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RIPARARE I VIVENTI, di Maylis de Kerangal

aprile 7, 2015

RIPARARE I VIVENTI, di Maylis de Kerangal

di Massimo Maugeri

“Chissà se ciò che chiamiamo vivere non significhi morire e morire vivere?” Mi è venuto in mente questo pensiero di Euripide, mentre leggevo il nuovo romanzo della scrittrice francese Maylis de Kerangal intitolato “Riparare i viventi”, edito in Italia da Feltrinelli (p. 224, € 16) e ben tradotto da Maria Baiocchi e Alessia Piovanello. Il tema trattato, forte e delicato al tempo stesso, è quello dell’espianto e del trapianto di organi.
«È una storia collettiva nata nel solco di un’esperienza di lutto e di perdita», mi confida l’autrice. «L’ho scritta proprio per dare forma, attraverso il linguaggio, a questa esperienza di morte di persone a me care che nel 2012 mi ha colpito a più riprese. E però, anziché raccontare le cose per come sono accadute realmente, ho cercato di metabolizzarle e di trasformare il dolore in un canto che ha dato vita a “Riparare i viventi”».
Nelle prime pagine del romanzo (ambientato a Le Havre, città natale dell’autrice) conosciamo Simon Limbres: un diciannovenne amante dello sport e pieno di voglia di vivere. Al ritorno da una sessione di surf, accade un brutto incidente automobilistico. Simon, che si trova nella vettura insieme a altri tre amici, subisce le conseguenze più devastanti: un gravissimo trauma cranico, segnato dalla morte encefalica.
I genitori vengono subito messi al corrente dell’accaduto. E qui la storia comincia a fluire nella sua intensa, struggente, coralità. I medici preposti, accertate le condizioni di Simon, chiedono ai genitori se il ragazzo avesse mai manifestato la volontà di donare gli organi. Non ci vuole molto a immaginare la drammaticità della scena.
«Un ruolo fondamentale è svolto da Marianne, la madre del ragazzo», mi dice Maylis. «È lei che per prima viene messa a conoscenza della tragedia. Ed è lei che, nel momento in cui capisce che lo stato di Simon è irreversibile, si prende il compito di trasmettere questa dolorosa consapevolezza agli altri, compreso il marito».
Peraltro, la situazione di coppia di questi due genitori è tutt’altro che serena. Quando accade l’incidente, Marianne e il marito (un tipo solitario e difficile) sono separati. Più in là, in un certo senso, l’esperienza che vivranno determinerà anche una sorta di “riparazione” della relazione. Nel momento, però, in cui viene domandato loro se il figlio avesse mai manifestato in passato il desiderio di donare i propri organi, Marianne mostra una maggiore apertura… mentre la reazione del marito va in direzione opposta.
«Sebbene avvolta da un dolore indicibile, Marianne si sforza di capire, di cercare un senso. Il padre di Simon, invece, non riesce ad accettare la tragedia. Poi, a mano a mano che la storia procede, decideranno insieme di relazionarsi al personale medico e paramedico in rappresentanza del figlio. Acconsentiranno all’espianto degli organi come se fosse una decisione dello stesso Simon… non la loro. Diranno: “noi stiamo parlando a nome suo”. E questo è un momento di forte unione della coppia, di ricomposizione. Quest’uomo e questa donna che, per varie ragioni, non riuscivano più a stare insieme, si ritrovano uniti da questa tragedia e da tutto ciò che essa comporta».
E però, come si diceva all’inizio, la storia narrata nel romanzo non si cristallizza nel solo punto di vista di coloro che sono più vicini al ragazzo vittima dell’incidente. «È così. Del resto la vicenda di un trapianto cardiaco si traduce in un’esperienza collettiva, in un’azione che è frutto del contributo di un’intera collettività e non di un singolo. Si crea una sorta di potente rete anche con il personale medico e paramedico, dove fluisce il passaggio di competenze, di saperi, di energie e di stati empatici messi in campo all’interno di un percorso che giunge fino al corpo della ricevente».
La ricevente si chiama Claire ed è una donna di cinquant’anni. È lei che beneficia dell’effetto riparatore della donazione di Simon. Ed è in lei che questo cuore – il vero grande protagonista del romanzo – continuerà a pulsare.

[articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 31/3/2015]

Maylis de Kerangal, nata a Le Havre nel 1967, è autrice di numerosi romanzi. Feltrinelli ha pubblicato Nascita di un ponte (2013; Premio Médicis 2010,  Premio von Rezzori 2014) e Riparare i viventi (2015) che si è aggiudicato in Francia il Grand Prix RTL-Lire 2014.

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