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DIORAMA di Sergio Sozi (un racconto)

giugno 23, 2015

Visualizzazione di diorama_cover_ebook.jpgPubblichiamo un racconto tratto dalla raccolta DIORAMA di Sergio Sozi (Splen edizioni)

La scheda del libro
Diorama è sinonimo di veduta panoramica, ma è anche una forma di spettacolo costituita da quadri o vedute di grandi dimensioni.
È il caso di questa raccolta di racconti, ai quali il lettore aggiungerà colori, movimento, suoni e volumi, evocando così una strana ragazza bosniaca condannata allʼavversione per lʼacqua, un uomo che ancora non si è svegliato, un critico letterario che dà una inaspettata svolta alla propria vita, un creativo pubblicitario forse fallito, un giovane ostile a tutta la letteratura eccetto un libro, il manager Bongi catapultato in un paese incredibile, Alice e il suo poeta e molti altri personaggi… reali o verosimili proprio come noi tutti.

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Le cose cambiano[1]

di Sergio Sozi
Cantava le migliori tarantelle del Salento; senza alcuna difficoltà, si favoleggia, ne ricordava testi, pause e melodie caratteristiche, pur non avendo mai abitato in quelle zone.
Che avesse ereditato tal disposizione d’animo da alcuni antenati pugliesi sembra improbabile e altrettanto sbagliato sarebbe pensare a delle sue vere e proprie conoscenze musicali: Genesio stesso ben dimostrò in pubblico di non saper minimamente decifrare qualsivoglia partitura. Fatto sta che, da quando apparve – come eruttato dal ventre della Terra – in quella cittadina istriana, le abitudini locali subirono una svolta mai precedentemente conosciuta né tantomeno da alcuno prospettata per il futuro.
ucnb_coverL’intera Isola prese infatti ad esprimere una specie particolare di vitalità, della quale i suoi cittadini si erano dimenticati sin dall’èra in cui il mos maiorum era praticato quotidianamente. Mi resta difficile ricostruirne tutte le caratteristiche, ma forse ora, per averne un’idea, sarà sufficiente dipingere un episodio avvenuto durante quel felice e inquietante periodo.
La scena si svolse in una delle calli che, nel centro storico, si ammatassavano allora a poche braccia da un Mar Adriatico affollato di yacht, motoscafucci e piccoli pescherecci. La cittadina costiera, come avveniva un po’ in tutta Europa, era inoltre immersa in un brulicante profluvio di richiami, sonerie e carillon elettronici i quali, con l’ausilio di altre incessanti cantilene e borbottii motoristici e meccanici, portavano gli isolani a parlare fra loro alquanto poco.
Genesio, verso l’imbrunire, stanziava come al solito vicino all’ingresso di qualche palazzo, lì, appena coperto da una chiara tunica in cotone, intonando da seduto una fra le canzoni del suo infinito repertorio. Non è che elemosinasse o, in qualche maniera, facesse l’occhiolino ai passanti: egli era capace solo di scegliere fra il cantare per se stesso e il cantare per gli altri. Quel giorno doveva aver optato per gli altri, perché i suoi occhi neri brillarono a lungo, quasi immergendosi nei miei, che avrebbero invece desiderato semplicemente passare, frettolosi e diffidenti come il loro proprietario, in quel modesto vicolo pieno di botteghe stipate di ingenui o pretenziosi quadri.
D’un tratto non potei più muovermi, come se fossi legato mani e piè a quella guizzante e malandrina cantata; ad un certo punto – dopo non so quanto tempo, probabilmente pochi minuti – mi accorsi che, pur avendo Genesio tacitato le sue levantine corde vocali, la taranta continuava a sviluppare il medesimo ritornello nelle mie orecchie, senza cessare la narrazione particolareggiata dell’invasamento mistico.
Provai a costringere i miei pensieri precedenti a tornare, ma senza alcun successo: evidentemente la storia attendeva una sua compiutezza, non permettendo a chicchessia di interromperla ex professo. Intanto Genesio, imperturbabile fra i sopraccigli filiformi e le labbra carnose a mo’ di piroga, accompagnava il mio assolo mentale con lo schiocco ritmato della mano destra… senza sgarrare di una battuta.
Finalmente, con la nerovestita zitella appena abbandonatasi sul virgìneo talamo, anche il suono della voce di Genesio sparì, restituendomi alle quotidiane operazioni della volontà. Quindi potei osservare che, se il cantante aveva ora la testa reclinata, assorto in un profondo sonno, una vecchierella affianco a me stava battendo il piede sinistro a intervalli fissi, posizionata statuariamente, le palpebre abbassate, a due passi da un uscio al quale forse aveva prima avuto la chiara intenzione di bussare: capii che la taranta di Genesio aveva cambiato ospite, perciò rimasi lì, soggiogato dalla curiosità di vedere come essa avrebbe proseguito il suo itinerario fra le umane menti.
Dopo qualche minuto fu la volta di un ragazzino, poi toccò a un corpulento baffo, il quale portò con sé l’invadente melodia dentro a un’automobile, che partì singhiozzando per destinazione ignota, senza comunque saper rinunciare a un’esteriorizzazione acceleratoriale della colorita monodia. Dopo di che, non provo vergogna ad ammettere di aver seduta stante esagerato con la grappa, nel vicino caffè ove corsi a rifugiarmi piuttosto frastornato.
Il tutto avvenne in un tardo pomeriggio settembrino.

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Potrei affermare decisamente l’unicità di tal genere di episodi, visto che in effetti non ebbi modo di assistere a null’altro di analogo. Oltretutto, la vita ad Isola continuava a scorrere come prima: io e mia moglie intenti a sfigurare piatti e calici in fragorosi balletti da lavabo, accompagnati dalle arie d’altri tempi che una vibrante ugola coinquilina ci catapultava dal piano superiore; la strada dirimpetto a casa nostra mai stanca di orchestrare barriti e mugghi (affinché evitassimo di rilassarci troppo in camera da letto). Io angariavo alunni indifesi a scuola e i moribondi pini del vicino parco pubblico si davano da fare sputando pigne in testa ai passanti – sapevano bene che presto avrebbero visto le seghe, dovendo far posto ad un sontuoso parcheggio.
Anzi, più che “potrei”, io “dovrei” sottoscrivere l’affermazione che null’altro di simile accadde nella mia città in quell’epoca: Genesio, pelle cinerina e naso adunco, imperterrito stornellava; caicchi, pescherecci, gusci e multiformi velieri s’agganciavano alle strette nostre banchine; salsedini varie s’incaponivano nel consùmere le gengive dei marinai – i pochi ancora attivi, fra i troppi impiegati comunali, affaristi, computeristi e terziarianti.
Insomma, Isola era sempre Isola! Perché, starei alludendo a qualche rivoluzione? Mica nessuno prese a cantare come un invasato le tarantelle per strada… né si verificò alcun episodio di inaspettato “tarantismo settentrionale” fra le donne nubili.
Eppure qualcosa d’intarsiato fra le tavole delle nostre esistenze, in quell’epoca, accennò un passo di danza nella fissità del limpido mare a cui ci eravamo addossati – statici istriani scogli.
Il fatto è che Genesio diede a tutti noi una proverbiale capacità di sostituire alle parole le note e a queste le emozioni – che sono sempre movimenti inconsulti dell’animo.
Ecco il senso dell’èra, al cui inizio alludevo quando ho principiato a comporre la presente poesia: una poesia non declamata, come solo sa esserlo il correre incessante delle tarantelle nel misero spazio vitale a cui dobbiamo respiro, movimento e autocommiserazione. È l’èra nella quale una stupita canzone ha sostituito il balletto oltraggioso del caos interiore di ognuno di noi.
Be’, adesso dico che non vorrei mai paragonare ciò che ho appena confessato a me stesso a qualche scialbo intervento fatto per esser letto. Dunque, Dio m’aiuti e… buonanotte, caro diario di bordo: oggi è appena passato il centottantunesimo giorno di navigazione ed io spero che nessuno mi venga a riacchiappare, qui dove ho gettato l’àncora… sai… la mia testa produce ritmi, suoni e ballate sempre più accattivanti ed è assai probabile che fra non molto finalmente riuscirò a tradurli tutti in note scritte, così coronando il sogno della mia vita: insegnare ai mille e mille uccelli di queste isole disabitate come si canta in coro la quintessenza del Mondo, cioè quella che il caro vecchio compare Genesio mi donò in esclusiva quasi spontaneamente, quando gli puntai un coltello alla gola, prima di salpare da Isola lasciando tutti nelle aberranti spire della cacofonica quotidianità!
L’unico serio problema resta il fatto che, maledizione!, qui il mio pentagramma è sempre troppo lento rispetto al compositore-maratoneta che ho dentro, mentre… sono ben centottantuno, le buonenotti che ti auguro senza riuscire a chiudere un occhio.

(Riproduzione riservata)

© Splen edizioni

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[1] Il presente testo, in traduzione slovena, ha vinto il primo premio del Concorso Med-i-teran, indetto nel 2002 dalla rivista culturale slovena Primorska Srečanja, quindi risulta pubblicato nel numero 255/2002 di tale periodico. In Italia è apparso in seguito su Inchiostro, num. 5/6, dicembre 2006/aprile 2007.

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Sergio SoziSergio Sozi è nato a Roma il 3 marzo del 1965 ed è vissuto poi a Spello e Perugia. Dal 2000 risiede stabilmente in Slovenia, oggi a Lubiana. Collabora come giornalista culturale e recensore con “Il Giornale dell’Umbria”, la rivista “Inchiostro” e il sito Critica Letteraria. Ha già pubblicato: Oggetti volanti (FRA.RA.); Il maniaco e altri racconti (Valter Casini Editore); Il menu (Alberto Castelvecchi Editore); Ginnastica d’epoca fredda (Historica Edizioni); Intervista a Claudio Magris (Historica Edizioni); Il filosofo e il giullare – intervista a Umberto Galimberti (Historica Edizioni).

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© Letteratitudine

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