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LA GRANDE MENZOGNA: di Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella

maggio 21, 2015

Pubblichiamo un estratto del volume “LA GRANDE MENZOGNA. Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla I guerra mondiale“: di Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella (edito da Dissensi)

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“DA MORTI A CADUTI. L’USO POLITICO DELLA MEMORIA”

(Cap. 12 de La Grande Menzogna – tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla Prima Guerra Mondiale, Valerio Gigante-Luca Kocci-Sergio Tanzarella, © Dissensi 2015, pp. 162, € 13,90)

 

Camminare per le vie di una città o di un paese ed imbattersi in un monumento ai caduti della , pp. e guerra” o in una lapide che commemora i morti del primo conflitto mondiale è un’esperienza piuttosto frequente.
Non esiste un computo esatto su scala nazionale, tuttavia si calcola che siano almeno 12.000 i monumenti ai caduti della I guerra mondiale94 – senza contare le migliaia di lapidi – edificati in Italia dopo l’armistizio di Villa Giusti per ricordare i soldati morti al fronte e, con essi, esaltare il “sacrificio” e la “vittoria” contro l’esercito austro-ungarico.
Un uso pubblico della memoria e della morte senza precedenti – «la più impressionante celebrazione collettiva della morte che si sia vista da parecchi secoli», ha scritto Michel Vovelle, che ha studiato la storia della morte dal 1300 ai nostri giorni95 – che, al di là dell’elaborazione
del lutto da parte dei famigliari e amici delle vittime, risponde a precise finalità politiche di educazione delle masse ai valori patriottici e nazionalistici; e, dopo il 1922, di consolidamento del potere da parte del fascismo, con la costruzione di una vera e propria religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati.
Questa “frenesia commemorativa” comincia già durante il conflitto, con la stampa e la diffusione di opuscoli, corredati da fotografie e immagini, che ricordano i caduti al fronte, veri e propri «monumenti di carta». In Italia ne vengono pubblicati oltre 2.300, 600 dei quali dedicati ad un piccolo numero di caduti illustri – Francesco Baracca, Enrico Toti, i “martiri irredenti” Battisti, Filzi e Chiesa e altri – e 1.700 a morti non famosi […].

Finita la guerra, anche perché questi opuscoli non hanno grande circolazione fra le masse popolari ancora largamente analfabete (il censimento del 1911 attesta una percentuale di analfabeti pari al 43,1%) né sono funzionali alla ritualità collettiva, i monumenti diventano di pietra e di bronzo: lapidi, obelischi, statue, cippi, colonne, stele commemorative che vengono poste nelle piazze e nelle strade di ogni città e paese e che “parlano” alle masse assai più della parola scritta. Si tratta di una fioritura spontanea, determinata da una committenza sia privata (associazioni di reduci, comitati locali, gruppi dopolavoristici, ecc.), sia istituzionale; in ogni caso complessivamente deregolamentata e non ancora diretta a livello centrale. […]
In breve tempo migliaia di lapidi commemorative vengono affisse sulle pareti degli edifici pubblici, nei luoghi di lavoro, talvolta delle chiese; e nelle piazze o all’ingresso dei centri abitati vengono innalzati i monumenti ai caduti. Nonostante l’assenza di una regia unica, questi ultimi sono riconducibili ad una serie di tipologie piuttosto ripetitive che diffondono una pedagogia nazionale sostanzialmente unitaria e coerente. A differenza del post Risorgimento – quando del resto le guerre non avevano ancora le caratteristiche di massa del primo conflitto mondiale – non vengono edificati monumenti a singoli personaggi o combattenti (Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi ecc.), ma manufatti generici oppure dedicati a semplici soldati in cui tutto il popolo possa identificarsi. Si tratta di obelischi e colonne sormontate da aquile ad ali spiegate, corone di alloro o stelle, archi trionfali, statue di fanti e di alpini, figure femminili che rappresentano la vittoria alata o l’Italia turrita – ma anche madri pietose che sorreggono i corpi di soldati morti –, oggetti di guerra come elmi, ogive e fucili. Seguono linee prevalentemente verticali, che richiamano la vittoria, a differenza della orizzontalità tipica dei monumenti funerari. Sebbene non manchino quelli che privilegiano i toni mesti e affettivi, per lo più i monumenti tendono a produrre e ad alimentare sentimenti patriottici e nazionalisti, anche per ricomporre le profonde fratture fra la popolazione che l’intervento aveva provocato e per conquistare – secondo l’espressione coniata da Mario Isnenghi – una sorta di «consenso retroattivo alla guerra» anche da parte di chi l’aveva avversata, spostando la narrazione dal piano politico a quello umano e usando la pietà per i morti come collante capace di depotenziare le critiche e di accomunare tutti. Questo processo emerge chiaramente dai testi di lapidi ed epigrafi, dove sono riportati anche i nomi dei soldati deceduti e dispersi. Il termine «morti» sparisce, eufemisticamente sostituito dal meno cruento «caduti», e molto spesso «figli caduti», accentuando quindi sia l’elemento affettivo sia quello patriottico della Nazione come madre; la loro morte è «eroica», frutto di «sacrificio», ricompensata con la «gloria». Un’operazione di “chirurgia lessicale” che occulta la realtà effettiva della guerra combattuta al fronte dai soldati, fatta di paura, sofferenze, sangue, dolore e morte imposte più che abbracciate con convinzione ed eroismo.
Il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma, il fascismo prende il potere; Benito Mussolini diventa capo del governo e cambiano anche i monumenti ai caduti. Viene attuata una vera e propria politica della memoria, che utilizza i morti del primo conflitto mondiale per il consolidamento del regime.
Il 26 novembre 1922, a meno di un mese dalla marcia su Roma, a Fiesole, durante la Festa degli alberi – istituita nel 1899 dall’allora ministro della Pubblica istruzione Guido Baccelli per educare gli studenti delle scuole al rispetto e alla cura degli alberi –, il sottosegretario al ministero della Pubblica istruzione Dario Lupi, volontario in guerra e fascista della prima ora, lancia la proposta dei Viali e Parchi della rimembranza, alla memoria dei caduti della “grande guerra”. Un mese dopo, l’idea di Lupi – in realtà non particolarmente originale, dal momento che già in Germania esistevano i Boschi degli eroi (Heldenhaine) e in Francia i Jardins funeberes – si traduce in una dettagliata circolare ministeriale, in cui è stabilito che in ogni centro abitato venga creato un Viale o Parco della rimembranza, piantando un albero per ogni soldato di quel comune morto in guerra […], e che le scolaresche se ne prendano cura, anche istituendo un’apposita Guardia d’onore. «Monumenti viventi inseriti nell’ambiente della vita urbana, le “selve votive” simboleggiavano la spirituale comunione fra i vivi e i morti per la patria: erano “luoghi sacri”al culto della nazione, dove i fanciulli si sarebbe educati nella “santa emulazione” degli eroi»97. L’adesione non è totale, ma comunque assai significativa: in poco più di un anno (febbraio 1924) nascono 2.217 Viali e Parchi, uno ogni quattro degli oltre 8.000 Comuni italiani.
[…]
La politica della memoria investe presto anche lapidi e monumenti ai caduti. La prima fase (anni 1918-1922) era stata caratterizzata da una genesi locale e spontanea dei monumenti in cui erano presenti, sebbene minoritari, accenti vari e non sempre trionfalistici; la seconda invece – successiva alla Marcia su Roma – fa capo a precise direttive dall’alto. Fra i due momenti c’è una sostanziale continuità nei modelli iconografici dei monumenti e nella trasfigurazione eroica della guerra, tuttavia è possibile registrare alcune diversità di toni che meglio si accordano «all’enfasi vitalistico-nazionalista della retorica fascista», per cui «la rappresentazione eroica del combattente s’impone definitivamente su quella dolorante che in precedenza era stata un modello alternativo (benché infrequente)»100. Emerge da alcune statue, che abbandonano le connotazioni troppo veriste (armi, divise, ecc.) per assumere quelle dei guerrieri nudi della classicità romana – lo stile prediletto dal fascismo –, rafforzando così i tratti eroici e trasformando il soldato-contadino in fante-guerriero, per cui «tra fasci littori, scudi e daghe, spesso a ricordare la guerra rimanevano soltanto gli elmetti e qualche bandiera, a beneficio di una pedagogia patriottica e militarista che intendeva preparare la gioventù italiana a nuove immancabili vittorie101». L’evoluzione è ben spiegata in un articolo pubblicato su Esercito e Nazione, rivista mensile per l’ufficiale italiano pubblicata dal Ministero della Guerra a partire dal 1926.
«La concezione fascista della guerra […] ci fa glorificare, non
piangere i nostri caduti, ce li fa raffigurare ritti, fieri, con la
spada alta, con l’alloro nel pugno, e non cadaveri cadenti,
come purtroppo veggonsi in molti monumenti ai nostri eroi, i
quali meritano invece ben altro ricordo! […] Noi vogliamo che
i simboli che li rappresentano ce li mostrino superbi, coi muscoli
vibranti, con lo sguardo alto e consapevole» (102).
Ed emerge anche da diverse lapidi ed epigrafi, adeguate al mutato contesto politico.

«TEMPRATI ALL’ASPRA DISCIPLINA DEL LAVORO
ROMANAMENTE CADDERO
PER I CONTRASTATI CONFINI DELLA PATRIA
MCMXV-MCMXVIII»

 

Si legge in una lapide posta in via Portuense a Roma, inaugurata il 15 luglio 1923, che sostituisce quella precedente, del 25 maggio 1921 in cui era scritto:

 

«AI SUOI GLORIOSI CADUTI
IL QUARTIERE
PORTUENSE S. PANCRAZIO
AUSPICE LA SOCIETÀ DI M[UTUO] S[OCCORSO]».

 

Oppure quella analoga, sempre a Roma, nel quartiere popolare del Quadraro, inaugurata il 19 luglio 1925:

 

«A CHI
ROMANAMENTE
CADDE» (103).

 

In entrambi i casi si nota l’inserimento dell’avverbio «romanamente», protagonista del lessico fascista ma estraneo a quello della “grande guerra”. […]

Nel 1928 – e siamo alla terza fase della politica della memoria della “grande guerra” – il regime fascista decreta la fine del monumento ai caduti di iniziativa locale e attribuisce al governo centrale la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali (104).
L’esempio più evidente delle nuove linee della politica fascista della memoria è il monumento alla Vittoria di Bolzano, nell’omonima piazza, promosso direttamente dal governo e affidato a Marcello Piacentini, il più noto degli architetti di regime. Il monumento suggella il nuovo confine italiano al Brennero strappato all’Impero austro-ungarico con la guerra – indicando contestualmente l’italianizzazione forzata dell’Alto Adige – e sottolinea lo status di potenza civilizzatrice dell’Italia fascista, autoproclamatasi erede dell’impero romano. Si tratta infatti di un colossale arco di trionfo ornato di fasci littori, sormontato da una Vittoria sagittaria e con l’epigrafe in latino (la lingua della Roma imperiale):

 

«HIC PATRIAE FINES SISTE SIGNA
HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS»
(«Qui sono i confini della Patria, pianta le insegne.
Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti»).

 

[…]

Il fascismo ha così costruito quella “religione della patria” che, secondo lo storico Emilio Gentile, le classi dirigenti tentavano invano di edificare dall’Unità d’Italia. E ci è riuscito attraverso il sangue dei soldati morti in guerra. Il simbolo del sangue versato dai soldati uccisi al fronte, unito al mito della violenza rigeneratrice fascista, diventa elemento fondamentale di una retorica nazionalista che fino ad allora non poteva fregiarsi né di grandi guerre, né di grandi vittorie. Il culto dei caduti è la “prima universale manifestazione liturgica” di questa nuova “religione della patria”, i monumenti ai caduti – insieme ai sacrari e al Milite ignoto – sono i templi attorno ai quali questi riti vengono celebrati (106).

 

94 Cfr. Marco Mondini, La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-1918, il Mulino, Bologna 2014, p. 326.

95 Michel Vovelle, La morte e l’Occidente. Dal 1300 ai nostri giorni, Laterza, Roma- Bari 1986, p. 577.

97 Emilio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari 2009 (1993), pp. 61-62.

100 Renato Monteleone – Pino Sarasini, I monumenti italiani ai caduti della Grande guerra, in La Grande guerra. Esperienza, memoria, immagini, a cura di Diego Leoni e Camillo Zadra, il Mulino, Bologna 1986, p. 633.

101 Lucio Fabi, Soldati d’Italia. Esperienze, storie, memorie, visioni della Grande Guerra, Mursia, Milano 2014, pp. 224-225.

102 Leone Andrea Maggiorotti, L’espressione del dolore nella pittura bellica, in «Esercito e Nazione», 1927, n. 1, p. 39.

103 I testi delle lapidi si trovano in La memoria perduta. I monumenti ai caduti della Grande Guerra a Roma e nel Lazio, a cura di Vittorio Vidotto – Bruno Tobia – Catherine Brice, Àrgos, Roma 1998, pp. 122 e 126.

104 La periodizzazione in tre fasi è suggerita da Mario Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, il Mulino, Bologna 2005, p. 348.

106 Cfr. Emilio Gentile, Il culto del littorio, cit., pp. 1-33.

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