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CLAUDIO VERGNANI racconta LA SENTINELLA

aprile 24, 2015

Claudio VergnaniCLAUDIO VERGNANI ci racconta il suo romanzo LA SENTINELLA (Gargoyle Books)

di Claudio Vergnani

Alla base dei miei romanzi ci sono flash raccolti dalla vita di ogni giorno, che poi si trasformano in rovelli, spunti e idee. I temi che sviluppo provengono dalla realtà e poi vengono da me situati in un contesto fantastico.
Ho dei presupposti, comuni a ogni mio romanzo, ai quali mi attengo e secondo i quali procedo. Mi inserisco in un genere che ho amato e che amo come lettore, rispettandone i canoni ma inserendovi elementi nuovi o variandone alcune strutture consolidate. Questo perché preferisco agire direttamente sull’innovazione, piuttosto che sulla variazione della ripetizione. L’obiettivo è semplice: offrire a chi legge l’opportunità di godere del genere letterario che predilige – con le sue regole e i suoi inevitabili “ritorni” – introducendovi elementi di novità che accrescano il piacere della lettura e stimolino l’attenzione e il senso critico, senza per questo divenire motivo di appesantimento o di disturbo. Può riuscirmi bene o meno bene, ma quelli sono gli intenti.
Se, come sostiene Eco, scrivendo ci si rivolge a un lettore ideale, il mio lettore ideale sono io. Scrivo, insomma, ciò che a me per primo mi piacerebbe leggere. Alcuni lo riterrebbero un suicidio a livello di marketing, ma, fortunatamente, nel tempo ho scoperto (non senza comprensibile sollievo) che esistono altri lettori come il sottoscritto. Tracciarne un profilo di massima non è difficile. Basta possedere la capacità di distinguere tra le proposte letterarie che – indipendentemente dai generi – tendono a moltiplicarsi spinte da impulsi squisitamente commerciali e quelle che, pur con i propri inevitabili limiti, inciampi e sbavature, provano quantomeno a continuare un cammino letterario che eviti di impantanarsi nelle facili – sia pur remunerative – ripetizioni. In un Paese che tende a celebrare il luogo comune come un valore nazionale, quanto sopra può essere arduo e divenire frustrante.

La Sentinella è un romanzo che oggi viene inserito nel filone fantastico/distopico e che trent’anni fa avremmo potuto trovare nella storica collana mondadoriana “Urania”, magari firmato da uno sconosciuto autore americano. Mi sarebbe piaciuto trovare questo romanzo quando ero adolescente, tra gli scaffali del negozio di compravendita di libri usati nel quale mi rifornivo. Mi ci sarei appassionato. In qualche modo, almeno in parte, avrebbe contribuito a formare i miei gusti, ad ampliare i miei punti di vista e forse, molto del protagonista sarebbe rimasto dentro di me. Ma tale libro non c’era, e quindi ho rimediato scrivendolo io ora.

Di solito la base di un romanzo (o di un film) distopico poggia sulla descrizione di una società disumana, ingiusta, dittatoriale o comunque spersonalizzante (ci sono le eccezioni, ma solitamente funziona così). Poco importa quali siano le origini o i motivi di un tale stato di cose (vedi ad esempio lo straordinario il romanzo di Bradbury, Fahrenheit 451, o, tra i film, il suo clone Equilibrium), l’essenziale è che il plot riesca a catturare il lettore/spettatore cui è destinato. Molto spesso, tuttavia, la genesi di tali ambientazioni è a dir poco pretestuosa o francamente irrealistica, e può essere riassunta nel concetto: pochi uomini cattivi opprimono tanti uomini buoni. Il che naturalmente è lecito, anche se un pochino sbrigativo. Come dicevo, l’essenziale è che il prodotto funzioni. E quello che Hitchcock definisce “McGuffin” – il motore della trama – non sia gravato da troppi dettagli poiché non abbiamo a che fare con un saggio o un documentario. D’altro canto, si può anche provare a procedere da premesse meno inflazionate rispetto alla dicotomia “pochi e potenti malvagi vs una comunità di buoni”. Nulla lo vieta, a patto di non divenire eccessivamente didascalici.

Ne La Sentinella i guai della società nascono, al contrario, da una società benevola ma inadeguata. Non ci sono cattivoni che si divertono ad angariare i loro simili tanto per farlo o adducendo pretesti inconsistenti, ma vengono invece esaminate ciò che io ho definito le conseguenze del Bene, che possono risultare non meno devastanti di quelle del Male, se tale bene non si è in grado di organizzarlo e gestirlo, o – e questo è il caso del romanzo – si basi unicamente sulla convinzione che l’essere umano, liberato dai suoi nemici naturali (ignoranza, accidia, qualunquismo, diffidenza, aggressività) sia in grado di gestirsi rettamente e in autonomia. Naturalmente non è così. Ce lo dice il buon senso, prima ancora che la Storia. Le missioni di peace keeping falliscono non a causa dei loro inevitabili limiti (non solo, almeno) ma perchè le difficoltà che incontrano sono ben più complesse rispetto al semplice abbattimento di un dittatore, per feroce e organizzato che possa essere. Spesso, un’intera popolazione è coinvolta nell’odio e nei conflitti (guardiamo i Balcani, la Somalia, il Medio Oriente), e – a dispetto di ciò che dichiara – ha altre priorità rispetto alla pace, alla giustizia e al benessere. Di solito vuole essenzialmente la Vittoria, non la Pace. O comunque vuole prima l’una e solo dopo l’altra. È la storia del mondo, almeno a mio modo di vedere le cose.
Bene, La Sentinella trae i propri presupposti da queste riflessioni, che magari non sono più interessanti di un qualunque “McGuffin” ma che, se non altro, appaiono più realistiche, e come tali permettono al lettore di riconoscere analogie con ciò che è all’origine delle sue singole azioni nel mondo, sia pure – fortunatamente per lui – in un contesto meno drammatico e pericoloso, anche se non meno infido. Il protagonista de La Sentinella toccherà invece con mano l’impotenza di un Bene (vero o fittizio che sia) calato dall’alto e sarà costretto dagli eventi a schierarsi, decidere in cosa credere e che decisioni prendere.
In definitiva, La Sentinella nasce nella convinzione che un prodotto di intrattenimento possa “intrattenere” di più – e non di meno come luogo comune vuole – se affonda le radici in ciò che conosciamo e con cui ci misuriamo, sia pure in forme diverse. E’ mia opinione che in questo modo saremo in grado di comprendere meglio ciò che pensa, decide e compie il protagonista, e potremo stabilire in che misura trovarci d’accordo con lui, partecipare alle sue scelte, interrogarci sui suoi dubbi, e quanto meno confrontarci con i suoi valori e i suoi limiti, senza per questo smettere di divertirci.

(Riproduzione riservata)

© Claudio Vergnani – © 2015, Gargoyle

 

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BRANO da La Sentinella di Claudio Vergnani © 2015 Gargoyle:

Più tardi il Capo A, indossata la veste liturgica assistito dal Capo C, celebrò la messa. Per l’occasione c’eravamo tutti, anche quelli che ancora non si erano rimessi completamente. Eravamo puliti, nutriti, medicati e abbastanza riposati. nonostante la cappella fosse piccola, rimanemmo seduti distanti l’uno dall’altro. In quel caso non c’era più un problema di diffidenza, ma solo la necessità del raccoglimento interiore. Le Sentinelle che non erano di guardia parteciparono alla funzione.

Il Capo A lesse le parole della Genesi, che più che mai sembravano aver trovato la loro incarnazione in quel periodo tribolato.
«…Il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché ritornerai nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai».
Lasciò che meditassimo su quelle parole, chiuse il libro e lo poggiò sull’altare. Ci guardò e aggiunse: «Se siamo qui – se siete qui – è perché comprendiamo, o ci sforziamo di farlo, da un lato la nostra condanna, che è chiara nelle parole che abbiamo appena ascoltato, ma dall’altro il nostro ruolo in quella stessa condanna, e il senso più profondo di essa. non solo sterile punizione», ci guardò a uno a uno in viso, «ma anche un mezzo per riflettere sui propri limiti, dare loro un senso e una motivazione, e infine superarli».
Tacque, assorto, come seguendo lui per primo tale pensiero. «Credo che se dio avesse veramente voluto punire l’uomo, Adamo ed Eva sarebbero morti, il diluvio ci avrebbe cancellato e Satana avrebbe dilagato sulla terra. Credo – che egli mi perdoni – che volesse servirsi del castigo per obbligarci a riconoscere che la Creazione non è finita, che è tuttora in atto, e non finirà mai, e che è compito nostro sforzarci di riconoscerla, accettarla, amarla. e pagarne il prezzo, sapendo che è un prezzo altissimo».
Girò intorno all’altare e scese tra i banchi. «Proprio così, la Creazione non è da confondere con la Vita, che è un dono che Dio ci ha fatto. la Creazione è fatica e sofferenza, e a volte morte, ma tutte insieme ci indicano la via per continuare a progredire.
Sarebbe bello e comodo progredire negli agi e nel piacere, ma sono la sofferenza, la fatica e la paura i cardini che ci indicano la via e ci conducono lontani da ciò che eravamo e più vicini a ciò che potremo essere. in qualche modo, entro certi limiti, la Selezione è un’allegoria di questa via. Avete patito la paura, il dolore, la fatica, l’angoscia, il freddo, la fame, la sete, la debolezza dell’uomo davanti a ciò che non può controllare. Avete visto morire dei fratelli e delle sorelle. avete toccato una volta di più con mano la mancanza di Misericordia. E non c’è nulla come la mancanza di Misericordia per stimolarne il bisogno. avete provato sulla vostra pelle l’indifferenza di ciò che sta sopra rispetto a ciò che sta sotto e nessuna spiegazione, o logica, o ragionamento ha potuto confortarvi. Mi avete visto uccidere dei fratelli. Avete veduto in me e nei miei uomini la mancanza di carità e la ferocia della Bestia. e forse per questo un giorno verrò confitto nel più profondo dell’inferno. Ma…», si interruppe per un momento, «…tutto ciò ha creato qualcosa che è al servizio di una causa, e che non avrebbe potuto esistere senza il dolore, la fatica, lo sgomento, la morte, il terrore che ha dispensato. Superandoli, la Creazione è potuta andare avanti. e ha creato voi».
Si interruppe, e ritornò a grandi passi all’altare.
«Mi vengono in mente le parole di uno scrittore, che tanto tempo fa, forse inconsapevolmente, espresse lo stesso concetto, meglio di quanto abbia potuto fare io». Chiuse gli occhi e recitò: «“dobbiamo rendere grazie alla tristezza, poiché ci mostra la pietà; alla paura, perché ci insegna il coraggio, e al mistero, quando è davvero un mistero”». riaprì gli occhi.
«Preghiamo ora».
Si inginocchiò a testa bassa, e noi facemmo altrettanto. Rimanemmo a capo chino a lungo, più a lungo di quanto preveda qualsiasi messa, il tempo necessario perché qualche grosso nodo dentro di noi iniziasse pian piano a sciogliersi. il mio, di nodo, era enorme. un assassino era tra noi, e per qualche motivo, io non lo denunciavo. Volli pensare fosse in qualche modo parte di quel mistero, che rimane tale, di cui ci aveva parlato il Capo A.
Facendo la comunione non cercavo, né ebbi, illuminazioni di alcun tipo. Tuttavia, mentre lasciavo la cappella, cominciai a provare la sensazione che tutto quanto stava accadendo avesse un senso. Quel senso che non avevo trovato nella lettura della Bibbia o in quanto era accaduto in quei giorni. Non sapevo ancora quale, ma, come aveva detto il Capo a, la Creazione non era ancora finita, e non si può dare un senso a qualcosa
che non è ancora avvenuto.

(Riproduzione riservata)

© Gargoyle Books

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Claudio Vergnani è nato a Modena nel 1961. Conseguita la maturità classica, s’iscrive a giurisprudenza  che lascia dopo qualche anno. Passa quindi da un mestiere all’altro – carriera militare, palestre di body building, ditte di trasporti, agenzie di pubblicità, società di consulenza – sempre perennemente fuori parte e costantemente in fuga. È autore della trilogia vampiresca Il 18° vampiro, Il 36° Giusto e L’ora più buia, e de I Vivi, i Morti e gli Altri, tutti pubblicati da Gargoyle. Ha pubblicato Per ironia della morte (Nero Press 2013) e Lovecraft’s Innsmouth (Dumwich 2015, versione ebook e in classifica horror Amazon).

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