è un ragazzino di periferia, sta per compiere diciotto anni. Ha capelli corti, baffi enormi che gli sono valsi il soprannome e gravi problemi nella gestione della rabbia. Il suo quartiere è “un’intera palette di grigio”, dove ogni cosa sembra ripetersi all’infinito, e lui trascorre le giornate con Jean, un vecchio depresso che lo sfrutta subdolamente, oppure con Bianca, una ragazza cieca verso cui nutre un amore platonico. Quando, in seguito a un litigio, Stalin malmena il suo patrigno, le circostanze lo spingono a scappare di casa, portando Bianca con sé: i due attraverseranno una nazione sull’orlo del baratro, costruita sulle macerie dell’immaginario contemporaneo, in un viaggio che sarà la loro occasione per diventare adulti.

* * *

Un estratto del romanzo STALIN + BIANCA, di Iacopo Barison (Tunué)

Mi piacciono i campi lunghi, perché riportano la figura umana alle sue dimensioni reali, e qualunque pretesa di grandezza o superiorità fisica passa in secondo piano, annichilita dal paesaggio. Lo sfondo resta lo sfondo, quantificabile secondo diverse unità di misura, e la figura di carne e ossa e sangue diventa poco più di un puntino e ogni sua azione sembra inutile e pretenziosa – come puoi misurarti con l’infinito?
I palazzi si ergono altissimi, senza limiti, e le antenne cigolano scosse dal vento e diffondono il verbo dei satelliti e dei segnali radio. Cammino, fa freddo, la neve scende in silenzio e l’opossum ha bisogno di luce. Il quartiere è vittima della sua miseria: lampioni spenti e siringhe usate e un’intera palette di grigio. Il tempo ha smantellato i negozi e le banche e i centri massaggi degli orientali. Tutti, ormai, se ne sono andati. Qualcuno, volendo ironizzare, ha scritto torno subito sull’acciaio di una serranda, ma nessuno è mai ritornato. Una volante della polizia viaggia a 15 km/h. Le strade sono ghiacciate, e il campo lungo ingloba tutte le manifestazioni di vita. Abbraccia i litigi e le crisi di astinenza e i due ragazzini che si baciano nella penombra, protetti dalle mura di un vicolo. Si nascondono, hanno paura che io li giudichi.
Stalin + BiancaUn ragazzino dice all’altro di fare piano, di stare attento e non farsi vedere. Il campo lungo abbraccia gli anziani rifugiati in casa e i senzatetto ubriachi e le foglie morte nelle aree verdi. Vacillo e spingo la Vespa, tremo sotto i vestiti. Lo zaino inizia a pesare, e il campo si allarga ancora e ingloba Bianca e il pomeriggio tiepido di un altro inverno. Quel giorno, non so perché, il mondo mi spaventava. Ero terrorizzato. Iniziavo a pensare che la mia rabbia, il modo in cui reagivo a determinati input, fosse solo un riflesso della mia paura. Eravamo al parco e ascoltavamo musica, dividendoci una coppia di auricolari. Sulle note di What a wonderful world, mi guardavo intorno e piangevo e sentivo un vuoto allargarsi dentro. Cercavo di essere silenzioso, perché Bianca decifra i suoni. Volevo smettere, ma non riuscivo a fermarmi e la musica proseguiva in cuffia. Lei si era voltata e mi aveva sorriso, e io le avevo sorriso in lacrime. Lei non sapeva, non poteva intuire, e i confini dell’inquadratura si sgretolano e tutto ciò che era fuori campo, in un attimo che sembra eterno, diventa visibile e condannabile. Non mi piace quello che vedo, ma continuo ad andare avanti.

[…]

Guardo la Vespa, cerco le chiavi e sento un fruscio nella tasca destra. Le mie dita, quasi congelate, sfiorano un foglio di carta: il biglietto di mia madre, quello che non ho ancora aperto.

RIUSCIRAI SEMPRE A FARE L’IMPOSSIBILE, PERCHÉ PER ME SEI UN SUPEREROE.
AUGURI DI BUON COMPLEANNO!
MAMMA

Il biglietto mi sconfigge, mi fa sentire debole e triste e in balia del freddo. Avrei dovuto tenerlo in tasca. Di colpo, ricordo un giorno d’estate, quando sono andato al luna-park con Bianca. Eravamo in centro, lontani dalle nostre case, e volevamo lo zucchero filato e una Coca-Cola e fare un giro sulle montagne russe. Lei, soprattutto, sembrava tenerci molto, quindi abbiamo preso lo zucchero e cercato le montagne russe. Ci tenevamo per mano, il luna-park era semivuoto. Dopo, siamo saliti in alto e Bianca si è voltata e gridava per vincere il frastuono. Le rotaie scintillavano nell’afa estiva. Bianca gridava, si emozionava, diceva di riuscire a immaginarsi tutto: la città illuminata e i viali alberati e le finestre che inquadrano i rituali domestici. Le strade piene di gente, l’insegna di un Veg Burger e i cinema d’essai. A dire il vero, intorno a noi c’erano solo palazzi e semafori e cartelloni pubblicitari. Tuttavia, ho scelto di non bloccarla – anzi, le ho dato man forte. Inventavo nuovi scorci e dettagli del panorama. Il mio quadro era idilliaco: baci rubati, ingressi della metro, camion in doppia fila e sorrisi di circostanza. Lei, però, ha capito il gioco e si è chiusa in se stessa, pur mantenendo un’espressione neutrale. Il resto del giro è scivolato in fretta, e l’unico rumore era quello delle rotaie. Lei non ha più parlato, e io nemmeno. Da quel giorno, comunque, ho evitato di compiacerla. Col passare del tempo, Bianca si è resa autonoma e io l’ho vista combattere. Scrive poesie, è innamorata di un mondo che non ha mai visto. Purtroppo, abbiamo smesso di tenerci per mano.
Rifletto sull’episodio, scaldando il motore della Vespa. L’alba spunta lontana e colora la neve di un giallo pallido.

(Riproduzione riservata)

© Tunué

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Iacopo Barison (Fossano 1988); pubblica un primo romanzo all’età di vent’anni, tratto dal suo blog. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste. Collabora con minima&moralia.

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© Letteratitudine

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