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L’ETÀ DEFINITIVA di Giuseppe Schillaci (estratto)

giugno 29, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’ETÀ DEFINITIVA di Giuseppe Schillaci (LiberAria). Domani Giuseppe Schillaci ci racconterà il suo libro

Osservo i loro volti, di ognuno vedo solo il volto, senza attenzione all’abbigliamento o alla postura: solo il volto, ovvero l’immagine composta dagli occhi, le sopracciglia e la fronte; poi il naso, le labbra e il mento. Gli occhi sono fondamentali, ma non voglio svelarne il fondo, non voglio sapere chi siano, in realtà, questi passanti. Il mio gioco è diverso, tant’è che, finita la sigaretta, rimango ancora lì e ne rollo un’altra.
Il gioco è semplice: devo capire l’età definitiva, cioè l’anno in cui ognuno è rimasto o rimarrà per sempre.
L’assunto è banale: ogni uomo e ogni donna appartiene a un anno preciso, un tempo perfetto, in cui il proprio volto è realmente suo; per il resto della vita, ognuno non fa che inseguire quell’età o rimpiangerla: ecco, quindi, la donna col viso dei dodici anni, le gote gonfie e indecise, lo sguardo né infantile né adulto, condannato ai dodici anni e costretto ad andare oltre; oppure il bambino col broncio del quarantaduenne, l’espressione disillusa tra gli occhiali e il labbro, la noia per lo sgocciolio del tempo.
Ognuno ha un tempo, un tempo dato, un anno tutto suo, per sempre, un tempo da rinnegare anche, ma cui non puoi sfuggire: un anno che non puoi scucire dal volto.
Davanti a me, passano le età più diverse: la ragazzina con la fronte trentottenne, il naso arricciato dai pensieri; il vecchio col ghigno dei sette anni, la fronte spavalda, le narici capricciose dei sette anni; la signora con la cipria fucsia che insegue ancora i settantuno, l’anno della serenità, forse.
I cactus dell’Area sono la cornice perfetta per la sfilata degli anni, dei rimpianti, dell’ostinazione. Accendo la seconda sigaretta e alzo la fronte: il calore tempra le occhiaie, detta i numeri.
Salvo Manuzza: diciassette.
La tipa russa: undici.
Claudio: cinquantatré.
Simona Madonna: diciannove.
Lady Oscar: ventotto.
Angus: trentotto.
Elio Pompi: trenta.
Ricardo: quarantuno.
Bull il mistico metropolitano: ottanta.
Il signor Martorana: ottantuno.
Doris: quaranta.
Miranda: ventitrè.
Il Conte: trantatré; gli anni miei.
Io sono ancora ai tredici, all’anno delle ceneri.
A un tratto si presenta un ragazzino, un uomo col volto della pubertà, dodici anni, che sorride e gesticola.
Panetta, urlo io.
Lui sorride, mi dà due baci e mi chiede come stia.
E tu?
Che ti debbo dire? Non mi lamento. Fa Panetta, imbracato in una salopette da pompiere.
Che ci fai qui?
Ci lavoro, qui. Ho cominciato da qualche mese. Non lo sai?
Sì, m’avevano detto quelli del Best Bet, t’ho cercato lì.
Non ci metto più piede lì dentro. Sono dei pezzi di merda. Poi ti conto; e tu invece? Sei tornato?
Insomma.
Lavori di nuovo qui?
No, no. Faccio il natale con mia madre e poi rientro a Roma. E tu che fai?
Sono con le cooperative, quelle socialmente utili, cose così. Ci aiutano quando esci di galera. Faccio giardiniere, pulizia, qui all’Area Center. Pagano poco, ma pagano. Lo conosci Salvo Pennino, vero?
Certo che lo conosco. Faccio io. Perché?
Salvo m’aiutò.
Sono contento. L’hai visto ultimamente?
Non lo vedo da qualche giorno. Senti; s’interrompe subito Panetta e abbassa il tono; se ti serve fumo, c’ho quello buono.
No, grazie, adesso no. Poi ti dico. Tanto ti trovo qui.
E chi si muove? Per adesso devo lavorare; devo aiutare pure mio fratello piccolo, Johnny, lo conosci?
No.
S’è messo nei guai. Sempre per questioni di femmine: è una maledizione della nostra razza, che ti debbo dire? Cose che capitano: Johnny è piccolo, manco c’ha diciotto anni e fa il garzone in un fornaio, vicino il Ponte Ammiraglio, hai presente?
Non rispondo, fisso gli occhi lucidi di Panetta per verificarne l’età: dodici anni, non ci sono dubbi.
Lo vogliono chiudere al Malaspina, al riformatorio, perché ha litigato con una vecchia. Questa era la zia della sua ragazza, una ragazza favolosa, diciassette anni ma pare una signora: bella formata, sveglia. Insomma, mio fratello s’era innamorato e se la voleva portare, che tanto i soldi per il matrimonio non ce li ha, e quindi aspettava il momento di portarsela. Voleva andare ad Acqua dei Corsari, nella casa di un nostro cugino, ma poi le cose sono andate male. Ha cominciato a non andare più a lavoro e quello del forno lo voleva licenziare. Non ci andava perché iniziò a stare male. Mal di schiena, prima, poi mal di testa, vomito. Andavamo al pronto soccorso e i medici non dicevano niente, davano due pillole e lo facevano uscire. Tornava a casa e stava di nuovo male. Che ti debbo dire? Cose che capitano. Ma lui non si capacitava e non ci credeva ai dottori: era sicuro che era stata la zia della ragazza a fargli venire tutti questi mali, che la zia della ragazza gli aveva fatto il malocchio. Era sicuro. E forse aveva ragione, infatti ora sta meglio, non ha più i mali alla schiena, però rischia il riformatorio. E io devo pagare l’avvocato. Altri soldi non ce ne sono.
Ma che ha fatto tuo fratello? Chiedo io.
Niente: un giorno, con tutto il mal di schiena, dopo avere litigato con la ragazza che gli diceva che non poteva andare con lui ad Acqua dei Corsari perché la zia non voleva, cosa fece Johnny? Pigliò un martello dal meccanico amico mio, e andò dritto da questa strega della zia, che sta in una catapecchia sulla discesa dei Decollati. Prese il martello e glielo tirò in testa, così, senza una parola, nello scuro di quella catapecchia. C’erano pure i testimoni. Ma invece di prendere la vecchia strega, cosa fece Johnny? Non va a prendere la sorella della strega!? Una mischina sulla sedia a rotelle. E questa mischina è ancora in ospedale; dicono che non muore, ma non si sa come va a finire. Che ti debbo dire? Cose che capitano.
Cerco il tabacco per rollarmi una sigaretta e non scoppiare a ridere. Mi dispiace; mugugno. Ma Panetta sbotta a ridere come la faina di Roger Rabbit e allora mi sento autorizzato e inizio a singhiozzare anch’io, senza ritegno.
Quando la situazione si calma, Panetta s’accende una MS. Si parla della crisi del Palermo e del presidente che sta comprando mezza città, con la scusa dello stadio da costruire.
Poi m’avvicino e prendo Panetta sottobraccio, come si fa da queste parti. Dimmi una cosa, gli dico, Salvo Pennino lo conosci bene?
Lo conosco. Risponde Panetta.
Quando l’hai visto l’ultima volta?
E che sei sbirro? Fa d’istinto Panetta.
No, è che gli devo parlare per lavoro. È mio amico da anni, da vent’anni. Eravamo a scuola insieme.
Lo so, fa Panetta, e s’aggiusta la salopette, e fa per salutare e allontanarsi. Ma poi si ferma, si gira: sei vero amico?
Te l’ho detto. Salvo è l’unico amico che m’è rimasto a Palermo, oltre te, ovvio.
Senti Nico, ti dico una cosa ma tienila per te, ok?
Certo.
Salvo, a quanto pare, se lo sono portati. È sparito da casa più d’una settimana fa, e sua madre non sa niente, e manco suo zio. Anzi suo zio qualche cosa la sa, perché lui qualcosa sa sempre, ma lasciamo stare.
Non capisco. Faccio io, e tiro dalla sigaretta.
Non c’è niente da capire. Tra qualche giorno esce sul giornale. Ieri c’è andata la polizia.
A Falsomiele?
Sì. A Falsomiele.
E quindi?
Quindi non si sa niente. Che ti debbo dire? Cose che capitano. Lui era un bravo ragazzo. Secondo me torna. Fa Panetta, e poi s’alza sulle punte a lasciarmi due baci sulle guance: ci vediamo qui, quando vuoi, se ti serve sono qui.
Lo guardo mentre saltella dentro la salopette e m’appoggio di nuovo al cemento.
Decido di non entrare all’Area, di non parlare con Claudio, non ancora; devo andare alla polizia, dire quello che so, raccontare di quella notte con Salvo. Sento la suoneria del cellulare, lo prendo dalla tasca e controllo: non è nessuno.
In quel momento s’avvicina una donna, gli occhi assoluti, i capelli neri come crini di cavallo, viso lunare, senza trucco. La sua schiena, in perfetto equilibrio con l’asse terrestre, sparisce dentro la città nuova; quella donna o ragazza, in questo esatto momento, ha l’età definitiva: quella sua, esatta, quella che ha avuto e sempre avrà, senza numero.

(Riproduzione riservata)

© LiberAria

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Giuseppe SchillaciGiuseppe Schillaci vive tra Palermo e Parigi, dove lavora come regista e autore cinematografico. Attualmente è rappresentato dall’agenzia letteraria “Loredana Rotundo”. Nel 2010 è uscito il suo primo romanzo, L’anno delle ceneri (Nutrimenti), candidato alPremio Strega 2010, finalista al Premio John Fante 2011 e per il quale è stato segnalato da «Il Sole 24 Ore» tra i migliori scrittori italiani under 40. Dal 2011 pubblica racconti su Nazione Indiana, Italia Magazine,Sud, Atti Impuri. Dal 2014 è redattore del litblog Nazione Indiana. Regista e produttore di film documentari tra cui: The Cambodian Room (Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival 2009); Cosmic Energy (Toronto Hot Docs 2011) e Apolitics Now! (Miglior Documentario Italian Cinema London 2014). Il suo sito è www.giuschillaci.com. L’età definitiva (LiberAria, maggio 2015) è il suo secondo romanzo.

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