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PIER FRANCO BRANDIMARTE racconta L’AMALASSUNTA

maggio 2, 2015

Pier Franco BrandimartePIER FRANCO BRANDIMARTE ci racconta il suo romanzo L’AMALASSUNTA (Giunti), vincitore del Premio Calvino 2014.
Un estratto del libro è disponibile qui.

di Pier Franco Brandimarte

Signor Maugeri, come le avevo scritto mi sono messo a tavolino per raccontare il libro ma dopo diversi tentativi devo ammettere di non esserci riuscito e di non riuscirci, e non si tratta di ritrosia o mancanza di adattamento ma di non cogliere a pieno, in forma piana, ciò che mi sembra l’aspetto per me più importante della cosa; naturalmente per ogni scrittore il suo libro si ammanta di significati esagerati e s’imbeve di un mare di sensazioni, di farfalline, che probabilmente riguardano solo lui e se quelle farfalline sono ricadute o meno dentro la prosa chi lo sa, e si può risultare quindi ridicoli, gonfiare qui e là ciò che risulta nel romanzo. Forse il tentativo di fondo è stato quello di cogliere una sensazione di pochi secondi, non di raccontarla ma di coglierla facendola restare impigliata nelle maglie dello scritto come si lancia un retino nell’aria nella speranza ci siano le farfalle che si voleva intrappolare – mi sto accorgendo del ritorno insistito delle farfalle contro cui, devo ammettere, non nutro interessi venatori o scientifici particolari.
Copertina L'AmalassuntaSe c’è di mezzo la poesia, in un modo clandestino, sono restio ad ammetterlo, ma il tentativo è in ogni modo poetico nel senso di rendere palpabile un oggetto che non lo è, parlo di una fascinazione che mi prese guardando le opere di un pittore a me sconosciuto. Successivamente, sapendone la storia, ho cominciato a vedere le due cose, la vita e l’opera di quest’artista, come una sorta di enigma, di enigma però personale, intimo: avevano stranamente a che fare con me e mi permettevano, per rifrazione, di dare adito a una serie di impressioni e divagazioni fondamentali, per cui la spiegazione che cercavo a parole per quei secondi di intenso piacere, non poteva che attraversare quella congerie, non si poteva quindi arrivare subito a dire cos’era stato il succo della cosa senza fare quel percorso, senza far andare il famoso retino per tutta una parabola istintiva fino al punto in cui lo sciame, o la sola farfalla, doveva svolazzare – per poi avvicinarsi con un certa preoccupazione alla trappola nel timore che fosse rimasta vuota. Mentre andavo scrivendo su questa incerta traiettoria, verso la fine del percorso, ho avvertito per fortuna che un minimo successo, almeno una risposta, l’avevo ottenuta, e quello è stato un momento memorabile. Spero che, se tutto va bene, seguendo questa strada sulla pagina anche il lettore possa per qualche istante avvertire l’emozione che mi è capitata e che, tanto per dire, non riguarda soltanto l’appagamento di un possedere ma anche la limitatezza di questo prendere, quindi una cosa che ha del piacevole e del terribile, uno stato simile alla contemplazione di un vasto panorama che lascia stupefatti e delusi per quella laterale constatazione del cadere, del mancare. Mi scusi allora per l’incomprensione e per l’abbozzo.

p.s. Mi rendo conto d’altra parte di aver incominciato in un modo e finito in un altro: se dopotutto si può prendere la disdetta come un abbozzo di racconto di romanzo, e se si capisce che L’Amalassunta non è una specie di farfalla, anche se potrebbe (basta farfalle), si può ritenere buona questa, e via.

(Riproduzione riservata)

© Pier Franco Brandimarte

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