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IL MISTERO E LE SUE MASCHERE

settembre 2, 2015

IL MISTERO E LE SUE MASCHERE

Majorana. Mistero in due scene” (Carthago Edizioni 2015) – di Paolo Manganaro

di Anna Vasta

Si può raccontare il mistero, senza disperderne le tenebre? Si può esplorarlo senza oltrepassare la soglia d’inviolabilità che lo separa dal conoscibile, e non macchiarsi d’empietà?
Il mistero non è l’ignoto. L’ignoto è il non conosciuto; il mistero, il non conoscibile. E di conseguenza l’indicibile, il non raccontabile. Ma ciò che non è possibile raccontare, si può rappresentare. Un’antica tradizione letteraria, quella dei Misteri religiosi, utilizza l’azione teatrale per narrare il mysterium iniquitatis: la passione e la morte dell’uomo-dio, l’enigma del nascere e del morire, il dolore, l’iniquità, il male. Anche Paolo Manganaro (foto in basso), l’autore della pièce teatrale “Majorana. Mistero in due scene (Carthago Edizioni 2015), mette su una performance con coro, personaggi, musiche di fondo per rappresentare una vicenda di mistero, la scomparsa di Ettore Majorana, il giovane fisico catanese dileguatosi a poco più di trent’anni, un giorno di marzo del 38, senza lasciare tracce. Nella pièce di Manganaro la sacralità dei Misteri medievali si dissolve nelle provocazioni, nei paradossi di un moderno teatro dell’assurdo o della follia. Così che il mistero sia salvo, che resti tale. Consegnato all’ essenzialità scenica del drammaturgia contemporanea, si cristallizza in una forma che ne garantisce l’insolvibilità.
Inevitabile per Paolo Manganaro il rendez- vous con Leonardo Sciascia e il suo Majorana.
Sciascia sceglie il romanzo, l’indagine, per scandagliare il mistero di Ettore.
La forma del romanzo di per sé indulge all’umano. Ne viene fuori un personaggio che, pur conservando la sua statura di superiorità rispetto ai propri simili, resta comunque un uomo, coi suoi dubbi, le laceranti contraddizioni, un’idea della scienza alta, malgrado le sue demoniche potenzialità. Lo schema del giallo presuppone la volontà di venire a capo del mistero, o quanto meno di indicare una pista, di indirizzare il lettore verso frammenti di verità, che emergono da episodi della vita di Majorana, e che assumono, alla luce del dopo, sentori di presagio.
paolo manganaroIn “Mistero in due scene” la figura di Majorana-che si va delineando attraverso i dialoghi con Leonardo, con Fermi, lo scienziato italiano che progettava l’atomica al servizio dell’America (progetto Manhattan), con Heisenberg, il fisico tedesco che ricercava per conto del Terzo Reich, mentore e maestro di Ettore, negli scambi di persona con i suoi eteronimi che si sovrappongono nella scena elidendosi a vicenda- prende forma in negativo. Dalla liquidazione di tutte le congetture, le illazioni, le finzioni letterarie e non, che lo hanno relegato nella inconsistenza di un fantasma o di uno spettro. Di Majorana al suo autore interessa far venire alla luce ciò che Majorana non è stato, e che la sua scomparsa ha alimentato; non uno scienziato artigiano alla Fermi, non un ricercatore idealista, autoimmolatosi per coerenza e fedeltà a un’idea di scienza al servizio dell’uomo, né un fisico come Heisenberg, tragicamente consapevole del potere eversivo della scienza-la scienza per voi è l’officina del nulla. Fatti fuori questi cloni di Ettore utili a depistare, più che a fare chiarezza, non gli resta che muoversi a tentoni in una selva oscura, la stessa che ha inghiottito il giovane Majorana. E non per cercare improbabili verità che si sono perse nel caos delle vicende, degli accadimenti, negli inestricabili grovigli dell’esistenza, ma per trarre fuori altra oscurità da quel gorgo di disperazione; di sé, del mondo, dell’universo intero-qui “il male, ahimè, è scritto a caratteri matematici”-, dove è precipitato Majorana. Così facendo, Paolo Manganaro ha dato vita a un personaggio-un suo Majorana, probabilmente e in parte a propria immagine e somiglianza-di perturbante indagatore dell’universo, in cerca della formula che mondi possa aprirci, e non per progetti salvifici, né per magnifiche sorti e progressive, ma per poter approdare a quello stato di grazia che ti rivela che il mondo è perfetto. Dove sia consentito vivere assolutamente, senza scopo. Il che equivale a morire, o meglio a scomparire, a non essere più niente e nessuno per chi resta. Oblio che non può dare la morte, ma solo la scomparsa.
I morti vivono una vita fittizia nel ricordo dei vivi. Chi scompare senza lasciare alcun indizio della propria morte, appartiene solo a se stesso, non si dà in pasto ai vivi.
Rispettoso della volontà di autoannullamento di Ettore Majorana, lo scrittore non lo darà in pasto ai lettori con i suoi tenebrosi segreti. Tali segreti custodirà sotto coltri di cenere come il seme sotto la neve.
A lettura finita questa operetta che si può iscrivere per il taglio morale alla scuola di pensiero scettico-cinica, e che per una certa irriverenza richiama i Dialoghi dei morti di Luciano, nonché i grandi temi e l’ironia ‘romantica’ delle Operette morali di Leopardi, lascia un’impressione d’incompiuto, di non risolto, come nelle più nobili creazioni della mente umana.

© Letteratitudine

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