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EVELINA SANTANGELO racconta NON VA SEMPRE COSÌ

luglio 10, 2015

Evelina SantangeloEVELINA SANTANGELO racconta il suo romanzo NON VA SEMPRE COSÌ (Einaudi). Un estratto del libro è disponibile qui

Forse la vera follia è fare sempre le stesse cose…

di Evelina Santangelo

Scrivo queste riflessioni sul mio ultimo romanzo mentre in testa mi ritornano le parole con cui Alexis Tsipras ha chiamato il popolo greco a un gesto di dignità e di riscatto («La Grecia è il paese che ha fatto nascere la Democrazia») in nome delle conquiste comuni europee in termini di diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità, contro la politica di resa perseguita dai governi greci che lo hanno preceduto. E le scrivo, tra l’altro, al rientro da un viaggio a Ventotene, dove i confinati Altiero Spinelli, Ermanno Rossi ed Eugenio Colorni, proprio lì dov’erano stati segregati i loro pensieri, riuscirono a immaginare e concepire una carta che federasse l’Europa e, con essa, un mondo che non assomigliava per niente né alle loro vite confinate né al mondo esploso.
Non parla esplicitamente dell’Europa, certo, Non va sempre così. Ma il sentimento da cui è nato ha un po’ a che vedere con questo ordine di bisogni immateriali: desiderio di riscatto, insofferenza nei confronti delle «cose così come sono», riscoperta di quegli azzardi dell’immaginazione che si prende la libertà di immaginare, appunto, le cose come potrebbero essere e, contro ogni ragionevolezza, osa, creando le condizioni per conquiste umane e civili impensabili fin a poco tempo prima.

Non va sempre cosìSe dovessi definire, dunque, i confini spirituali di questa mia storia, potrei dire che si collocano idealmente tra due citazioni che ho lasciato cadere tra le pagine del romanzo. Le parole con cui Antonin Artaud, internato nel manicomio di Rodez, si rivolge allo scrittore-editore Henri Parissot (parole in cui esprimeva la sua brama di uscire fuori «da questo mondo servile di un’idiozia asfissiante per gli altri e per sé, e che si compiace di questa asfissia») e una considerazione di Einstein che suona più o meno così: «la vera follia è fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi».
All’inizio ho dunque provato a declinare i termini di quell’asfissia e di quella condizione di disadattamento, di perdita di senso e di rilevanza sociale, che oggi sembrano segnare le vite di molti, e soprattutto di quella generazione che ha creduto di poter godere di un benessere illimitato, nonché dei benefici derivanti da conquiste e certezze (sociali, economiche e civili) che sembravano inalienabili.
Il primo titolo che avevo pensato era infatti «La caduta delle cose». Volevo raccontare l’implosione di un mondo di beni materiali cui, a lungo, ci siamo abbarbicati pensando che quei beni ci mettessero al riparo dalla deriva di tutto il resto: conquiste civili, valori culturali condivisi, senso di appartenenza a un destino comune. Così ho pian piano dato forma a un personaggio che incarnasse questo aspetto della contemporaneità: un’insegnante precaria che sperimenta la fragilità della propria condizione (nessuna rilevanza sociale,  nessuna credibilità agli occhi della figlia adolescente, nessuna forza contrattuale) e la paura di dover fare i conti con un fallimento radicale suo e di tutta una generazione. E sperimenta questa fragilità e questa paura nel momento esatto in cui vede crollare attorno a sé proprio quei beni materiali che rappresentavano il segno più evidente, oggettivo, di conquiste pensate come definitive. D’altro canto, noi ci siamo accorti che tutto un universo di valori, conquiste, certezze era andato perduto solo quando la crisi è diventata «crisi economica».

Evelina SantangeloPrendere atto, senza mezzi termini, della «caduta delle cose» (di tutte le cose materiali e immateriali) mi ha condotto in fondo a un vicolo in cui sembrava potessi solo raccontare come ci si ripiega nella sconfitta, accettando il cinismo di chi ritiene tutto perduto e guarda con sufficienza a ogni tentativo di tirarsi fuori da questa asfissia. Un atteggiamento che mi sembrava sterile, insopportabile, connivente nei confronti di un’idea sclerotizzata di società e di sviluppo che, pur di garantire se stessa, pur di dissimulare la propria inettitudine, esige che ci si adatti alle circostanze, ridimensionando le proprie aspirazioni, rinunciando alle conquiste civili e sociali, e presentando questa condizione come un dato di fatto immutabile.
«Così ci si suicida!» Più o meno questo è stato il pensiero da cui ha preso le mosse la seconda parte del romanzo, che comincia appunto subito dopo una scena drammatica in cui la protagonista sperimenta la disperazione di ritrovarsi chiusa in balcone: «all’aria aperta senza via d’uscita».

È stato allora che ho pensato a un altro titolo possibile: «Io sono io».
In quel titolo approssimativo c’era, però, il primo nucleo della forma che il romanzo avrebbe preso andando avanti. Sentivo infatti la necessità di immaginare una riscossa possibile, che in questa fase si configurava ancora come un’urgenza solitaria perseguita con la determinazione di chi non intende soccombere. Solo quando ho compreso che quella riscossa individuale non bastava, ho iniziato a pensare a «Non va sempre così», come espressione di una ricerca disperata di un nuovo destino comune.
Era piena estate. E, chiusa in casa, tentavo di far fronte a un’afa che toglieva il respiro con un piccolo ventilatore. Intanto navigavo in internet alla ricerca di due cose che intuivo mi avrebbero aiutato a dare un colpo di reni alla mia storia. Da una parte, provavo a farmi un’idea il più possibile chiara di cosa avesse rappresentato per la generazione dei padri (e dunque anche del padre della protagonista) la modernizzazione del nostro paese nel secondo dopoguerra. Non so quanti caroselli, quanti reportage, quante interviste, quante trasmissioni ho passato in rassegna nel tentativo di comprendere lo spirito di quegli anni in cui dalle macerie e dalla non speranza si era ricostruito non soltanto un paese, ma appunto il senso di appartenenza a un destino comune (entro, ma anche oltre i confini di una sola nazione), nel tentativo di comprendere insomma lo spirito di una trasmissione allora popolarissima come Non è mai troppo tardi che aveva affrancato dall’analfabetismo almeno 1.500.000 italiani.

Dall’altra, con uguale determinazione, cercavo in siti disparati, assurdi, a volte del tutto improbabili, un brevetto che desse concretezza a certe istanze impellenti della contemporaneità. L’obiettivo era trovare un’innovazione, un oggetto in cui fosse concentrata un’idea di produzione, di sviluppo, di accesso ai beni di consumo, un’idea di civiltà e di umanità che avesse a che vedere con la consapevolezza di vivere in un mondo radicalmente diverso che esige un ripensamento altrettanto radicale delle nostre conquiste sotto il segno della sostenibilità e di un destino che, oggi, può dirsi davvero comune e condiviso solo se capace di abbracciare un orizzonte geografico e umano globale.
Quando finalmente mi sono imbattuta nel progetto dell’ingegnere Izhar Gafni ritenuto dai più «impossibile», quella bici di cartone riciclato che aveva tutte le caratteristiche materiali e ideali che cercavo, solo allora mi sono acquietata. A quel punto, sentivo di poter condurre a termine un romanzo come Non va sempre così dando un fondamento concreto a quel cambio di prospettiva, di postura, nei confronti della tiepida ragionevolezza imperante.

Avevo ormai chiaro, abbastanza chiaro, dove si sarebbe collocata la mia protagonista abbracciando l’invenzione concepita da un operaio visionario e scalcinato (Carlo) che, contro ogni ragionevolezza appunto, ogni esperienza pregressa, sa come mettere insieme sapere biotecnologico e immaginazione. Insieme alla generazione che con lei ho cercato di raccontare, si sarebbe collocata verosimilmente su una soglia tra lo spirito battagliero del padre (di cui certo non condivide l’idea di sviluppo del tutto inattuale) e il bisogno disperato di uno scopo che inaspettatamente germoglia nell’adolescenza confusa, spaesata e piena di desideri della figlia. Avrebbe fatto tesoro di quel suo essere sospesa tra un passato eroico impallidito e un futuro pieno di nebbie che, attraverso i figli appunto, esige risposte, facendosi interprete di un patto generazionale attraverso cui ripensare con coraggio il passato e soprattutto il futuro. Un futuro che non può somigliare a questo presente asfissiante, confinato. E quando dico «ripensare con coraggio», mi riferisco soprattutto al coraggio del pensiero e delle idee di cui per troppo tempo abbiamo ritenuto di poter fare a meno, ubriachi del nostro esclusivo benessere.

(Riproduzione riservata)

© Evelina Santangelo

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Evelina Santangelo è nata a Palermo nel 1965. Presso Einaudi ha pubblicato nel 2000 la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo(con cui ha vinto i premi Berto, Fiesole, Mondello opera prima, Chiara, Gandovere-Franciacorta), i romanzi La lucertola color smeraldo(2003), Il giorno degli orsi volanti (2005), Senzaterra (2008), Cose da pazzi (2012) e Non va sempre così (2015). Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Disertori, Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi, Stile libero), Principesse azzurre 2 (Oscar Mondadori) e Deandreide(Rizzoli Bur). Per Einaudi ha tradotto Firmino di Sam Savage e ha curato l’edizione di Terra matta di Vincenzo Rabito.
Il suo sito è www.evelinasantangelo.it.

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