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VINS GALLICO racconta FINAL CUT

giugno 5, 2015

VINS GALLICO racconta il suo romanzo “FINAL CUT. L’amore non Resiste” (Fandango) – tra i dodici libri selezionati per l’edizione 2015 del Premio Strega.  Un estratto del libro è disponibile qui

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FINAL CUT. Prima e dietro.

di Vins Gallico

Lavorando in una libreria mi capita spesso di avere a che fare con degli scatoloni. Appare il corriere, scarica di fretta perché ha il furgone in doppia fila, da fuori arrivano le imprecazioni degli altri automobilisti mentre io o le mie colleghe mettiamo un timbro su un documento di trasporto dall’inquietante acronimo ddt. Apriamo i colli e vediamo cos’è arrivato, le novità, o le ristampe, o i rifornimenti.

Certe volte, mesi dopo, quegli stessi libri tornano indietro, quando per motivi brutalmente finanziari tocca a noi preparare una “resa“: impacchettiamo gli invenduti che abbiamo condannato a non fare parte del catalogo della libreria e li rimandiamo agli editori.

Nonostante questa prassi lavorativa di ricezione e restituzione, non credo che sia questa l’idea sulla quale si basa Final Cut.

Lo spunto è stato una vicenda personale. Mi stavo per separare dopo una storia finita: una situazione in cui ci siamo trovati in molti, eppure in quel momento mi sentivo l’unico catalizzatore della tristezza universale, un isolato esploratore del dolore. Perché toccava proprio a me valicare quel confine?

Avrei evitato volentieri di affrontare quel passaggio e da lì, l’impulso un po’ vigliacco: Ah, se se ne potesse occupare qualcuno al mio posto. Così è stata immaginata la Final Cut srl! (tra l’altro, ho scoperto da pochi giorni che hanno appena fondato in Australia un’impresa che ha le stesse caratteristiche della mia Final Cut… una notizia che mi fa piacere perché significa che avevo letto sociologicamente una carenza e allo stesso tempo mi rattrista perché le funzioni della Final Cut sono un piccolo passo avanti del capitalismo e un piccolo passo indietro per l’umanità).

Insomma, ho chiuso la relazione e ho iniziato il romanzo. Per tre mesi, su quaderni che mi portavo dietro ovunque, spesso scrivevo in metropolitana. Dopo la prima stesura, il romanzo ha subìto tre riscritture, che hanno comportato notevoli cambiamenti sia a livello strutturale che a livello linguistico.

Dal punto di vista strutturale ho inserito una spalla del protagonista, una sorta di ego sostitutivo dell’io narrante (che già di per sé è un ego sostitutivo – iper-razionale – dei suoi clienti). Inoltre ho costruito anche una back-story del protagonista, che potesse dare una traccia dei processi di rimozione affrontati.

Una delle riscritture è stata soltanto linguistica.

Avevo bisogno di due lingue: quella di Final cut, un uomo che sente pronunciare il suo nome alla fine, che categorizza i sentimenti, che li rende finanza, li monetizza (la lingua di un uomo che rimuove, che definisce attraverso schemi, che non sa dare nomi reali alle cose, ma alle bolle. È una lingua di ovatta e cotone) e quella di Mery, una lingua enfatica, tronfia, vuota, sognatrice, che confonde presente e passato e futuro. È una lingua che io definisco lingua palloncino. Che riempie la plastica e poi esplode e non lascia niente.

Come nel romanzo precedente sono partito da un tema e ho costruito la storia per immagini. Il tema ruotava intorno al coraggio nelle relazioni. Il sottotitolo un po’ acchiappone ne è una prova. L’amore non resiste con una R strana, che fa sospettare un’altra frase cioè: L’amore non esiste. All’interno di Final Cut c’è proprio un’intervista che un giornalaccio di gossip fa al protagonista e lui risponde:

L’amore non resiste specie se non esiste.

Sembrerà una banalità, ma è difficile parlare di amore in letteratura. Soprattutto di amori compiuti (e infatti anche la Final Cut è un catalogo di amori sgorbi, smontati, inespressi). Ho provato a scrivere una storia e spero non sia diventata soltanto un manifesto contro il romanticismo hollywoodiano e le palpitazioni da operetta o un’inchiesta sull’incapacità di riconoscere la felicità in amore. Però, come dice Vonnegut, quando si è felici, bisogna farci caso.

E siamo seri, se Beatrice non moriva, addio Dante.

Un’ultima cosa vorrei dire sul ruolo teatrale degli oggetti.

Ogni oggetto che ricolleghiamo a una relazione finita è un frammento di ricordo. In alcuni casi un maglione, una fotografia, una pinza per capelli o un fermacravatte possono essere una spina nella carne, una cicatrice che pulsa, un fastidioso sassolino nella scarpa. “In questa stanza ci sarà sempre una sedia vuota di te”, diceva la poetessa Marina Cvetaeva. Ecco, la Final Cut non può eliminare il ricordo, ma almeno porta via la sedia. Restituire un oggetto non è sufficiente per dimenticare, è soltanto un palliativo quando attraversiamo il dolore. Ma in certi casi ci accontentiamo: il protagonista di Final Cut e i suoi clienti scelgono di essere anestetizzati.

Così, come alcuni di noi, con i libri, cercano di anestetizzarsi.

(Riproduzione riservata)

© Vins Gallico

Vins Gallico (Melito Porto Salvo, 1976) ha pubblicato “Portami Rispetto” (Rizzoli 2010). Dirige attualmente Fandango Incontro e fa parte del consiglio direttivo dei Piccoli Maestri.

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