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NEMMENO HOUDINI di Alessio Mussinelli

luglio 8, 2015

Nemmeno HoudiniIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto del romanzo NEMMENO HOUDINI di Alessio Mussinelli (Fazi)

La scheda dal libro
Sarnico, lago d’Iseo, agosto 1938. La vedova Moranti, dopo una lunga e scrupolosa ricerca di un nuovo collaboratore domestico, assume Esperanto Barnelli, giovane avvenente quanto avido, che la convincerà ad acquistare, tra le altre cose, una villa sul lago di Garda, una motocicletta e un’auto di lusso, con il pretesto di farle conquistare le attenzioni dell’amato D’Annunzio, morto in realtà già da tempo. In paese, intanto, Metello Patelli, detto il Bruttezza, insegue il proprio sogno di diventare organista della parrocchia ma don Fulvio Martinelli, il nuovo reverendo, gli mette i bastoni fra le ruote. Mentre l’infatuazione della Moranti verso il maggiordomo inizia a scemare, e Metello decide di fondare un’orchestrina per dar sfogo alla propria passione, la vedova scopre d’avere un figliastro: l’emaciato e delicatissimo Archemio, organista provetto. Da qui, mille colpi di scena – un finto prete, un baule pieno di documenti, un buffo incidente stradale, un tesoro nascosto in fondo al lago – fino al rocambolesco finale in cui, come in una commedia delle più classiche, tutti i fili si scioglieranno in una piacevole soluzione. Gli abitanti del piccolo centro affacciato sul lago sono i protagonisti di questa storia vivace e piena di intrecci. Lo stile garbato e l’ironia dell’autore fanno del romanzo un tenero e appassionato omaggio all’esuberante vita di provincia dell’Italia che fu.

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Un estratto del romanzo “Nemmeno Houdini” di Alessio Mussinelli (Fazi)

Don Fulvio si grattò la testa calcando le dita. Pensare alla musica gli provocava fastidio, come un insopportabile sibilo di zanzara che s’avvicina durante il sonno. Odiava la musica sacra, la musica lirica, la musica leggera. Odiava il cantato, il suonato, i testi delle canzoni, gli accordi di chitarra. Da un lato la fede, dall’altro le musiche, poco importava se erano state appositamente composte per le funzioni. A meno che la Madonna in persona gli avesse rivelato che Mozart era la reincarnazione di Cristo, non avrebbe abbassato le armi. La chiesa sarebbe rimasta in silenzio e l’organo chiuso a chiave.
Nemmeno HoudiniDon Fulvio osservò il soffitto buio, diede fondo al bicchiere e reclinò la testa sulla poltrona concentrandosi sul silenzio. Percepì il vento che muoveva le foglie degli ulivi del giardino, oltre la finestra. Lo sentì scivolare lieve tra i tronchi provocando un rilassato fruscio. Poi il tintinnio di un campanello al collare di un gatto sul davanzale. Immaginò di essere l’aria, di strusciare sulle foglie, d’infilarsi tra le fessure del muro a secco che delimitava la canonica, di muoversi tra i fili d’erba. Immaginò una brezza leggera, rinfrescante e piacevole come un lenzuolo umido sulla pelle arrossata dal sole. Volò in alto verso le stelle, abbracciò la luna battendole la mano sulla gobba come un caro amico, poi tornò verso il suolo, giù in picchiata come un falco che punta la preda. Veloce, sempre più veloce, fino a quando il volo si trasformò in caduta e la sensazione di libertà divenne vertigine. Allora fu preda del terrore di precipitare, di finire a terra spiaccicato come il guscio di una chiocciola sotto uno scarpone. Vide avvicinarsi il tetto della canonica, riconobbe il giardino, lo stagno con la forma del lago, le raspe di galline al posto dei ciclamini. Si sarebbe schiantato, frantumandosi le ossa, spezzandosi la schiena. Sentì mancare il respiro, le gambe molli come l’albume crudo di un uovo e solo nell’istante dell’impatto, abbandonata ogni speranza, aprì gli occhi, alzò la schiena dalla poltrona e con il cuore che batteva a mille capì che si era trattato di un sogno. Un incubo che derivava dalle sue preoccupazioni, dall’amarezza di essere stato relegato in un paese di provincia, dall’odio per la musica e tutti i suoi sostenitori. La odiava a tal punto da aver la sensazione di percepirla, in lontananza.
Don Fulvio accese una candela e sbirciò fuori. C’era veramente della musica, la percepiva chiaramente, pur non riconoscendo la melodia. Una musica dissonante e assolutamente diabolica. Una musica d’organo.
Infilò gli zoccoli di legno e si precipitò in Chiesa. Il cigolio del portale interruppe la melodia e tra i banchi svanirono le ultime onde armoniche come fumo di uno stoppino. Centinaia di minuscole zanzare vibrarono nei suoi orecchi, montandogli in testa un nervoso da voler dar fuoco ai mantici. La musica aveva voluto la guerra, e guerra sarebbe stata. A costo di costringere Giuseppe Castellano a rimangiarsi la firma sull’armistizio.
Il reverendo guadagnò la sacrestia, afferrò la chiave della porta che conduceva alla tribuna dell’organo, nascosta in una scatolina sopra l’armadio delle vesti, e con un lumino salì le scale facendosi largo tra le ragnatele e gli scricchiolii dei gradini di legno. La tribuna dell’organo era estremamente stretta, e uno strato uniforme di polvere ricopriva il pavimento. Nessuno poteva esserci entrato senza lasciare un’impronta. Il prete scostò il panno che copriva la tastiera e sfiorò i tasti. Prima d’allora non si era mai avvicinato tanto a uno strumento di tale grandezza. Poggiò le dita sulla tastiera principale e immaginò di essere in attesa del segnale del maestro. Tempo semplice, quattro quarti. Uno due tre quattro. Tirò un respiro in levare e premette con forza ma dallo strumento non fuoriuscì una nota. Altro che musica infernale. Era stata una sua fantasia o, ancor più probabile, si trattava di un segno divino: le orecchie avevano percepito la musica provocatoria del diavolo e la Madonna l’aveva condotto nella sua casa per dargli il conforto del silenzio. Non poteva essere altrimenti. Un innegabile simbolo che il percorso tracciato fino a quel momento era benedetto dalla volontà della Vergine Maria, di San Giuseppe, di San Martino, San Mauro, Santa Cecilia che stava nello stanzino, San Rocco, Santi Fermo e Rustico, e di tutti i santi che popolavano le rappresentazioni sacre alle pareti. Dipinti, incisioni, affreschi e gessi. Uno di fianco all’altro davano supporto al reverendo nell’assoluta immobilità della loro rappresentazione.
Il prevosto sorrise. Don Fulvio uno, musica zero.
«Alla faccia vostra, compositori del piffero», si pavoneggiò in un’immaginaria sfida calcistica contro una rappresentativa dei musicisti di tutti i tempi.
Ma il vantaggio durò poco poiché dalla statua in gesso di San Giovanni Battista, che poggiava i piedi sopra la cornice della tribuna dell’organo, si staccò senza alcun preavviso la mano sinistra, colpendo in pieno lo zuccone di don Fulvio. E poiché all’immaginario incontro mancavano arbitro, guardalinee e medici sportivi, il gioco proseguì con il prevosto a terra, dove rimase fino al mattino seguente, tramortito.

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Alessio Mussinelli è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il diploma di Master in scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo e si dedica con grande trasporto alla scrittura. Nel 2013, con Fazi, ha pubblicato “Nemmeno le galline”.

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