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STRADE INQUIETE di Alessandra Litrico (recensione)

settembre 1, 2015

https://i1.wp.com/watsonedizioni.it/wp-content/uploads/2015/06/copertina_strade-inquiete.jpgSTRADE INQUIETE, di Alessandra Litrico (Watson edizioni)

L’autrice sarà presente al Buk Festival di Catania, presso lo stand delle edizioni Watson, giorno 19 e 20 settembre 2015

di Alessandro Russo

Buongiorno: vi chiedo scusa se sono sudato.
Il fatto è che ho appena terminato di giocare a calcio in giardino con mio figlio Matteo.
«Papà, oggi mi hai fatto felice» – mi sussurra mentre comincio a scrivere questa recensione.
Strade inquiete’ (Watson Edizioni, pg 139, € 10), l’esordio narrativo di Alessandra Litrico (foto in basso), è una trepidante fiaba sulla contentezza interiore in cui genesi, intreccio e conclusione s’accarezzano. Sono tutti col muso a Milano e le temperature glaciali atrofizzano il cuore: la storia è ambientata là, in una città sfuggente e avvolta da una vena malinconica. Incentrata sul mal di vivere dei giorni nostri, l’ha redatta una giovinetta di Catania laureata in legge; in punta di penna, la giurista si mette alla prova come archeologa. Il tema trattato appare tosto ma l’autrice non getta la spugna, piuttosto trasforma variegati stati d’animo in intonata narrazione. Tra le angosce del dolore esistenziale, Alessandra attacca col descrivere minuziosamente la sala d’attesa d’uno studio medico che odora d’umido e naftalina. In mezzo a uno scivoloso terreno, dimostra talento a scavare tra i resti dei rapporti umani e ciò che rimane dei nostri sentimenti. Con una scrittura mai artificiosa prende lei dimora attorno alle pieghe psicologiche di cinque intriganti personaggi: tesse la tela e costruisce una fascinosa pièce teatrale. Le vie del capoluogo lombardo sono inquiete e pure le pagine della scrittrice catanese lo divengono. Sta per scoccare la scintilla: i cinque salgono sul palco e financo la Litrico in carne e ossa fa capolino in scena.
Il giovanotto, per primo, digrigna i denti per il freddo e si dimena sul divano come un’anguilla. Nella sua anima c’è una terribile mareggiata; è pallido e stremato e sta per esser risucchiato dalle sabbie mobili. Accanto a lei la ragazza dalla pelle color fragola sparge curriculum come coriandoli e legge Pessoa. Ha negli occhi il bagliore dei cieli del sud e quando cammina lo fa a passo svelto: è precaria in un call center e si sente sotto sequestro. È il momento dell’imperturbabile avvocato di successo e single irremovibile che la sera beve gin tonic in affollati locali.
alessandra litricoAl contrario del proprietario di un bar ai Navigli, in un angolo fuori dal tempo e dal mondo. Per carattere è incline alla solitudine: indossa un eskimo marrone e le sue mani gesticolano continuamente. Il quinto personaggio? Una signorina col naso alla francese e un’aureola che la avvolge: borbotta, sbuffa e s’accende l’ennesima Marlboro. Per ultima, la nostra scrittrice in persona penetra nei flussi del loro pensiero tra dinamiche ora armoniche ora impetuose. Ama ella psicanalizzare la gente e scrutarne con fare indagatorio i repentini cambiamenti di rotta; sta sempre in giro e appunta le sue emozioni in un taccuino bianco che tiene in una borsa di cuoio bordò. «L’inquietudine –chiarisce- è la tematica cardine della mia vita: non ricordo momenti cruciali o importanti vissuti in sua assenza. Non lo dico in termini negativi ma al contrario credo rappresenti l’impulso a dare sempre il meglio. Adoro l’arte di Edward Hopper e la sua capacità nel descrivere solitudine, smarrimento e incomunicabilità; non a caso nella copertina del mio romanzo campeggia la rivisitazione di un suo dipinto. Con ‘Strade inquiete’ affronto temi contemporanei, parlo di crisi lavorative e affettive e racconto la voglia di farcela a ogni costo. Mi piace pensare che ciascuno di noi possa davvero essere quel che vuole e non ciò che circostanze e condizioni esterne impongono. La scrittura per me è carne, istinto, sensualità, passione. Di solito butto giù un testo come un musicista jazz suonerebbe il suo strumento. Scrivere è come avere fame; non so dove mi porterà tutto ciò ma so che è un grande amore e i grandi amori travolgono».
Chiedo scusa ma Matteo vuol giocare ancora con me.
«Sei tu che oggi mi fai felice» – enuncio mentre col pallone tra le braccia spengo il computer e lo raggiungo in giardino.

© Letteratitudine

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