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XXI SECOLO di Paolo Zardi (un estratto)

maggio 8, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo XXI SECOLO di Paolo Zardi (Neo edizioni) – tra i dodici libri selezionati per l’edizione 2015 del Premio Strega. Domattina Paolo Zardi ci racconterà il romanzo

La scheda del libro
In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli.
Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra.
Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Opera al contempo intima e universale, “XXI Secolo” è una domanda fondamentale sull’identità e sulla capacità dell’animo umano di sondarne le profondità più nascoste; è il tentativo di comprendere quale significato possano ancora avere, negli anni che ci attendono, la parola “amore” e le sue molteplici forme.

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Un estratto del romanzo XXI SECOLO di Paolo Zardi (Neo edizioni)

Cap. 9

A ben vedere, il mondo non era finito. Si era solo spostato da un’altra parte, più a est, più a sud. L’Occidente aveva esaurito la spinta propulsiva: persa l’ottusa ostinazione con cui aveva perseguito i suoi scopi, smarrita ogni attitudine alla razzia delle risorse altrui. Gli occidentali, semplicemente, non erano più il maschio alfa. Anzi, avevano preso a vergognarsi delle proprie origini. Era stato bello, finché i soldi non erano finiti. E allora mezzo miliardo di persone in sovrappeso, sprofondate da una settantina d’anni in un agio un po’ ridicolo – da tardo impero – si erano trovate, improvvisamente, a dover combattere per sfamarsi. Nessuna di loro sapeva più lottare. Uno studio cinese aveva dimostrato che i testicoli degli occidentali si stavano rimpicciolendo. Ora, per scendere in strada serviva un genere diverso di mammifero: più veloce, aggressivo, con denti aguzzi e artigli affilati. Nella battaglia per la sopravvivenza, si salvavano gli ucraini, i bulgari, i moldavi, i marocchini, qualche nige- riano – gente venuta su in una sorta di privazione atavica, già allenata alla lotta.
Poi c’era la religione. Il mese prima, un Testimone di Geova aveva assaltato una moschea. Da solo, di sera. Il novizio aveva tentato di appiccare fuoco al portone d’ingresso ma nella concitazione del momento la tanica di benzina gli si era rovesciata addosso. Uno dei musulmani, allora, gli aveva dato fuoco, quasi per scherzo. Il novizio non aveva urlato. Si era seduto a gambe incrociate e aveva bruciato in silenzio, come un bonzo. In morte, aveva conservato la dignità che in vita, forse, nessuno gli aveva mai riconosciuto. I musulmani erano stati a guardare perplessi, come fosse un insegnamento, come se in quell’odore di carne arrostita scorgessero il volere di Allah. A Roma, invece, un paio di anni prima, gli attivisti dell’UAAR avevano eretto un muro attorno alla statua di Giordano Bruno. La piantonavano giorno e notte. Si vociferava che la Curia avrebbe voluto sradicarla da Campo de’ Fiori e fonderla per estirparne il ricordo dall’umana memoria. E così, in tutta Italia, in tutto il mondo.
Anche la corsa allo spazio era finita. I governi non lo ammettevano pubblicamente, ma di fatto non c’erano più fondi da destinare alla ricerca spaziale. Allora, il miraggio di un nuovo mondo in cui vivere era svanito e l’uomo si era rassegnato a vivere nell’unico mondo possibile. Alcuni ci credevano, altri no. Ma, come ogni volta, era bastato il sospetto. Da quando in rete era trapelata la notizia della fine dei programmi spaziali, la gente si era riavvicinata alla fede, una fede cieca e corporativa, violenta, egoista, che faceva proseliti con metodi sempre più coercitivi. Negli ultimi anni si era registrato un significativo aumento dei matrimoni religiosi e un incremento delle donazioni dei privati alla Chiesa.
Lui era nato in un ambiente protettivo, ovattato. Era ottimista, e aveva le ossa fragili: due caratteristiche molto pericolose, nel ventunesimo secolo.
Quel giorno cercava di focalizzarsi sul concetto di “resilienza”. Visualizzava se stesso come una sfera di gomma, indeformabile, inattaccabile, ma i ricordi erano un trapano al cervello, una trivella sempre in funzione. Dopo la scoperta del cellulare, ogni istante della vita precedente andava decodificato secondo un nuovo schema interpretativo: sua moglie, la madre dei suoi figli, aveva avuto un amante – e a dire il vero ce l’aveva ancora, da qualche parte, e forse era in attesa di una chiamata, di un messaggio, di una foto che facesse ripartire la loro storia. I possessivi erano la punta affilata di quel tormento: mia moglie, la sua amante, la nostra vita, le loro notti. Qualcosa – forse un mondo intero – apparteneva a lei e a un uomo di cui non sapeva nulla. E l’esclusività di quel legame, il fatto che lui ne fosse tenuto fuori per principio costitutivo, era uno dei tanti dolo- ri che gli stringevano il cuore. Quel segreto così segreto. Tutte quelle ore che lui aveva immaginato in un modo, e che invece erano andate in un altro. Nel passato si era aperta un’enorme ferita che partiva dal giorno in cui aveva conosciuto Eleonore e arrivava fino a quello in cui lei era caduta in coma. Il presente era fatto di rabbia, sgomento, disperazione. Per assurdo, solo il futuro sembrava giustificare una sorta di tranquillità apparente: Eleonore al sicuro, chiusa dentro quel corpo immobile; lui, da solo, a domandarsi cosa non aveva capito.

(Riproduzione riservata)

© Neo edizioni

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Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), spingendo molti a definirlo il miglior scrittore italiano di racconti vivente. Suoi il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e nella rivista Nuovi Argomenti. È il primo autore italiano ad essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto “Sei minuti” in Antropometria, con la traduzione di Matilde Colarossi. Cura il seguitissimo blog grafemi.wordpress.com.

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