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RICORDAMI DI ESSERE FELICE di Claudio Volpe (un estratto)

giugno 23, 2015

Pubblichiamo la prefazione e un estratto di RICORDAMI DI ESSERE FELICE di Claudio Volpe (Edizioni Anordest)

“Ricordami di essere felice” è il nuovo libro di Claudio Volpe, una raccolta di racconti e monologhi teatrali che scandagliano l’animo umano con l’obiettivo di comprenderne le pieghe più nascoste, le sfumature, i tic e le nevrosi. E’ un’indagine sulla reale essenza della felicità, su cosa essa sia, sulla sua complessità. Cosa vuol dire essere davvero felici? Si può crescere nelle sottrazioni ed essere felici con ciò che non si ha? In una serie di racconti serrati questo libro sa dare spazio a molte voci diverse, l’omosessuale torturato in Russia, la donna costretta a prostituirsi, la madre di famiglia soggetta a violenze da parte del marito, l’ex SS nazista pentita del suo operato, voci che ci ricordano come, qualunque cosa accada, ognuno di noi ha sempre bisogno di avere accanto a sé qualcuno che gli ricordi l’importanza di vivere il presente ed essere felici.

 

PREFAZIONE di RENATO MINORE

Il pedofilo si confessa sul punto di essere giustiziato. L’omosessuale punito nei lager delle prigioni russe. La donna disperatamente invoca l’amore perduto. Quella di Claudio Volpe è un’incessante, assillante rappresentazione di dolori ed errori, pericoli e trappole, un vero campo minato di atrocità e anche orrori, con molte voci che si raccontano in monologhi continui, serrati, straziati, drammatici, estremi. Come sulla scena, una scena ideale costruita dalla voce dello stesso narratore per dare alle voci che si alternano, forma, sostanza, colore, anima. Per farli entrare in una figura, in un gesto, in una costruzione di sé che si rispecchi in una storia, un volto, in una parola, proprio quella tra le tante, e non ogni altra possibile: la donna che ricorda una vita di violenze subite, il nazista sopravvissuto al processo di Norimberga, il ragazzo chiamato dal branco a fornire prova della sua virilità, gli “zingari” e gli immigrati visti quasi come non facessero parte del genere umano. Sono racconti quelli di Claudio Volpe che afferrano fortemente la vita, la scuotono, la abbattono, non le danno requie, compiendo un salutare salto nel vuoto per porre al centro una realtà, la nostra (il nulla degli affetti, la guerra, l’intolleranza, lo stillicidio della violenza quotidiana) ribollente e perennemente in costruzione. Vogliono rappresentare paure, aspettative, sogni, desideri, nevrosi e contraddizioni, azioni, scelte, inganni, precipizi della mente, ingorghi e violenze dell’esistenza. Un mondo corrusco, caravaggesco, in cui le singole storie riflettono una sensazione e un ansito di corsa, un correre dal buio verso un’impossibile luce, una sorta di riscatto od’improbabile salvezza. Come quel poeta deluso, racconto di più forte suggestione, sofferente perché oggi alla poesia sembra non credere più nessuno mentre lui ha fede nelle parole, è un uomo in lotta tra il desiderio di suicidarsi e la volontà di vivere per continuare a scrivere versi. L’occhio insieme fulminante e pietoso del narratore riesce a circoscrivere questo suo mondo brulicante e straziato, questa geografia di sentimenti angosce e passioni in una bruciante, continua identificazione negli smarrimenti angosciosi dei vari ”naufraghi”, i suoi frastornati piccoli eroi, sconfitti e disorientati. Prima custoditi dentro la placenta marina (come nel simbolico racconto d’esordio “Io sono il mare”), e poi gettati sulla spiaggia fradici, stillanti, trasfigurati di caos irreale.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni Anordest

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PRIMO RACCONTO: IO SONO IL MARE

Io sono il mare e questa è la storia di un corpo. Ogni corpo cova al suo interno un mistero e io sono qui, da sempre, ad ascoltare come un amico buono e fedele che non ha bisogno di aggiungere parole a parole. Io canto a colpi di onde e risacca, la gente mi ascolta e sente una pace dentro che la rende felice. Ogni corpo ha un nome compreso quello di cui vi sto per parlare, ma questa volta non ne sono a conoscenza. Non saprei dire quale nome accompagni la storia di questo corpo. Me lo sono visto piombare dentro come un sasso gettato per passare il tempo da un bambino annoiato dall’alto di uno scoglio. Io sono il mare e nel mio ventre ospito, accolgo ogni sorta di cosa, abbraccio amore, speranze, paure, inghiottisco cose, rifiuti, oggetti preziosi che non restituisco quasi mai se non molto lontano da dove ho preso. Ma questo corpo che mi è caduto dentro aveva qualcosa che mi ha subito incuriosito, una forma insolita, un rigonfiamento tondo in corrispondenza della pancia. Che fosse una donna l’avevo compreso subito dai lunghi capelli neri chiusi in piccole e precise treccine. Il cuoio capelluto sembrava tirato come la pelle di un tamburo e la fronte ampia e pronunciata rifletteva la luce del sole grazie al velo di sudore che la carezzava. La donna aveva due labbra grandi e carnose, due occhi neri come la notte quando non si vede la luna ed era alta, avvolta in un vestito dai mille colori. L’avevo vista molti giorni prima, nel punto in cui le mie labbra baciano la Libia, con gli occhi gonfi di pianto salire su un barcone traboccante di persone, corpi ammassati uno contro l’altro senza neanche lo spazio di muovere un passo. Ho visto il barcone salpare di notte o meglio, ho sentito il suo peso su di me, il peso di mille speranze e tristezze ammassate una sopra l’altra in silenzio. Il corpo della donna di cui ignoro il nome ha occupato per giorni un punto del barcone un po’ più protetto, in corrispondenza della parte finale dell’imbarcazione. Vedevo la donna poggiare la schiena contro una parete arrugginita e chiudere gli occhi, riposare e respirare profondamente. Le persone sono così diverse le une dalle altre e io che tocco e vedo ogni parte del mondo posso confermarlo. Non parlo soltanto di una differenza di conformazione, aspetto, linguaggio e abitudine, ma anche di una diversità di sorti. Nello stesso momento in cui il corpo di donna di cui narro ha abbandonato la terra ferma per iniziare il suo viaggio, in un’altra parte del mondo, su altre spiagge baciate dalle mie labbra morbide, persone diverse si tuffavano in me ridendo e nuotando e in altri luoghi ancora navi molto più grandi e belle salpavano imperiose e sicure verso mete lontane. C’è una così grande differenza nelle sorti della gente che spesso mi lascia spiazzato. Forse è questo il prezzo da pagare per essere il mare che ricopre il mondo: partecipare a gioie e distruzione nello stesso istante, continuamente, senza sosta, inseguendo i capricci di questo genere umano così incomprensibile. La donna dalle trecce nere appartiene a quella parte di persone di cui io devo osservare il disfacimento, le paure, la disperazione urlata nella notte all’improvviso, come uno sparo nel silenzio che mi fa sussultare. Di questa donna ho ospitato, durante i giorni del viaggio, orina, deiezioni, lacrime e vomito e ho lasciato che i suoi occhi neri si specchiassero dentro di me per ore interminabili. Ho tenuto con me il suo riflesso offrendole uno specchio perché potesse contemplare la sua stessa bellezza. Non ho capito subito che era incinta. Su quel barcone i corpi erano davvero troppi, tutti compressi uno contro l’altro a tal punto che sembravano essere un unico blocco fatto di mille tentacoli. Figuratevi se un grembo con dentro una nuova vita poteva saltarmi all’occhio con facilità. Ho tenuto compagnia alla donna per circa due mesi e l’ho vista piangere e dormire, gemere e tossire. Ho visto qualcuno tirarle uno schiaffo per farla tacere durante una notte in cui il suo pianto si era fatto improvvisamente stridulo e acuto. Ho ascoltato le sue urla di paura quando una volta il barcone, forse per un gesto inconsulto dei corpi ammassati, ha rischiato di ribaltarsi e rovesciare nel mio grembo l’intero carico. Qualche volta, ma non potrei giurarlo, mi è sembrato di sentire la sua voce impegnata in una dolce canzone, quasi un bisbiglio, una melodia timida ma rilassante. Ho finito per affezionarmi a lei, alla sua pelle nera e lucente, ai suoi capelli così crespi e alle sue labbra ampie, a tal punto che ho fatto il possibile per non far dondolare troppo il barcone e permettere al carico di sbarcare con serenità sulle coste dell’Italia lì dove le mie acque accarezzano Lampedusa. Ma non tutto dipende da me. Il mare non è cattivo, spesso è solo uno spettatore inerme delle follie dell’uomo. A pochi chilometri dalla terraferma il barcone viene intercettato da navi italiane che subito si avvicinano. Il clamore, la paura, la disperazione di veder fallire ogni speranza portano una strana frenesia a bordo che ben presto si trasforma in ansia e confusione. Movimenti bruschi e azzardati, manovre sconsiderate dei trafficanti di uomini in cerca forse di riconquistare il largo per nascondersi nella notte. In un attimo la donna dalle trecce nere cade in acqua. Non saprei dire se si sia gettata volontariamente in preda alla follia o se solo accidentalmente abbia perso l’equilibrio. Fatto sta che in pochi secondi il suo corpo ha bucato il mio manto. Ho fatto il possibile per attutire il colpo e rendere meno violento l’atterraggio del corpo e se avessi potuto avrei soffiato forte per ricondurre quel corpo sulla barca. Ma non potevo, non ne avevo la possibilità. Così sono rimasto a guardare col cuore in gola il corpo dimenarsi convulsamente, sbattere braccia e gambe senza sosta per lunghi minuti finché all’improvviso la donna si è fermata e si è lasciata condurre giù, nelle mie profondità, stanca di lottare.  Ho percepito tutto insieme il suo abbandonarsi a me. Allora ho fatto l’unica cosa che potevo: ho abbracciato la donna e il suo grembo pieno e l’ho tenuta stretta a me per non farle provare solitudine. Sono entrato nei suoi occhi, nella sua bocca e poi giù fin nei polmoni anche attraverso il naso. L’ho stretta forte per non farle avere paura della notte buia. L’ho tenuta con me. Il giorno dopo l’avrei ricondotta in superficie dolcemente per consegnarla al suo genere umano. Ma non in quel momento. In quel momento volevo solo stare vicino a lei e a suo figlio.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni Anordest

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Claudio Volpe nasce a Catania nel 1990, si diploma al liceo classico e si laurea con lode in giurisprudenza. Nel 2012 pubblica il suo romanzo d’esordio, “Il vuoto intorno”, presentato al Premio Strega da Dacia Maraini, vince il Premio Franco Enriquez ed è finalista al Premio Torre Petrosa. Nel 2013 esce “Stringimi prima che arrivi la notte”, anch’esso presentato al Premio Strega e finalista al premio Flaiano. Sempre nel 2013 vince il Premio Internazionale Napoli Cultural Classic e pubblica “Raccontami l’amore”, dialogo scritto a quattro mani con l’ex parlamentare Anna Paola Concia sui temi dell’omosessualità e della violenza sulle donne.

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