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ROGO: intervista a Giacomo Sartori

settembre 10, 2015

ROGO: intervista a Giacomo Sartori

di Massimo Maugeri

Giacomo Sartori è scrittore e agronomo. Ha pubblicato vari romanzi: Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic 2013), Cielo nero (Gaffi, 2010) e alcune raccolte di racconti: Di solito mi telefona il giorno prima (il Saggiatore, 1996), Autismi (Sottovoce, 2010) che ha vinto il premio Frontiere-Grenzen 2011 e è entrato nella cinquina Premio Settembrini 2012, Avventure (Senzapatria, 2010), Zoo a due (con Marino Magliani, Perdisa Pop, 2013).
È redattore del blog letterario Nazione Indiana.

Di recente, per la casa editrice “CartaCanta” ha pubblicato il romanzo Rogo (un estratto è disponibile qui). Ne discuto con l’autore…

– Giacomo, Rogo è il tuo terzo romanzo ambientato in Trentino-Alto Adige. Potresti dire da dove nasce la scelta dell’ambientazione?
Non lo so bene nemmeno io perché ho sentito l’esigenza di ambientare da quelle parti tre miei romanzi, visto che gran parte della mia vita adulta l’ho passata ben lontano dal Trentino. Io lì ci sono nato e cresciuto, ma poi appunto ho vissuto altrove, e soprattutto fuori dall’Italia. Penso che gli scrittori parlino delle cose che conoscono intimamente, e tra queste rientrano certo gli ambienti che li hanno marcati nell’infanzia, e le esperienze ad essi legati. Però devo ammettere che non mi sembra di conoscere bene la situazione attuale della regione, e quindi nel parlarne provo anche una sorta di malessere. Come dire, cerco di seguire quello che succede, perché ho mantenuto molti legami, però non mi sembra di avere davvero il polso della situazione, come solo può averlo chi ci vive in modo continuo. Il mio è quindi uno sguardo non alieno a un senso di estraniamento. Del resto la mia famiglia era per molti versi atipica, in quanto sia mio padre che mia madre erano criticissimi nei confronti della realtà regionale, anche se in modi diversi. Mio padre da ex fascista radicale e anticlericale non sopportava il totalitarismo democristiano, con il suo corredo di ipocrisie e corruzione, e mia madre veniva da una famiglia con esperienze cosmopolite, mal digeriva le chiusure della profonda provincia bigotta. Lo dico solo perché credo che questi elementi di distanziazione, che peraltro non arrivavano e non potevano arrivare a una sintesi, abbiano influito molto nella genesi del mio sguardo, che è sempre quello di uno che osserva dall’esterno, che non si sente a casa sua da nessuna parte. E devo confessare che anche come lettore trovo insopportabile il tono di complicità con la realtà che è presente, anche se in forme molto diverse, in tanti romanzi italiani, perché appunto questo senso di appartenenza non mi ha mai coinvolto, e penso che dal punto di vista letterario sia deleterio. La letteratura per me diventa interessante nella misura che il suo sguardo sia implacabile, alieno da qualsiasi connivenza. Può esserci al limite empatia, tenerezza, commozione, nostalgia, desiderio, ma non connivenza.

Rogo è ispirato a un fatto realmente accaduto?Sì, anche per Rogo, come per i due “romanzi alpini” precedenti, sono partito da un fatto di cronaca locale, e nella fattispecie da un atto di violenza, l’uccisione di un neonato da parte della madre, e l’ho affiancato a altre due storie di figlicidio di mia invenzione. Il che non corrisponde in alcun modo a una mia attrazione per questo genere di fatti, tutt’altro, ma in essi vedo piuttosto un potere epifanico. Spesso sono solo queste tragedie che riescono a squarciare lo spesso velo delle apparenze, tanto più opaco in un paese con dilaganti conformismi come il nostro, a mostrarci quello che c’è sotto. Secondo me la propensione di molti scrittori italiani per i crimini nasce proprio da questa opacità della nostra condizione, non si tratta solo di una moda, o di una mancanza di ispirazione, o di una visione ristretta della letteratura. In ogni caso io di quello che è realmente successo ho utilizzato anche in questo caso, come avevo fatto per Tritolo e Sacrificio, solo lo scheletro, vale a dire la struttura della vicenda, e l’ambientazione. E per scrivere mi sono servito solo delle informazioni date dai giornali, senza ulteriori ricerche, o approfondimenti ad hoc. I personaggi sono quelli del fattaccio, ma hanno caratteri inventati.

– Quindi sei partito dalla versione e dalle informazioni dei giornali?
Lette con attenzione le ricostruzioni dei quotidiani sono sempre molto vaghe e lacunose, e in definitiva poco convincenti, per non dire molto improbabili. Molti dettagli e molti sintomi vengono analizzati solo sommariamente, molti altri non sono nemmeno presi in considerazione, e il tutto è correlato in una narrazione che fa appello al senso comune e a codici di comportamento e morali che vengono dati per scontati. La finalità sembra essere quella di smussare tutto quello che potrebbe mettere in crisi le nostre concezioni, di non farci pensare, di rassicurarci. Si cerca di creare un’emozione, ma è una emozione che innalza una barriera, non che avvicina a quello che è successo. E a me piace ricostruire la stessa vicenda utilizzando gli stessi elementi, ma appunto rintracciando coerenze e relazioni di interdipendenza, e dandogli un’altra densità, calandomi nella pregnanza degli attimi, dove tutto è nel contempo pensiero e sensazioni e emozioni, e diventa più confuso. Visto da vicino qualsiasi fatto di questo genere ci aspira nel suo abisso, ed è quello che sa fare molto bene Carrère in L’avversario, al punto da farci stare a disagio, al di là della valutazione letteraria che possiamo darne. Ma lo faccio sapendo che partendo dagli stessi elementi la costruzione potrebbe essere anche molto diversa, e in particolare i personaggi potrebbero essere molto differenti da come li ho inventati. E volutamente i miei personaggi hanno delle deformazioni, delle ipertrofie, delle incoerenze: l’intento non è naturalistico. In fondo quello che mi interessa è vedere quanto di familiare, di assolutamente normale, e vicino alla nostra vita di tutti i giorni, c’è anche in questi episodi che consideriamo fuori dalla norma. E quanto le nostre visioni siano semplificate e di comodo, utilitariste. E quanto nelle parole che usiamo per parlarne ci sia di falso e, anche qui, di autorassicurante. L’unico vero interesse mi sembra essere lì.

– E che rapporto c’è tra Rogo e gli altri tuoi testi, in particolare quelli che non fanno parte di questa trilogia?
Nella mia scrittura hanno sempre convissuto più registri, uno dei quali è appunto questo legato al dramma, al confronto con la morte violenta. Anche il libro su Galeazzo Ciano, Cielo nero, appartiene a questo filone. Ce n’è però anche uno più intimo, e ne fa parte quello che considero il mio romanzo più importante, Anatomia della battaglia, pubblicato sa Sironi. E poi c’è una vena più comica, che porto avanti con i racconti intitolati Autismi, e con altri testi ai quali sto lavorando ora.

Grazie per le tue risposte, Giacomo. E buon lavoro, con riferimento a questi tuoi nuovi testi in fase di scrittura che spero possano vedere la luce molto presto.

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