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SE CHIEDI AL VENTO DI RESTARE di Paola Cereda

aprile 13, 2015

SE CHIEDI AL VENTO DI RESTARE (Piemme) di Paola Cereda

di Loredana Limone

Nel Mediterraneo c’è un’isola che è la più distante dell’arcipelago cui appartiene e non si sa come si chiami. Ovvio che un nome lo abbia, ma si è perso tra le carte geografiche e nella memoria della gente. La protagonista è una ragazza che invece, il nome, ce l’ha e si chiama Agata, come la pietra che un fidanzato lontano aveva regalato alla di lei zia in segno di promessa, promessa non mantenuta. Zia e non madre perché Agata è senza mamma, avendola persa alla nascita, ed è stata allattata e cresciuta fino ai cinque anni dalla moglie di un pastore, cui era stata data a balia. Quando torna da suo padre, che fa il fabbro ed è un uomo rozzo e incapace di tenerezza, questi la mette a lavorare in casa e principalmente a cucinare. L’ordine è perentorio: «Ti sveglierai ogni giorno prima dell’alba a prepararmi il pasto».
Così cresce Agata.
Della madre la bambina ha solo il vuoto, l’assenza dentro un abito di cotone azzurro trovato in fondo all’armadio tra le giacche del genitore; un abito semplice, diritto, con il collo tondo e la mezza manica, come possiamo vedere sulla bella copertina.
Ovviamente Agata ha un sacco di domande cui però nessuno dà risposta, principalmente perché lei non ha nessuno a cui farle; parlare con la zia o con il padre, non è nemmeno da prendere in considerazione. E allora quei punti interrogativi restano inespressi a ballonzolarle in testa mentre la sua vita prosegue, dura e difficile.
Ma difficile è anche il momento storico in cui inizia il romanzo; siamo in piena seconda guerra mondiale, dittatura fascista, bianco e nero, guai a dire rosso. Sebbene l’isola non sia toccata dalla guerra, sebbene l’isola sia – secondo le parole dei marinai che vi attraccano – il Paradiso in terra, la milizia con qualche incisivo discorso e qualche salutare bastonata fa cambiare idea al padre di Agata che in principio ritiene inutile mandarla a scuola. Così la ragazzina frequenta e termina le scuole obbligatorie, ma ciò non le evita di finire comunque a fare la sguattera nella locale locanda. Pulisce il pesce, monda le verdure, serve a tavola, lava le stoviglie, esegue ogni ordine o capriccio della padrona incinta finché un giorno quest’ultima è tra le doglie del parto, lei si trova da sola alla locanda e le viene chiesto un piatto di capretto arrosto. Agata non sa se la carne che sta usando sia quella giusta, sa solo che è troppo nera e ha un odore rancido, e allora decide di contraffarla. Come? Con una salsa di miele e mele che inventa lì per lì con in corpo il terrore di perdere l’importante cliente, il direttore del carcere sul Monte, a cui serve la pietanza richiesta ricoperta di una crema che sa di muschio, di fianchi aspri e spiagge assolate, di isola.
Ma che sapore ha un’isola? Forse ve lo starete chiedendo, e me lo chiedo anch’io. L’isola ha il sapore dei sogni, quei sogni che sono portati dal vento… oppure realizzati dal vento? Agata sa che gli uomini e le donne corrono il rischio di innamorarsi e se non sa che è arrivato il proprio momento, lo intuisce quando incontra Dumitru Serban, che fa parte della carovana del circo Vallone, giunta sull’isola dietro richiesta del direttore della casa circondariale, il quale ritiene benefica l’interazione dei prigionieri con il mondo esterno.
Dumitru lavora con i cavalli, li addestra, li ama, e fa capire ad Agata cos’è l’amore: forse una condanna, ma dopo averlo conosciuto non ci si accontenta più.

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Nota gustosa
Ingrediente – è il caso di dire – principale del libro di Paola Cereda è la salsa Agata. Nata per caso e per paura, diventa presto celebre nell’isola e sul continente, e viene richiesta da tutti e con tutto: formaggio, pollo, sarde, donzelle, melanzane… devono esserne tassativamente ricoperti.
Mentre fino a quel momento i marinai e gli altri avventori della locanda hanno mostrato appetito grezzo e gusti grossolani, adesso vogliono assaporare: hanno scoperto che questa salsa toglie la fatica dai denti, solleva dalle pene della fretta, obbliga a masticare adagio. Un prodigio. Così la definirà un giornalista sulla Domenica del Corriere: una salsa miracolosa.
Che si lega a ogni alimento, come il lettore alle pagine di questo suggestivo romanzo.

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