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CATANIA DI CARTA di Massimo Schilirò

luglio 6, 2015

Autore: Massimo SchiliròCATANIA DI CARTA. Guida letteraria della città – di Massimo Schilirò (il Palindromo)

“Catania, oh Catania era bella al principio del Novecento! C’era un odore di cipria per le strade, delicato come i visetti delle donne che la portavano. Visi timidi, pazienti, deboli, veramente di donne. Si aggiungeva un gradevole odore di finimenti di cuoio per il gran numero di carrozze padronali che scorrevano da un capo all’altro del corso.”
Vitaliano Brancati                                                        

* * *                                                           

di Alessandro Russo

Sei luglio duemilaquindici, piazza Bonadies, sobborgo di Cibali: un soleggiato pomeriggio.
Siedo sulla banchina d’un piccolo slargo ripieno di cartacce; nella mano destra stringo un volume con un elefante color rosso lava in copertina, nella sinistra un bloc-notes azzurro come il mare. Alle mie spalle c’è lo stadio del pallone; di fronte a me, nella chiesa della Divina Maternità, sta per principiare un funerale.
Attacco a scrivere.
«’Catania di carta’ di Massimo Schilirò (Il Palindromo, €14) è la costola letteraria della nostra città, la narrazione immaginaria della casa dove abitiamo. Una lenta e inesorabile traversata pedonale convertita in spartito musicale; strade che raccontano storie una sull’altra, marciapiedi che parlano tra di loro. Dai Quattro canti alla pescheria, da corso Italia a San Berillo: una metropoli irrequieta si specchia in un album di foto ingiallite. Sotto una scia ammaliante, Catania in carne e ossa diviene spazio fluido senza schiamazzi, né smog: brulica di vita e profuma di gelsomino. L’autore insegna Sociologia della letteratura all’università e con passo affabulatorio scrive un libro di libri; cita con acume perfino romanzieri etnei che non destano l’attenzione dei lettori per via di un vocabolario pieno di tic. Infine ci parla della flânerie, l’arte cioè di chi, senza esser visto, cammina per ore tra incavi e protuberanze segrete di case e vicoli».

Appena prorompe Simona Castiglione, scrittrice catanese di stanza a Padova, subito le cedo biro e taccuino.
«Chi non la conosce, –scrive la mia amica- dovrebbe girarla con il saggio di Schilirò sotto il braccio. Non è solo un baedeker ma un manuale d’incantamenti topografici e carnali. Catania mi sovrasta e m’incanta a ogni passo, è una città-corpo e ha il suo odore: suo e di nessun altro. Chi vi abita non lo sente perché ci vive immerso, ma io ne sono pervasa tutte le volte che atterro a Fontanarossa. Difficile descriverlo a parole: lo definirei un misto di profumo di zagare, aria di mare e decomposizione di mucchi di spazzatura: per me è l’odore di casa. Io la notte sogno la villa Bellini, l’acqua della plaja e della scogliera; di giorno soffro per l’attuale degrado, per le storie assurde di quartieri che si trasformano in centri del crimine».

«Scrivendo della sua città, –passo la penna a Massimo Schilirò- ogni scrittore scrive di sè e compone una sorta di autobiografia. Gli scrittori catanesi prima camminano e vedono, poi scrivono. La strada è quindi lo spazio urbano che, attraverso il camminare, diventa un luogo, vale a dire uno spazio affettivo. Quando questi camminatori scrivono, la strada diventa uno spazio leggibile. Catania è una maschera e una mappa, un intrico di tracciati pedonali, uno spazio urbano che si fa abitabile camminandovi.
Per compilare questo libro, non volevo fare una guida troppo vaga. I luoghi di romanzo d’altronde sono concreti, hanno più piena esistenza, e ricchezza di vita, dei posti che una guida vi dice di andare a visitare. Manca Martoglio e manca pure Verga perché non volevo risalire così indietro. La Catania di Verga, poi, è un’altra rispetto a quella che viviamo, perché Verga avrebbe schiacciato gli altri, ma soprattutto perché il peso della critica verghiana avrebbe schiacciato me, che da accademico non avrei saputo sottrarmi a una bibliografia immensa e densa di saggi bellissimi e critici geniali. La cronologia della mia guida comincia, diciamo così, da De Roberto. Non perché sia meno grande di Verga, ma perché è impossibile parlare del monastero dei Benedettini senza metterci Consalvo Uzeda. E poi perché l’autore del ‘romanzo di Catania’, cioè Vitaliano Brancati, forse non esisterebbe senza De Roberto».          

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