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PASSAGGIO IN SARDEGNA, di Massimo Onofri (recensione)

agosto 7, 2015

PASSAGGIO IN SARDEGNA, di Massimo Onofri (Giunti)

[La puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Massimo Onofri dedicata a “Passaggio in Sardegna” è disponibile per l’ascolto cliccando qui – Le prime pagine del libro sono disponibili qui]

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Ascolto il tuo cuore, Sardegna

di Giuseppe Giglio

Ascolto il tuo cuore, Sardegna. Avrebbe potuto avere questo titolo, il nuovo e godibilissimo libro di Massimo Onofri: quel Passaggio in Sardegna licenziato da Giunti soltanto alla fine di maggio, e già alla terza ristampa; e che senza troppa difficoltà richiama un altro e famoso titolo, di Alberto Savinio: Ascolto il tuo cuore, città (forse il più saviniano: nel segno di quella felice conversazione con il lettore che corre lungo ogni pagina di Savinio, e che qui tocca vette di amorosa leggerezza, mentre il narratore respira e fa respirare tutto l’odore della sua cara Milano, divagando sul vivere civile e al tempo stesso contrabbandando schegge della propria autobiografia). Perché Massimo Onofri sembra proprio seguire Savinio, nel dispiegare questo sua originale narrazione: laddove, ascoltando quell’isola «del sole e dell’assenza», l’etrusco Onofri respira e fa respirare le pietre, i mari, i luoghi, i cibi di una Sardegna autentica, fuori da abusati stereotipi e da cartoline fin troppo piene di ammalianti imposture. E non è difficile collocare Passaggio in Sardegna nell’alveo di una nobile e antica tradizione italiana: quella della grande letteratura di viaggio. Una tradizione che, per restare al solo Novecento, annovera libri come Questa è Parigi, o Cina-Giappone, di Giovanni Comisso, o come America, primo amore, di Mario Soldati. Senza dimenticare il Borgese di Escursioni in terre nuove e di Atlante americano. O il Cecchi di Messico e di America amara. Per arrivare agli scrittori-viaggiatori in Italia: dal Gadda de Le meraviglie d’Italia, al Piovene di Viaggio in Italia, al Brandi di Pellegrino di Puglia.

Eppure è molto più che un libro di viaggio, Passaggio in Sardegna: perché Onofri qui ascolta se stesso, lui che, per caso o per destino, da instancabile inquilino della letteratura come critica della vita, quell’isola abita oramai da più di un lustro, e non senza aver ingrossato il proprio gruzzolo del vivere: «Il promontorio di Capo Caccia è di fronte a me nella luce immacolata e segna l’orizzonte: sono passati tredici anni e la Sardegna – chi l’avrebbe detto – è riuscita a cambiarmi»; ma soprattutto, Onofri, ascolta le persone che vi ha incontrato, e che alle pietre, ai mari, ai luoghi, ai cibi di quella straordinaria isola danno corpo e sangue. Da Porto Torres (la cui dolcezza insostenibile reca una tremenda ferita: quel Petrolchimico su cui si è infranto il sogno di crescita di tanti giovani, scivolati su un falso sviluppo, tra miasmi e tumori) a Cagliari (laddove la Sardegna finisce di essere «ciò che in parte ancora è altrove: una “forza del passato”, come Pasolini amava dire di se stesso»). Da nord a sud, lungo la statale 131, l’arteria più importante dell’isola: passando per Bosa e Stintino, la Gallura e Olbia. Poi l’Asinara del carcere e degli asinelli albini (ove si dipana una rivelatrice «filologia del dolore»), la Caprera e la Maddalena (con un Garibaldi smitizzato, mutato nell’uomo che davvero fu). E ancora: la Oristano città-salotto, la Nuoro di Giacometti, Deledda e Satta, la Barbagia e il mito identitario. Per non dire della Siligo di Ledda, della Ghilarza di Gramsci (con una salutare araldica del coraggio e dell’onore, in una nazione in cui dilaga l’immoralità), della Villacidro di Dessì. E di Alghero, dove Onofri – tra creme pasticciere, bavette al granchione e un porceddu che si scioglie in bocca, davanti ad anfitrioni (ristoratori e baristi) col gusto del vivere bene – teorizza e sperimenta la felicità di una vita lenta, di una Slow Life: quel «provare a riprendersi la vita, qualora ci si fosse fatti trovare distratti».

Passaggio in SardegnaNe vengono fuori ritratti di incisiva semplicità, di umanità sorprendente: dallo scrittore all’operaio, dal funzionario alla cameriera, dal pizzaiolo al libraio, passando per i tanti amici e soprattutto per gli ex-allievi, le donne e gli uomini che Onofri racconta si fanno personaggi di quest’arioso romanzo della Sardegna, che racchiude in sé la divagazione saggistica e la nota di diario, lo spunto antropologico e la quotidianità del vivere, il tutto disciolto in una prosa sorvegliatissima eppure assai lieve, forgiata in un’officina di antica esperienza, che arriva a schizzare un personaggio finanche con un solo aggettivo: come quando Onofri accenna ad un collega del Dipartimento dell’università di Sassari, dove egli stesso conversa di Critica Letteraria, quel Luca Audino «col sorriso e il passo da pistolero stanco». Una prosa, ancora, che restituisce uno scrittore beatamente superficiale, di quelli che, savinianamente, riescono a portare ogni cosa, anche la più profonda, alla chiarezza della superficie. E se nella Sassari di Salvatore Mannuzzu – quella piena di ombre e reticenze (comprese quelle della famiglia) di Procedura, dove nessuno è mai del tutto innocente – «si agitano uomini che implorano Dio affinché accetti la loro vita di peccatori, tolto il peccato»; se Gavino Ledda – nello scandaloso dramma patriarcale che in Padre padrone affida ad inaudite oltranze di scrittura – mostra al lettore le verità della vita: «che sono biologiche e cieche»; se dal cimitero della sua Nuoro, Salvatore Satta – in quel suo romanzo-capolavoro che è Il giorno del giudizio – fa rivivere, in quei morti, un’emblematica umanità: sgomenta e insensata, astiosa e senz’anima, che alimenta «un perpetuo falò di speranze e vanità»; se, insomma, Passaggio in Sardegna non fa sconti al buio e al caos del vivere, è pur vero che questo viaggio onofriano è soprattutto un canto d’amore.

L’amore per la bellezza e l’armonia di un luogo, malgrado impetuosi e smargiassi sviluppi di cemento e ricchezza. L’amore per un cibo con cui non si può non fare all’amore, o per un mare dove non può non essere dolce il perdersi. L’amore per i figli, che Onofri – lui stesso padre – legge nell’urgenza morale di Mannuzzu: «Così capita che i vecchi perdono di vista l’approdo della loro personale salvezza. Non perché, temerari, presumano di poterlo facilmente raggiungere; non perché nutrano un’insana fiducia nell’esercizio della loro libertà e ritengano chiusi in attivo i loro conti con Dio; ma perché più della loro vita e (persino) della loro anima amano le vite e le anime dei figli. Senza la cui salvezza – pensano quasi loro malgrado – non c’è salvezza che valga». L’amore per le donne, per le tante donne conosciute, molte soavi (aggettivo assai caro ad Onofri). L’amore per Ini, cui l’autore dedica il suo Passaggio in Sardegna, e che gli fa dire: «non c’è nulla nella vita d’un uomo, dico di questa fuggevole e miseranda vita, che possa durare di più della bellezza di una donna, quando ti scende nel cuore». E forse Onofri, nel declinarlo, l’amore, non riesce a liberarsi di un ostinato «stilnovismo patologico»: perché in lui c’è come uno stendhalismo di fondo (che era anche di Savinio: del suo essere, del suo scrivere, del suo dipingere, del suo comporre musica), ovvero un piacere del desiderio: che non è soltanto quello dei sensi, e che si rivolge a tutto un mondo, vissuto come un enorme oggetto d’amore. Perché la vera gioia del vivere, Onofri lo sa bene, viene dalla coscienza sempre viva della morte. E quando la notte si abbandona – lui, Onofri – al piacere sottile di un buon sigaro (quasi una liturgia, e proprio in relazione alle silenziose verità della vita), gli avviene a volte di rileggere il suo Soldati: «Siamo troppo deboli per rinunciare a questo velo profumato e impalpabile che ci stendiamo intorno, tra noi e la tragedia, qualche volta atroce, del vivere. A non fumare, si rischia troppo».

Passaggio in Sardegna - Copertina 2

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Massimo Onofri insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari. Collabora con «Avvenire», «Il Sole 24 Ore», «L’Indice dei Libri del Mese», «Nuovi argomenti». Ha pubblicato, tra l’altro, Storia di Sciascia (1994-2004), La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo (2007, Premio Brancati per la saggistica), Recensire. Istruzioni per l’uso (2008), Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo (2009), L’epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi (2011, Premio De Sanctis per l’Unità d’italia). Vive a Viterbo, quando non è in Sardegna.

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