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MARCO GHIZZONI racconta I PECCATI DELLA BOCCIOFILA

aprile 29, 2015

Marco GhizzoniMARCO GHIZZONI ci racconta il suo romanzo I PECCATI DELLA BOCCIOFILA (Guanda). A seguire, le prime pagine del libro.

di Marco Ghizzoni

La storia narrata ne I PECCATI DELLA BOCCIOFILA, secondo e non ultimo episodio della serie di Boscobasso, non poteva che scaturire direttamente dai pensieri del protagonista assoluto del primo romanzo, quel maresciallo Nitto Bellomo che dà appunto il titolo a IL CAPPELLO DEL MARESCIALLO. Già scoglionato di suo, e assai provato dalla dipartita dell’Edwige, sente odore di guai fin da quando lui e i suoi uomini vengono ingaggiati per il servizio d’ordine durante l’inaugurazione del nuovo bocciodromo comunale con bar annesso dato in gestione nientepopodimeno che a una brasiliana. Sposata, certo, ma sempre di brasiliana si tratta, con tutto ciò che tale mitologica figura rappresenta nell’immaginario collettivo maschile.
Tutto lì da vedere, del resto, a partire dall’attesa carica di aspettative che ne scaturisce fino al pienone che saluta l’arrivo del sindaco Ferraroni e del suo fido braccio destro don Fausto, a cui va il merito- per alcuni il demerito- della creazione di una bocciofila in grado di gareggiare nel torneo provinciale di bocce.
L’Alma Mater, questo l’altisonante nome assegnato alla squadra, capitanata dall’abilissimo bocciatore nonché crapulone Dermille Valcarenghi- 73 anni di bagordi e non sentirli- può seriamente puntare alla vittoria che significherebbe portare parroco e primo cittadino agli onori della cronaca e negli annali di Boscobasso.
Peccato che il maresciallo Bellomo non si sbaglia, e, una scazzottata, un avvelenamento, un caso di scomparsa e un’indagine che non s’ha da fare metteranno i bastoni tra le ruote alla neonata attrazione di Boscobasso.

In un’estate calda e appiccicosa come solo la bassa padana può regalarci- e ve lo dice uno che in quella stagione preferirebbe andare in letargo- le passioni si incendiano e si intrecciano ad adulteri reali e presunti, maldicenze e drammi della gelosia, invidie ed equivoci, fino a sfiorare la tragedia vera che non risparmia nessuno.

Nulla di autobiografico, ma niente di più vero. Perché si sa che il vizio è donna e la carne è debole: soprattutto laddove il primo manca e la seconda comincia a cedere inesorabilmente alla forza di gravità.

(Riproduzione riservata)

© Marco Ghizzoni

* * *

Le prime pagine di I PECCATI DELLA BOCCIOFILA di Marco Ghizzoni (Guanda)

Il maresciallo Bellomo aveva già le palle girate e non erano
che le dieci di mattina.
Le persone avevano cominciato ad assieparsi sulla nuova
strada da Cremona un’ora prima creando una ressa ingestibile
per lui e i suoi uomini. Di mandare rinforzi, neanche
a parlarne, così la tangenzialina – come la chiamavano a
Boscobasso – era bloccata e rimbombava di clacson e insulti.
E tutto per un bocciodromo, aveva pensato il Bellomo
alzando gli occhi al cielo.
Il sindaco Ferraroni sarebbe arrivato di lì a poco per il taglio
del nastro, e poi tutti dentro a rimpinzarsi di cibo e alcol
gratis! Non fosse stato per quel particolare, e per la curiosità
di vedere se tutte le dicerie sui gestori fossero fondate, lì ci
sarebbe stato il deserto e il maresciallo se ne sarebbe stato in
panciolle in caserma aspettando che anche quel sabato passasse
indisturbato.
Mentre l’appuntato Cannizzaro si affaccendava a smistare
il traffico implorando – perché gli ordini e la divisa non servivano
a nulla – le persone di farsi un po’ da parte, il brigadiere
Mancuso se ne fregava altamente e ammiccava a ogni sottana
sotto i quaranta che intravedeva tra la folla. Facciamo anche
sotto i cinquanta.
La sua speranza era che, con un bicchiere in più, almeno
una di loro si lasciasse andare quel tanto che bastava per fargli
passare una notte di follie. Non chiedeva tanto; dopo mesi
di astinenza, poi!
Per il brigadiere quella era l’occasione giusta: confusa, ufficiale,
insospettabile. E anche lui moriva dalla voglia di vedere
questa barista di cui tanto si parlava in paese. Si diceva
sempre un gran bene delle brasiliane.
Nel bel mezzo di un’inversione a U di un automobilista
incazzato nero, il Cannizzaro si sentì chiamare dalla ricetrasmittente:
« Crrr… appuntato, qui maresciallo. Crrr… com’è
la situazione? »
E come vuole che sia, pensò lui, premendo il pulsante giusto
in tempo per far arrivare alle orecchie del Bellomo uno
sbuffo eloquente.
« Crrr… come può immaginare, non molto buona. Crrr. »
« Crrr… a che ora arriva quel rompipalle del Ferraroni?
Crrr. »
« Crrr… alle dieci, maresciallo. Ma sarà in ritardo come
al solito. Crrr. »
Pure, pensò il Bellomo; andiamo bene.
Un’ovazione accolse l’auto del sindaco quando, alle dieci
e dieci, avanzò tra la folla spazientita e parcheggiò davanti
all’ingresso del bocciodromo.
« Alla buon’ora! » urlò qualcuno da lontano, e il maresciallo
gli fece eco nella sua testa. Già era un supplizio starsene
lì, se poi quello non si dava una mossa…
Il Ferraroni scese dalla macchina con tanto di fascia tricolore
al petto, un po’ troppo, pensò il Bellomo, vista la situazione.
Dal lato conducente, invece, a gran sorpresa si palesò
don Fausto.
Be’, cos’era questa storia? Addirittura il parroco?
« Cari concittadini! » esordì il sindaco. « Sono lieto di
comunicarvi che oggi è un giorno speciale per Boscobasso.
Un nuovo bocciodromo non significa solo un nuovo locale
dove bere tanto e mangiare bene, ma significa soprattutto
un campo di bocce regolamentare e la possibilità, quindi, di
partecipare ai campionati provinciali di serie B. »
Altra ovazione.
« E di questo dobbiamo essere grati soprattutto a don
Fausto che ha deciso di condividere con noi questa straordinaria
esperienza impegnandosi nella creazione della bocciofila
Alma Mater di Boscobasso che, sono sicuro, saprà onorare
questo nome così suggestivo ed evocativo. »
Il cielo fu scosso da un « Grande don Fausto! » e finalmente
il nastro fu tagliato.
« Era ora » sbottò il Bellomo, che si mise sulla porta a gestire
il traffico umano che assaltava l’ingresso.
Entrò per ultimo, lasciando sfilare anche un sudatissimo
Cannizzaro e un paonazzo Mancuso. Uno spuntino lo avrebbe
fatto volentieri pure lui e, già che c’era, avrebbe buttato
un occhio a questa barista da Copacabana per vedere se poteva
anche solo essere paragonata alla sua Edwige.
Non ebbe neanche bisogno di adocchiarla per avere una
risposta; gli bastò incrociare gli sguardi di alcuni ragazzi che
si allontanavano dal bar con le bottiglie di birra in mano.

(Riproduzione riservata)

© Guanda

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© Letteratitudine

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