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MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (un estratto)

agosto 7, 2015

Pubblichiamo un estratto del volume MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (Voland traduzione di Daniela Di Sora)

Il libro
Mosca, ottobre 1941. Sono passati quattro mesi dall’attacco della Germania hitleriana all’URSS. Elena Rževskaja, ventiduenne, lascia la fabbrica di orologi dove lavora e si iscrive a un corso per interpreti militari. Inizia un’avventura che la porterà a diventare testimone attenta e partecipe della guerra, in un movimento continuo che attraverso cittadine e villaggi sconvolti dal conflitto la condurrà al fronte, e infine a Varsavia e a Berlino. Ed è qui, nel suo ruolo di interprete militare, che la giovane Elena si troverà nel maggio del ’45 al centro della misteriosa vicenda del riconoscimento del corpo carbonizzato di Hitler, di cui Stalin non informa neanche il maresciallo Žukov, comandante dell’Armata Rossa che entra vittoriosa in Berlino. E a questo punto il libro da avvincente narrazione diventa anche un ineludibile documento storico che contribuisce a chiarire una delle vicende più oscure della Seconda guerra mondiale.
Il libro è arricchito da un inserto fotografico con immagini d’epoca di proprietà dell’autrice.

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Un estratto del volume MEMORIE DI UNA INTERPRETE DI GUERRA, di Elena Rževskaja (Voland)

Notte a Berlino

Il centro di Berlino bruciava, enormi lingue di fuoco lambivano il cielo. Gli alti edifici illuminati dal bagliore sembravano vicinissimi, anche se erano a qualche chilometro. I riflettori lanciavano ampi fasci di luce a solcare il cielo. Ci raggiungeva il rumore sordo e incessante dell’artiglieria. Qui, in periferia, erano ancora in piedi le palizzate anticarro, mentre i nostri carri armati già puntavano verso il centro. Quella stessa notte nei sotterranei della Cancelleria del Reich venivano celebrate le nozze di Hitler. Quando in seguito lo seppi, mi tornarono alla mente le mura degli edifici bruciati che crollavano, l’odore dell’incendio, le palizzate ormai incapaci di difendere e, nell’oscurità, il fragore inesorabile dei carri armati diretti al Reichstag e alla Cancelleria. Io ero seduta su una tanica vuota accanto a una vetrina sprangata, sotto le lettere dorate dell’insegna della pasticceria “Franz Schulz Feinbäckerei” e aspettavo che dallo Stato Maggiore ci dicessero dove dovevamo acquartierarci. Quella notte la prima linea passava per il centro di Berlino. Ripensai a quando traversammo il fiume sotto Smolensk, nel ’43, e ai cavalli affamati che si rifiutavano di trainare l’artiglieria, e agli uomini esausti che dovettero spingere da soli i cannoni sotto il fuoco implacabile del nemico, mentre Ivan Ivanovič Sokol’nikov, a rischio della propria vita, riprendeva quelle scene in un filmato. Oltre ai materiali per il cinegiornale, Sokol’nikov doveva utilizzare una parte della pellicola assegnatagli anche per la cineteca storica, dove sarebbe stato conservato per i posteri il volto tragico della guerra. Filmava dunque l’attraversamento, i soldati che trascinavano l’artiglieria, che morivano sotto le bombe, sotto il fuoco nemico. Un “fotogramma” mi è rimasto impresso, che non è entrato nei cinegiornali o nella cineteca: quella primavera, un po’ prima però, quando si poteva ancora andare con i pattini sulla neve che iniziava a sciogliersi, un soldato stava seduto su una slitta lungo uno di questi percorsi. Il suo cavallo era caduto. Lui l’aveva staccato, senza nemmeno guardare l’animale aveva girato la stanga, ci aveva appeso la gavetta con dentro della neve, aveva acceso un piccolo falò. Gli ordini erano severissimi: tentare di salvare i cavalli fino all’ultimo. Ma stavolta era impossibile far rialzare la povera bestia. L’acqua giallastra bolle nella gavetta, il cavallo continua a sbattere la palpebra, triste. L’uomo aspetta cupo… Sarà arrivato a Berlino? Fare in modo di averli tutti qui, quelli che hanno provato la dura vita del soldato, patito la fame e il freddo, sono stati feriti e hanno avuto paura, resuscitare chi ha dato la vita: che vedano con quale forza minacciosa il loro esercito è finalmente penetrato nella tana del nemico.

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Elena Rževskaja, pseudonimo letterario di Elena Moiseeva Kagan, è nata a Gomel in Bielorussia nel 1919 da famiglia ebrea poi trasferitasi a Mosca. Nel ’41 si unisce all’Armata Rossa, che combatte contro il nazismo, in qualità di interprete di guerra dal tedesco. Prende parte alla sanguinosa battaglia di Ržev (in ricordo degli scontri che si svolgono intorno alla città adotterà lo pseudonimo con il quale firmerà tutti i suoi libri) e con la Terza Armata, presso cui presta servizio, partecipa all’assalto di Berlino. Nel 1961 pubblica la sua storia con il libro Vesna v šineli (Primavera col pastrano addosso). Scrive poi Berlin, maj 1945, uscito in italiano con il titolo La fine di Hitler fuori dal mito e dal romanzo giallo (1965). Nota in Russia anche come scrittrice di racconti e novelle, Elena Rževskaja ha ricevuto la medaglia d’oro dell’Unione degli Scrittori Russi e il premio Andrej Sacharov. Attualmente vive a Mosca.

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