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SOLI ERAVAMO, di Fabrizio Coscia (una recensione)

giugno 9, 2015

SOLI ERAVAMO, di Fabrizio Coscia (Ad est dell’equatore)

[su LetteratitudineBlog, un intervento dell’autore e un estratto del libro]

Un’avventura morale per ritrovare se stessi

di Giuseppe Giglio

Il maggior dono di un critico è forse l’analogia, quella confidenza tale con l’arte che gli permette di navigare senza troppi rischi tra i suoi mari (la letteratura, la musica, la pittura…), di superarne insidie ed ostacoli: a succhiarne la bellezza e la vita che vi sono imprigionate, per restituirle al lettore più luminose e vere. E penso a Mario Praz, alla sua navigazione così sensuale (di quella sensualità che apre mondi impensati) e tragica (nel segno della rappresentazione classica, proprio), in uno dei suoi libri più ricchi di bellezza verità e vita: La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. È questa la prima suggestione che mi prende, mentre leggo Soli eravamo, il nuovo libro di Fabrizio Coscia, appena uscito per i tipi di Ad est dell’equatore (piccolo ma agguerrito editore partenopeo), con questo sottotitolo: e altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio. Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart. Un diario di bordo, Soli eravamo, in cui l’analisi critica si scioglie in narrazione, a scovare storie e personaggi e brandelli di esistenza: agilmente e felicemente dipanandosi, la narrazione, tra la vita e le opere dei personaggi (tra dettagli per lo più sconosciuti, o poco noti), alle quali spesso Coscia – da instancabile e acuto abitante di libri e quadri e musiche – riesce a legare pagine della propria vita, così riconoscendole, così inverandole. E il lettore ne ricava un’avventura morale, può arrivare a ritrovare se stesso (magari anche una propria ossessione, un segno cifrato del proprio destino) in questo o in quell’altro personaggio di un libro o di un quadro, in questo o in quell’altro tema musicale, si tratti di un’opera o di un disco di musica leggera.

E così accade che – viaggiando tra le vite eccezionali e tormentate di Tolstoj e Rimbaud, gli immortali autori di Anna Karenina e di Il battello ebbro, entrambi fino alla fine in fuga da se stessi, dalle proprie esistenze – Coscia, ripensando ad una sua giovanile e fallimentare evasione, illumini il senso forse più autentico della fuga: «il coraggio di tagliare i ponti con il passato, di reinventarsi un nuovo io; il coraggio di non smettere di pensare alla vita come a qualcosa che può cambiare, come un viaggio in treno o in nave che può essere sempre intrapreso». Anche quando si fallisce: perché il fallimento (lo mostra Silvio D’Arzo, strappato alla vita da una leucemia, nel 1952, a soli 32 anni, con il suo Casa d’altri, perfetto racconto-scandaglio di un’umanità sconfitta) «ci può rendere perfino più umani, e più disponibili alle infinite possibilità della vita». E che dire di Kafka, che (nell’ultimo anno della sua vita, quando viveva con Dora Diamant, forse il suo unico, vero amore) s’inventa lettere scritte da un’immaginaria bambola, per consolare il pianto disperato di una bambina (Coscia ripensa a questa storia spinto da un altro pianto: quello di sua figlia, cui aveva strappato di mano un regalo, per punirla di un capriccio), incontrata per caso in un parco berlinese? Lo sapeva bene, Kafka, lui che aveva illuminato, con Il processo, tutta l’assurdità che può improvvisamente devastare la vita di ciascuno, lo sapeva bene che «la scrittura nasce sempre da una perdita, dal desiderio di compensare il dolore che essa provoca», e che «quel dolore, quel vuoto, ci riguarda tutti». E a proposito di dolore, ecco quello che sgorga da un quadro di Goya (Il 3 maggio 1808, che racconta l’eccidio dei contadini spagnoli ribellatisi agli invasori francesi): laddove Coscia rivede la morte violenta e straziante di tre poeti (prima ancora che di tre uomini buoni, liberi, indifesi: Pasolini, Babel, Garcia Lorca) per mano di un bieco e cieco potere che non poteva perdonare loro neanche lo scandalo dell’omosessualità; c’è una luce, in quel racconto per immagini del genio spagnolo, e viene da un’enorme lanterna poggiata sulla terra nuda: ad illuminare le vittime, ad oscurare i carnefici, esattamente come Coscia immagina avvenga con i volti di Pasolini, Babel e Garcia Lorca.

È un libro che fa bene alla letteratura e alla critica letteraria, Soli eravamo: perché trascina il lettore in quella meravigliosa zona di confine in cui la vita, quella vera, vissuta, attraverso l’arte alla vita stessa ritorna, guadagnandone in realtà e verità. E Coscia è un navigatore esperto e leggero, che ascolta il canto delle sirene senza restarne prigioniero, e scende da istrione di razza, nei personaggi che lo hanno scelto come interlocutore, che gli hanno dittato dentro, verrebbe da dire. E ne vengono su racconti pieni di speranza, di voglia di ricominciare: malgrado tutto, e nel segno dell’amore e della bellezza. Quello stesso amore che tiene sempre in vita Paolo e Francesca (e viene da loro, da quel celebre verso di Dante, il titolo di questo viaggio cosciano: Soli eravamo e sanza alcun sospetto), che ce li rende così vicini, così familiari. E di storie d’amore – ipnotico e tormentato, bruciante e autentico – è pieno il libro: da Vermeer a Brahms, da Keats ancora a Kafka, passando per una lettera dell’amata che Coscia custodisce come un gioiello che il vaglio della vita ha ulteriormente impreziosito: «Quanti anni passati. Forse, se non ti avessi incontrato, non avrei mai amato. Ora conto a sorsi la bontà del tempo». Quello stesso amore, ancora, che di Leopardi (poeta immenso, innamorato dei gelati) fa dire a Coscia: «E penso che in fondo un uomo così goloso, anche se malato, anche se disperato, anche se pessimista, è un uomo che vuol dire, nonostante tutto, ancora di sì alla vita».

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https://i1.wp.com/i.ytimg.com/vi/w9LsHDqQg-w/hqdefault.jpgFabrizio Coscia, Napoli, 1967. È insegnante, scrittore e giornalista. Ha collaborato al quotidiano «Liberazione» e al settimanale «Il Diario». Scrive da anni sulle pagine culturali del quotidiano «Il Mattino». Ha pubblicato il romanzo Notte abissina (Avagliano, 2006) e il racconto «Dove finisce il dolore», nella raccolta antologica Napoli per le strade (Azimut, 2009, Premio Girulà 2009).

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