CIATU

settembre 9, 2015

 

CIATU

di Simona Lo Iacono

Quando mia nonna voleva dirmi che ero tutta la sua vita, che viveva per me, che s’incarnava nei miei giorni al punto da essere il mio passato ma anche il mio futuro, mi diceva: “Ciatu mio” , e cioè “fiato mio”, respiro del mio respiro.
Ciatu“, però, è anche più di respiro. Perchè il fiato è flebile e tuttavia fortissimo, è vento ma anche vapore, è materia invisibile che unisce.
chi siamoNon poteva quindi scegliere titolo migliore la regista Monica Felloni per lo spettacolo teatrale che ha esordito il 21 agosto al Teatro Antico di Taormina e a cui ho assistito con stupore crescente. Messo in scena dalla sua compagnia, Neon, il cui direttore artistico è Piero Ristagno e che da più di un ventennio valorizza ogni diversità attraverso il teatro, “Ciatu” è più di una rappresentazione teatrale.

Nel palco bagnato da una luna brillante, che univa i suoi raggi ai corpi, un intero universo di fiati cantava infatti una melodia armoniosa e assoluta. In scena sia disabili che normodotati, ma in una mescolanza talmente perfetta e simmetrica da far pensare che non possa esistere alcuna forma di ordine senza diversità e senza mancanze.

Perchè la pienezza dell’uno rimbalzava sul limite dell’altro. Ma quel limite miracolosamente assurgeva a possibilità, ed era allora che, come un unico corpo, la vita marciava con imperiosa urgenza fino a manifestarsi nella sua perfezione.

Una perfezione che non è fatta di persone senza limiti, ma di cuori che sanno trasformare quei limiti in pienezza.
Ogni età in gioco, dal concepimento alla vecchiaia, ed ogni corpo in movimento, da quello più flessibile a quello meno elastico, e ogni particolare sotto l’ansante legge dell’unione.
In sottofondo le parole di Giordano Bruno, arso sul rogo ma rivestito dell’autorità dei trapassati, parole senza barriere, predestinate a svelare il senso dell’avventura umana.
Avventura che si gioca tutta nel cogliere l’unità della diversità, e che in quella complessità compatta non elimina le differenze ma le aggrega in un mosaico, in cui ogni tessera riluce di vita propria ma al tempo stesso acquista significato nella sua posizione, accostata e incastrata alle altre.
Essere se stessi e nel tutto, e cioè nell’altro ma anche in sè. Un gioco antico e mai compiuto, una tensione gioiosa, senza altro scopo che generare relazione, dialoghi, condivisione.
Monica Felloni ha messo in scena con grazia infinita il coraggio, la vita, le età e il fluire del tempo, senza dimenticare che tutto ciò può avvenire solo se l’uomo tende all’altro uomo, lo sorregge e lo ripara, lo accudisce e si fa accudire.
Siamo un’umanità che non trova pace solo per questo, per avere dimenticato questa confluenza miracolosa ed essenziale, che ci rende forti solo riconoscendoci bisognosi gli uni degli altri, partecipi dello stesso destino.

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© Letteratitudine

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