PAOLO ZARDI racconta XXI SECOLO

maggio 9, 2015

PAOLO ZARDI ci racconta il suo romanzo XXI SECOLO (Neo edizioni) – tra i dodici libri selezionati per l’edizione 2015 del Premio Strega.  Un estratto del libro è disponibile qui.

Archeologia di un romanzo

di Paolo Zardi

Il tentativo di ricostruire la storia di un romanzo – la sua genesi, lo sviluppo, la conclusione – assomiglia al lavoro di un archeologo che scava tra i resti di una città che ne ha ricoperta un’altra che era stata costruita sulle macerie di un piccolo villaggio: le ciotole e le ossa, i tetti e le fondamenta, si confondono tra loro così bene che l’interpretazione a posteriori finisce per prevalere sulla realtà oggettiva. Ad esempio, quando è nato “XXI Secolo”? Ricordo questo: una sera ho raccontato a Giulia Belloni, l’editor con la quale stavo lavorando per il romanzo “La felicità esiste”, di aver letto una notizia di cronaca nera che mi aveva colpito. Una donna, impiegata in una piccola ditta di pulizie era stata uccisa a casa sua; da principio si è sospettato del marito ma poi si è scoperto che il colpevole era l’amante di lei, un uomo di cui nessuno conosceva l’esistenza. A Giulia ho detto che mi sarebbe piaciuto scrivere una storia ispirata a questo evento. Credo fosse l’autunno del 2011, o la primavera del 2012, eravamo davanti al Duomo di Padova ed era passata da poco la mezzanotte. Questo è il primo frammento di “XXI secolo” che riesco a trovare scavando nel passato.
Come la maggior parte delle idee che potenzialmente possono diventare una storia, anche questa è finita in una specie di incubatrice, dove è rimasta per diversi mesi, a crescere, a farsi le ossa; ne è uscita nel gennaio del 2013, convinta di essere pronta per essere raccontata. Allora, lo ricordo bene, pensavo a un romanzo in due parti ben distinte: nella prima ci sarebbe stata un’indagine di tipo poliziesco per l’identificazione dell’assassino, nella seconda l’indagine, per così dire, esistenziale del marito che cerca di capire chi fosse realmente la vittima, sua moglie. Ho iniziato a raccogliere informazioni cenando con tre avvocati che mi hanno spiegato come funzionano concretamente le indagini, che ruolo svolgono la polizia giudiziaria, il magistrato, il giudice per le indagini preliminari. Mi hanno raccontato alcuni casi reali nei quali erano stati coinvolti. E’ stata una serata molto istruttiva e divertente, ma non è scoccata la scintilla. L’idea di avventurarmi in un terreno che conoscevo così poco non mi convinceva fino in fondo, e alla fine ho deciso di ridimensionarla.
Nel marzo del 2013 ho iniziato a scrivere la storia, dandole il titolo provvisorio “Il matrimonio di Baganis”: il punto di partenza è una donna che viene trovata morta e mezza nuda dai suoi figli, nel salotto di casa. Il marito, amministratore delegato di una grande azienda, uomo di successo, viene sospettato di omicidio ma il dettaglio risulta subito marginale: mi concentro, piuttosto, sul rapporto tra l’uomo e ciò che rimane della sua famiglia. Ad agosto, dopo aver letto “Perché non siamo il nostro cervello” di Noe Alva, un saggio che tenta di smontare il mito della coincidenza tra materia grigia e coscienza, decido che la donna non è morta ma è entrata in coma, rendendo così più drammatica la scoperta del segreto nascosto. I magistrati escono finalmente di scena. Con pazienza, ho modificato tutto quello che avevo scritto ma a settembre, dopo aver provato a far decollare una storia secondaria, che avrebbe visto il coinvolgimento dei personaggi di due miei romanzi precedenti, ho dovuto gettare la spugna.
Mi ero reso conto che non avrei mai voluto leggere quello che stavo scrivendo: c’era un problema evidente sia con la lingua, che mi risultava artificiosa, sia con l’ambientazione, troppo patinata. Da dove ripartire? Qualche mese prima avevo letto “Sparire”, un romanzo di Fabio Viola, che, con la sua vena controllatissima di follia, mi aveva indicato un modo diverso di pensare a un romanzo; in particolare mi aveva liberato da una mia vecchia convinzione, e cioè che tutto quello che succede in un libro debba essere necessariamente realistico. Alla fine di settembre, ho assistito a Pordenone a una chiacchierata pubblica di Martin Amis, che a noi presenti ha dato il seguente consiglio: “quando scrivete un libro, cercate di arrivare in fondo il prima possibile, seguendo l’istinto – le correzioni fatele tutte alla fine”, sconvolgendo così un’altra mia convinzione. Lo stesso giorno, a pranzo, mi ero confidato con Tommaso Giagni, autore anche lui, circa le difficoltà che stavo incontrando con la mia storia, e con la scrittura in generale: quella chiacchierata è stata fondamentale per capire che non ero solo nei miei dubbi e nelle mie incertezze.
E in effetti, grazie a Viola, Amis e Giagni, ai primi di ottobre la situazione si è sbloccata. Ho iniziato a leggere “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow. Nel giro di poche settimane è arrivata la lingua che stavo cercando. L’ho sperimentata subito scrivendo “Il signor Bovary”, un racconto lungo uscito poi per Intermezzi. Era una voce più ruvida di quella usata per i racconti, più grezza, quasi sporca, venata di sarcasmo, carica di aggettivi e di lunghi elenchi, con metafore che attingevano al mondo della meccanica, dell’elettrotecnica; tralasciava alcuni dettagli fondamentali, come i nomi dei personaggi, i luoghi in cui si svolgono i fatti, le date, il finale. Ma soprattutto oscillava, questa voce, tra un’estrema vicinanza al personaggio principale, del quale conosceva ogni movimento interiore, e una distanza enorme, come se il narratore raccontasse la storia sub specie aeternitatis. A novembre del 2013 ero finalmente pronto a ripartire da zero con il romanzo della moglie con un passato misterioso che entra in coma. Il personaggio principale non è più il ricco amministratore d’azienda del primo tentativo lasciato a metà, ma diventa un venditore di depuratori, una piccola vendetta personale verso un tizio che me ne aveva rifilato uno pochi mesi prima. L’ambientazione, vaga come nel libricino precedente, prevede quartieri desolati e decadenti, e una pioggia che non smette mai di cadere. Già al secondo capitolo, però, mi rendo conto che sarebbe bello spostare in avanti le lancette di qualche anno: il ventunesimo secolo di cui decido di parlare non è più la rappresentazione fedele del lato peggiore del nostro presente, ma quell’involuzione che ogni tanto si intravede nelle periferie dell’Occidente, o di certe nostre città. La lingua, infine, riprende in modo più fluido il movimento che avevo provato con “Il signor Bovary”: due voci, una più dotta, l’altra dall’orizzonte culturale più limitato, che continuano a intersecarsi tra pubblico e privato, dramma personale e dramma di un mondo che sta finendo. Gli elenchi che Bellow mi aveva ispirato, e che avevano caratterizzato “Il signor Bovary”, si riducono sensibilmente ma rimane un certo gusto per l’aggettivazione un po’ gonfia.
Per rendere il piatto più saporito, ci trito sopra un po’ di Bauman, letto due o tre anni prima, il principio di indeterminazione di Heisenberg e il teorema di incompletezza di Gödel, la grammatica generativa di Chomsky e gli studi di urbanistica di Lewis Munford, tracce degli studi sul cervello di Julian Jaynes e alcune letture che mio padre, scienziato rinascimentale, mi consiglia di tanto in tanto, ma senza alcuna intenzione di formulare una teoria complessiva del mondo, o di fornire un impianto filosofico a quello che sto raccontando: nel ventunesimo secolo tutto si confonde, in un brodo in stile Wikipedia nel quale è impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò che conta da quello che non conta affatto. In controluce, poi, faccio quello che mi sono sempre divertito a fare: saccheggiare le parole degli altri. Ecco allora una bambina che porta un vassoio con il tè strappata a una pagina di “Guarda gli arlecchini” di Nabokov, la vita di una modista milanese degli anni sessanta descritta da Franca Valeri che fornisce la base per il personaggio della madre del protagonista, il verso di una canzone di Max Gazzè, alcune poesie prese da un libro che non posso rivelare (è un mistero che neppure il libro svela), una raccolta delle parole che stiamo perdendo, Catullo ritrovato in un bacio Perugina, cultura alta e cultura pop che si confondono tra loro… E poi i luoghi, anche quelli rubati in giro: un condominio in via Palmanova a Milano, un quartiere di Poltava, città orientale dell’Ucraina, una casetta dalle parti di Pergine, un palazzo ottocentesco nel quale ho vissuto per due anni. Sono queste le tessere che compongono il mosaico del mio XXI secolo, tracce di letture, di esperienze dirette, mescolate con un po’ di fantasia.
Infine, la conclusione. A maggio del 2014 ho scritto la parola FINE e ho consegnato il manoscritto alla Neo Edizioni. A giugno mi hanno detto che l’avrebbero pubblicato. Editing fino a dicembre – un lavoro paziente, su ogni singola parola. Poi la pubblicazione, la candidatura allo Strega, il clamore sui social per questo risultato inaspettato… Ma se penso a un’immagine capace di concludere questa avventura iniziata tre anni e mezzo fa, mi viene in mente una foto scattata qualche giorno fa in un autobus di Roma da un’amica: un ragazzo sconosciuto che legge il mio libro. Non è questo, in fondo, il motivo per cui si scrive?

(Riproduzione riservata)

© Paolo Zardi

* * *

Paolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo Edizioni, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013), spingendo molti a definirlo il miglior scrittore italiano di racconti vivente. Suoi il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi, 2014). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Rivista Inutile e nella rivista Nuovi Argomenti. È il primo autore italiano ad essere stato tradotto e pubblicato dalla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto “Sei minuti” in Antropometria, con la traduzione di Matilde Colarossi. Cura il seguitissimo blog grafemi.wordpress.com.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: