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FULVIO ERVAS racconta TU NON TACERE

maggio 6, 2015

FULVIO ERVAS ci racconta il suo romanzo TU NON TACERE (Marcos y Marcos)

di Fulvio Ervas

Sì, sì, fatti le analisi del sangue, che con quel po’ che ci capisci di glicemia e colesterolo t’illudi di capire di corpo e salute.
Che sono continenti misteriosi, miscela di cromosomi e pizza ai quattro formaggi, di respirazione e stress da Collegio Docenti, una dose di “prendiamola con filosofia” e un chilo “di qualcosa si deve pur morire”.
Il corpo: il nostro tutto, l’oceano biologico, energia, percorso, sino al punto.
Io ne provo attrazione, per il corpo e per il suo stato, la salute. La salute come la grande proprietà, la conquista, il bene prezioso, il calendario dei giorni con uno smile spontaneo.
E ho provato a raccontare un po’ il corpo e un po’ la salute. Era una sfida: si può trovare un modo per raccontarli?
Ma chi poteva raccontarlo, un mondo così affascinante e, però, intricato?
Lorenzo, un giovane aspirante medico, che la vita mette di fronte ad un’esperienza molto forte: il padre, Paolo, subisce un grave incidente stradale e ne deriva una tremenda infermità. Ma Lorenzo, testardo, curioso, energico, mentalità scientifica, sente che il padre non è stato soccorso adeguatamente, che c’è stato un errore dei medici e che la vita di Paolo si è giocata anche in quel porto di salvezza che dovrebbe essere l’ospedale.
E vuole capire. Vuole verità. Vuole esplorare quel territorio che si estende tra il curare bene e il curare male.
La vicenda di Lorenzo, che è tratta da una storia vera, è il viaggio di un giovane uomo che cresce nonostante la voragine che gli si apre davanti, la perdita del padre. E’ un viaggio per misurare i propri affetti, le relazioni familiari (con la madre Elisa e i fratelli Laura e Alvise), per comprendere come si ridisegni l’ecosistema degli affetti dopo una tempesta, ma anche capire se abbia per davvero scelto la giusta professione, per misurare la natura e la trasparenza dei macrosistemi (Sanità).
Perché mi è venuto lo schizzo, dopo aver visto che il mio colesterolo è a quota 242 sul livello del mare (qualche decennio fa, con gli stessi valori, sarei stato moderatamente sano), di parlare, oltre che di corpo e salute, anche di Sanità?
Lei. Il Macrosistema. L’Incrocio degli Incroci.
Per la verità, a me piace pensare alle persone come a degli incroci. E lo siamo, dal punto di vista genetico: cromosomi di una madre e di un padre. I genetisti britannici avvertono, tuttavia, che ogni dieci nati in terra d’Inghilterra, almeno uno ha i cromosomi del postino.
Siamo, perciò, più “incroci” di quello che crediamo. Siamo attraversati da una fitta rete di direzioni e diramazioni. Noi stessi attraversiamo gli altri.
Si tratta, comunque, di un incrocio relativamente semplice. Anche se possiede tutto il valore della nostra speciale esistenza.
Proviamo, però, a cambiare scala.
La relazione dei medici di base della mia regione, il Veneto, ricordava che nel 2014, i contatti con i pazienti, cioè le visite, sono state all’incirca 40 milioni. Ogni cittadino veneto si è rivolto al medico di famiglia all’incirca 8 volte in un anno.
Immaginiamo di sommare gli accessi dell’intera rete regionale, sommiamoci anche le utenze delle strutture ospedaliere nazionali, e navighiamo sull’onda di cifre a sei zeri.
Un primo cenno di complessità, fornita dai numeri.
Nel Sistema Sanitario ogni persona-incrocio porta con sé una sua percezione della malattia e della cura; avrà un suo linguaggio, una sua storia, una sua immaginazione; elaborerà gli accadimenti con la sua particolare sensibilità e maturità.
Perché ciascuno ha il suo colon irritabile, cerco di spiegare nelle ore di Anatomia e Fisiologia umana al Liceo. Anche se, poi, non so dare un’esatta risposta, alla domanda seguente: “Prof, perché il colon è così irritabile? C’è qualcuno che lo detesta? E’, forse, un tipo così antipatico?”
Non saprei, ed è anche difficile capire come mai, da un punto di vista evolutivo, si sia selezionato un colon con un alto tasso d’irritabilità. Dato il fastidio che ci provoca, avrebbe dovuto estinguersi. Nemmeno è spiegabile come colon irritabili abbiano potuto generare una folta discendenza. Nessuno di certo, vorrebbe chiedere a Babbo Natale un colon irritabile come regalo.
“Allora perché, prof?”
Forse perché sopporta il cervello, azzardo. Il grande connettore.
Cosa connette, invece, le grandi compagnie assicurative e le industrie del farmaco con la disposizione dei tavoli per gli esami di accesso alle facoltà di medicina? Cosa collega tabelle statistiche, ricerca molecolare con una schiera di aspiranti medici?
Il Sistema Sanitario.
In quale altro luogo convergono il progresso sociale, l’andamento economico, il patto solidale tra cittadini, la scienza, la malattia, la cura, la speranza, la rassegnazione, la fragilità biologica, la forza morale?
Il quale altro luogo, si confronta la dimensione particellare del paziente con quella gravitazionale del macrosistema?
Chi, più del Sistema Sanitario, può perciò essere indicato come l’Incrocio degli Incroci?
Chi più di uno scrittore può provare ad attraversarlo, passandoci indenne?
Così credevo.
Che facilone…
Nel romanzo, non in ordine di apparizione, troviamo Lorenzo, due fratelli, una madre, tre donne (Tosca, Norma e Tina) che gestiscono la T.N.T. (azienda che fa tutoring alla persona contro danni medici), Michela fidanzata di Lorenzo, il dottor Clown, Betty che non sta per niente bene, altri personaggi che mi sfuggono e, oltre il citato colon irritabile, fegati, cistifellee e quel gran simpatico del sistema immunitario (I love you, piccolo, dacci dentro sempre!).
E un prof di Scienze, che in qualche modo, pallidamente, avrei dovuto essere io. Che sono uno scrittore che non ama ricorrere alla prima persona, che si trova a suo agio nella tana del narratore impersonale e non vorrebbe scrivere della propria vita, dettagli del suo armadio, fastidi dell’infanzia, perché chissenefrega della vita dell’autore, un settemiliardesimoduecento milioni dell’umanità?
Invece è accaduto che scrivendo di corpo, salute, Sanità, io abbia dovuto farne esperienza diretta attraverso i miei cari.
Come se scrivendo di rotaie ti passasse un treno nel salotto; o di battute di caccia e ti fulminassero con la doppietta mentre stai sognando una distesa di porcini elefantiaci.
Così, a libro quasi ultimato, nel mese di novembre, mia madre incappa in una endocardite batterica tardivamente diagnosticata e mia moglie viene falciata sulle strisce da un autista un po’ distratto. Un po’.
Vivo i patimenti di Lorenzo.
Faccio esperienza di disattenzione medica e di grande eccellenza. Di sciatteria e grande empatia (che è poi un efficace strumento clinico).
Finisco col chiedere a Lorenzo, come racconta il romanzo, se mia moglie si sarebbe salvata, se i medici, contrariamente a quanto accaduto a suo padre, sarebbero stati all’altezza.
E Lorenzo mi rassicura.
Lorenzo sente che andrà tutto bene.
L’autore, che è vivo, parla con il suo personaggio, che è solo riga su carta, per poter sciogliere l’angoscia, vera, che lo sta attanagliando.
Questa è la forza della narrazione: una buona medicina.
Quindi, se mi chiedessero, che romanzo hai scritto?
Risponderei che mi sono fatto un esame del sangue.
Succede, senza volerlo, che anche uno scrittore si faccia un’analisi del sangue, ogni tanto.
E non per cercare il tasso di colesterolo.
Ma le arterie più profonde della vita.

(Riproduzione riservata)

© Fulvio Ervas

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L’incipit di TU NON TACERE (Marcos y Marcos)

Alvise vorrebbe che imparassi il mestiere del camionista o del milionario, Laura mi vede chirurgo estetico e mia madre s’accontenterebbe che lavorassi con autentica passione. Io, per il momento, frequento medicina. Alvise, mio fratello, ha nove anni, non vuole crescere e nemmeno studiare, non gli piace né la storia né l’inglese, le merendine sì, dormire sì, stare sul divano anche. È un buon esercizio per imparare a tenere gli occhi chiusi, dice. Laura, mia sorella, frequenta il quarto anno del classico, al posto dei brufoli le è scoppiata la passione della pallavolo: scuola, allenamento e capelli ricci legati con l’elastico. E un fidanzatino che prova a suonare il sassofono. Mia madre Elisa ha quarantasette anni, una testona di capelli, è alta, veste sportivamente, le piacciono i maglioni larghi perché comincia ad avere un po’ di pancetta. Appena appena. In piazzale Sicilia c’è il suo negozio di prodotti biologici, alimentari e per la bellezza del corpo. Ci si trova di tutto: azuki, riso Venere, propoli, creme di aloe, pappa reale. La pappa reale è d’obbligo per tutta la famiglia, specialmente nel passaggio dall’inverno alla primavera. Io merito, regolarmente, un supplemento esami, Laura la dose ‘ciclo mestruale’, Alvise invece non ne vuole sapere, non c’è verso di fargli ingoiare quel minuscolo cucchiaino di pappa reale. La sputo! urla. E la sputa. Alvise è tosto, forse più di Laura. Del resto mia sorella è capricorno e mio fratello ariete. Non che ci creda molto, ai segni zodiacali. Mia madre è acquario. Anche mio padre era acquario. Si chiamava Paolo, aveva cinquantadue anni. Calendario inceppato, un mese fa.

(Riproduzione riservata)

© Marcos y Marcos

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Ervas_Mantova012_01Fulvio Ervas è nato sotto il segno del leone, nell’entroterra veneziano, qualche decina d’anni fa. Ha gli occhi molto azzurri e li usa davvero per guardare; affascinato dalle particelle elementari, da tutti gli animali e dalle storie, insegna scienze naturali e scrive.
Il suo primo romanzo (La lotteria) parla di nani e di balene, il secondo apre la serie dell’ispettore Stucky (Commesse di Treviso, Pinguini arrosto, Buffalo Bill a Venezia, Finché c’è prosecco c’è speranza, L’amore è idrosolubile, Si fa presto a dire Adriatico). Succulente parla di Portogallo e di mancanza.
Se ti abbraccio non aver paura, che racconta il viaggio in moto per le Americhe di un padre con il figlio autistico, ha vinto molti premi, è stato tradotto in nove lingue e ha dominato a lungo le classifiche dei libri più venduti.
Tu non tacere è il romanzo dove interpreta più scopertamente se stesso, al punto che mentre lo scriveva, d’un tratto, tra narrazione e realtà son caduti i confini: il romanzo è entrato nella vita e la vita nel romanzo, con un travaso inaspettato di emozioni e verità.

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© Letteratitudine

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