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Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

agosto 6, 2015

Uno scrittore allo specchio: DANTE ALIGHIERI

di Simona Lo Iacono

Speculum si nomava al tempo mio. Specchio.
Ma io ch’avea il capo bardato, e ingombranti le vesti, io che a stento lasciava gli occhi a scrutare il mondo, io – mai – avea avuto desiderio di rifrangermi in esso, di vedermi dipinto come umana forma.
Non era difatti, il mio, un volto che potesse rimirarsi senza sollevare dubbio. Troppo affossato l’occhio. Troppa protuberanza nelle nari. Infine, troppo spaziosa fronte, segnata da rugature.
Pertanto preferivo cercare lo specchio nella natura, che è magno riflesso della veritate, o nelle littere che – al pari di specchio – non mutano il sembiante.
Dunque, mai accadde che mi volsi al par delle umane genti a rimirare le fattezze mie, e solo cercavo – nel viver giorno per giorno – la scintilla divina che tutto puote. La scintilla che accalora e tace, quella – pure – che fa vaticinare le genti e che, alle medesime genti, illumina l’anima e consola il cuore.
Cercavo, insomma, e per tutta la vita infino al trapasso, lo Dio del cielo e della terra, e del mare e dell’aria, e di tutti i gradi di quello che nomano purgatorio e paradiso.
E – cercando lui – puranco cercavo me stesso, e perché, perché, tanto inquieto fossi nell’andare.
Avea avuto difatti, la persona mia, incommensurati privilegi.
C’erano state madonne a far sì che cantassi amore. C’erano stati poeti sapienti dell’antico tempo a prendermi come rapito, portandomi sulla vetta del poetar magnifico.
E c’era stato dolore, certo, l’umano compagno delle sorti avverse, l’unico che nemmeno il sommo Bene, Dio magnificentissimo, può negare.
E però, la persona mia continuava a errare inquieta, a vivere un esilio che non era soltanto dalla terra amata di Florentia, né solo del vivere o solo del morire.
Era invece un esilio sferzoso e mai fugace, una rosolante e pavida tensione, un voler superare – sempre – puranco me stesso con imperitura gloria e imperituro onore.
Cercavo affannosamente una lapide immortale, una bocca che ovunque nomasse il mio verseggio, cercavo con mestizia ciò che all’uomo è miraggio: eternitate, cesello valoroso di chi non muore, artificio sommo, sognante sogno.
Forse un affanno così non è che orgoglio, dicea a me stesso, forse è insana voglia d’andare oltre, proprio io che l’oltre l’avea varcato, e l’avea detto, e l’avea financo rivissuto con la penna e con il corpo.
Ma poi…. No, non è orgoglio – frate di tutti li peccati, fugace e barbaro – è solo paura, fragilità di animo precario. Timore che con la dimenticanza pur’io morirebbe per sempre, e di me non resterebbe nemmanco il nome.
Così, quando poi avvenne il trapasso (e fu più docile che il sonno di un dormiente), quando infine la morte (terrore supremo e falciante ossessa) venne a rapire le stemperate ossa, non le domandai: dove mi porti? In infingardo loco, dove brucia il pianto? In mondo di mezzo e di medio splendore? Ovvero ai lochi santi del supremo Fattore?
No…Le domandai soltanto se – dopo, e qualunque fosse il loco – le umane genti avrebbero rammemorato del poeta sommo almeno il nome.
La morte guardommi e scrutommi il petto.
Indolente, non finse sdegno, non mostrò stupore. Piuttosto sorrise e aprendo bocca disse ciò che sempre tace.
“Sono avvezza – sibilò – a questo lamento. Non è tuo solo, ma di chiunque a bellezza d’arte si voti tutto intero. E, tuttavia, posso assicurarlo: per l’eternitate sarai nomato e ricordato come supremo vate…dunque vieni, e nulla ti turbi ormai, Dante Alighiero”.

[Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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