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ALESSANDRO ROBECCHI racconta DOVE SEI STANOTTE

maggio 13, 2015

alessandro robecchiALESSANDRO ROBECCHI ci racconta il suo romanzo DOVE SEI STANOTTE (Sellerio)

di Alessandro Robecchi

Alla fine, e pure all’inizio, Dove sei stanotte è una faccenda di cose che si mischiano. Perché in una città come Milano convivono mondi paralleli, spesso separati tra loro, che non sono solo culture o etnie, ma vite, posti, quartieri, speranze, ingiustizie, ambizioni, orizzonti. E se il giallo, il racconto noir, la trama che segue i suoi snodi, è occasione per mischiare le carte, per far accadere qualcosa che è fuori dall’ordinario scorrere delle cose… ecco, appunto: mischiamo, che il mondo è lì per quello. E quanto a Milano, poi, che è vittima contenta di molti luoghi comuni (con molta verità, come nei luoghi comuni, ma che è bello smentire e sbugiardare, come i luoghi comuni), non c’è che da scegliere, perché basta qualche via in qua o in là per cambiare scenari, sapori, odori, suoni, posizioni sulla scala sociale.
Credo che un buon giallo sia prima di tutto una serie di fili dipanati, storie e vicende che accadono, personaggi che riempiono la scena. E che alla fine il piacere della lettura sia vedere come quei fili si ricongiungono e si saldano, come ciò che era apparentemente inspiegabile si spiega. Un meccanismo, un incastro. Sembrerebbe una faccenda tecnica, e invece no. Perché quei fili che corrono, quelle vicende che si intrecciano e quelle vite che si scontrano, anche violentemente, si muovono su una scena, e la scena cambia, racconta di città diverse nella stessa città, di umanità disparate (pure disperate, a volte).

Così il bon vivant Carlo Monterossi, agiato, mediamente colto, spacciatore suo malgrado di schifezze televisive, incontra misteriosi assassini, e per mettersi in salvo fugge esule nella sua città, Milano. Fuggiasco a un chilometro da casa, ma in un luogo lontano anni luce: altre vite, altre sfide, altri problemi, una comunità con i suoi buoni e i suoi cattivi, le sue dinamiche, le sue battaglie (e altro intreccio noir, se volete saperlo, ma più in là di così della trama non voglio dire). Ecco: un cattivo che ha perso il suo posto fisso di cattivo e fa il cattivo in proprio, una vittima innocente, un borghese infelice di successo che fa sia la preda che il cacciatore, un vice sovrintendente di polizia bastonato dalla vita, un avventuriero urbano. E poi una comunità di periferia (al quartiere Corvetto) che mena la sua, di vita, con tutt’altri parametri e obbiettivi, e una coppia di anziani coniugi peruani che guida in qualche modo la sua “resistencia”. E altro, come il design cattivo della città, per esempio, e le velleitarie rivolte che si porta appresso.
Come lo scanzonato Monterossi attraversi tutto ciò, armato del suo strano senso della giustizia, è questione che riguarda il noir. Ma quel che vede nel frattempo, durante l’azione, nell’affrontare le curve anche improvvise della sua vicenda, è, appunto qualcosa che si mischia. La Milano dei quartieri alti, design e Grandi Eventi (eh, già, l’Expo…) e la Milano dell’immigrazione; lo scintillìo da alti redditi e il sadismo burocratico per poveri. Buoni e cattivi, certo, ovvio, come al solito, ma anche qui qualcosa si mischia: i cattivi hanno i loro buoni motivi, i buoni possono diventare cattivi, se serve. Mi è venuto in soccorso il Bob Dylan di Absolutely Sweet Marie, piazzato in esergo: “Per vivere al di fuori della legge devi essere onesto”, ed ecco altre cose che si mischiano alla meno peggio: legge e giustizia.
Poi si riannodano i fili: il perché della caccia, il movente, le trappole e il finale dove tutto si riaggancia, con i colpi di scena del caso, perché il meccanismo deve girare e non incepparsi. Ma intanto, seguendo i fili, si sono visti un po’ di quei mondi, e li si è mescolati e attraversati. Tutto qui, una faccenda di cose che si mischiano, che parte da un giapponese morto e arriva a una città (tante città) viva. Con uso di amore, e morte, e buoni, e cattivi e tutto il resto. Un giallo, insomma, che come al solito è un buon pretesto per raccontare d’altro.

(Riproduzione riservata)

© Alessandro Robecchi

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Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).

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