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PAOLA MASTROCOLA racconta L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI

settembre 11, 2015

PAOLA MASTROCOLA racconta il suo romanzo L’ESERCITO DELLE COSE INUTILI (Einaudi).
Un estratto del romanzo è disponibile qui

di Paola Mastrocola

Dicembre 2012: ricevo come regalo di Natale, da un amico carissimo, l’adozione a distanza di un asino. È una mail, un certificato di adozione via mail. Scopro così che esiste un posto vicino a Biella che si chiama “Rifugio degli asinelli”, dove raccattano e salvano asini provenienti da tutta Europa e dove, come forma di finanziamento, offrono adozioni simboliche (a distanza, appunto) dei loro asini ospiti. Apprendo che in certi Paesi gli asini vengono sfiancati di lavoro e poi da vecchi, abbandonati, diventano randagi creando un problema sociale di difficile soluzione: il randagismo degli asini.
Non ne sapevo niente. Mai occupata di asini. Né volevo fare l’ennesima storia di animali. (So benissimo che una delle etichette che mi vengono appioppate è scrittrice di animali. L’altra è scrittrice di scuola. Capisco, ma vorrei disettichettarmi, prima o poi…). Però mi comincia in testa l’idea di un asino randagio, vecchio. In questa fase lo voglio chiamare Biagio. Nient’altro, non so nulla della storia che vorrei raccontare, del senso che potrebbe avere.

Passa un anno e succedono tante cose. Vado a Biella a vedere il Rifugio, mi scoprono un male e mi operano, l’amico carissimo che mi ha regalato l’adozione si ammala gravemente e di lì a pochi mesi muore.
Allora decido. Cioè, non decido proprio per niente: non si decide un libro, si sta a vedere che libro si delinea, e si presenta come necessario. Ed è questo. Capisco che non posso che scrivere questa storia, è lei che si impone. Volevo fare tutt’altro romanzo, ma mi butto a scrivere la storia di Raimond, nei mesi della mia convalescenza. Invento un asino che non è un asino e lo chiamo Raimond perché il chirurgo meraviglioso che mi ha operata si chiama Raimondo. Ma questo libro, lo so, non parlerà né di asini né di chirurghi.

Forse potrei dire che è il mio “romanzo della convalescenza”, il romanzo di quando provo a credere, provo a sperare, di avere ancora del tempo davanti.
Alcuni lettori poi mi diranno che in questo mio libro hanno ravvisato qualcosa di curativo, qualcosa che aiuta a guarire: mi torna che possa essere così, e mi piacerebbe molto che fosse davvero così, una lettura che porta beneficio….

Raimond è un asino greco, vecchio, randagio; un asino che si sente finito e che invece, in un certo modo e del tutto casualmente, viene salvato: gli vien data, proprio quando sente prossima la fine, la possibilità di un’altra vita (un altro pezzetto di vita?).
Raimond ha sempre lavorato ed è stato sempre felice di lavorare, nella vita: portava pesi. “Porto pesi. Sono uno che porta pesi”, dice; si sente nato per far quello. Prima mattoni, travi, cemento per costruire case. Poi le valigie e i bauli dei turisti, sulla sua bellissima isola greca, dal porto all’hotel. Ma poi diventa vecchio e viene allontanato. Succede. Sbarca sul continente e non sa dove andare: è un asino randagio, con nostalgie, ricordi, rimorsi, e un doloroso sentimento della fine. In poche parole, è un vecchio messo da parte che si sente inutile.
Lo so, avrei potuto raccontare la storia di un pensionato. O di un esodato. Sarei stata più… realistica (più “vera”), più da “romanzo sociale”, più impegnata, più attuale. Ma anche più banale, secondo me, più opportunista, furbetta, conformista da politicamente corretto, non mi sarebbe piaciuto (sopporto poco l’onda di “romanzi umanitari” che ci sta travolgendo). Preferisco mettermi “fuori”, essere “traslata”, meta-forica. Parlar di asini insomma mi pareva meglio, mi ci trovavo più a mio agio. Sono così. Il prezzo sono le etichette che mi porto addosso. Pazienza. Porto pesi…

L’inutilità. Sentirsi inutili. L’inutilità è solo un sentimento, perlopiù sbagliato. Utili o inutili verso chi? E per che cosa mai, visto che siamo mortali? Eppure ci sembra brutto essere inutili nel mondo: che cosa passa a fare la nostra vita? Vogliamo tutti lasciare un segno, non sopportiamo di finire nel nulla. Vogliamo un senso, certo, è umano. Il problema è che perlopiù lo troviamo, questo benedetto senso, solo nel lavoro. Oggi più che mai. Il lavoro ci dà un’identità sociale, dunque una utilità riconosciuta. E quando “usciamo” dal lavoro? Quando smettiamo di lavorare, o perché siamo vecchi o perché ci licenziano di colpo, o perché non c’è più lavoro?
È qui che mi nasce la domanda: e vivere e basta? Semplicemente vivere, prendendo piacere dei giorni, del tempo che passa, delle persone cui ci affezioniamo, degli amori, delle nostre pur labili passioni, anche solo la passione per il cielo, le nuvole, gli alberi… e per le cose insignificanti, cioè apparentemente insignificanti; raccogliere funghi, giocare a carte, dipingere, coltivare pomodori, scrivere… Magris sottolineava che per Tolstoj scrivere era come tagliar legna, era uguale: due gesti del vivere, tutto lì. Pari dignità, pari significato. Non c’è qualcosa che vale meno e qualcosa che vale di più. È la società che, nel tempo, dà valore diverso alle cose, alle persone e ai gesti. Ma noi siamo sopra la società, siamo oltre. O, almeno, dovremmo cercare di recuperare anche questa altra dimensione, più sovra-sociale, se così si può dire.

Raimond incontra sulla strada un libro che lo porta nel Paese delle cose inutili. Un Paese immaginario, che però si porta dietro tutta la nostra realtà. I mondi immaginari sono questo, no? Solo un modo diverso di raccontare la vita reale. La Luna di Astolfo, l’Isola che non c’è, l’Aldilà dantesco… mondi così. Noi viviamo anche in questi mondi immaginari, la realtà non è solo una.
In questo mio Paese delle cose inutili vive un’umanità liberata dal finto problema di essere utile o inutile. Siamo tutti noi. Un’umanità che vive e basta, senza farsi domande al di là della propria essenza umana. Li ho divisi per Prati: in ogni Prato una categoria diversa. I Giocolieri dei semafori, i Trapiantatori di primule, gli Scollatori di francobolli… Musicisti, Funamboli, Occupatori di panchine, Insegnanti in pensione… (come me, dal 1° settembre!): gente che fa cose che sente di voler fare, così, senza fini, senza un utile.
Il libro (che nel romanzo all’inizio si chiama Res, poi si vedrà…) diventa l’amico di Raimond e vuole che impari a essere inutile e ne sia felice, vuole che non soffra più sentendosi inutile. L’inutilità s’impara, ebbene sì. Può essere un apprendistato lungo e faticoso, lo so. Ma vale la pena, si conquista la libertà, un senso più assoluto del vivere, forse. Dico “forse”, perché poi in fin dei conti che ne so? Cosa ne sappiamo noi? Scriviamo storie, tutto qui. Storie di cui non comprendiamo appieno il senso, se Dio vuole. Ci lasciamo portare dalle storie noi per primi che le scriviamo. E siamo, noi per primi, curiosi di vedere dove ci portano.
La storia mi ha portato da Guglielmo, il ragazzino che nel romanzo riceve in dono l’adozione di un asino a Natale: riceve in dono Raimond, che diventerà il suo amico lontano, il suo salvatore, il suo Vendicatore… Non lo sapevo, non l’avevo immaginato che poi, alla fine, proprio quando uno si sente inutile e sta imparando l’arte di sopportare la sua inutilità e di esserne persino felice, ecco, proprio allora diventa utile, scopre di essere addirittura indispensabile per qualcuno, qualcuno che sta lontano e di cui lui, vecchio e disilluso, manco sapeva dell’esistenza. Meraviglia! Ecco, vedete che la dicotomia utile-inutile non regge più? Cosa ne sappiamo noi delle distanze che poi ci uniscono, dei legami che si creano a nostra insaputa? Vivere, ci basta vivere!

Questo mio libro oggi ha poco più di sei mesi. Nell’attuale mondo dell’editoria, è già vecchio. Inseguiamo i libri appena usciti oggi. E a sei mesi dalla sua uscita, io adesso non so cosa sia il mio romanzo, che cosa sia diventato nella testa dei lettori. L’ho seguito poco, sono andata poco in giro a presentarlo, ho fatto un solo incontro o due, pochissime interviste. Ma è giusto così, i libri si scrivono e poi si lasciano liberi di avere la loro storia.
Quindi, non so più niente di lui. È un libro così strano, non rientra tanto negli schemi. Mi piacerebbe molto definirlo, ma non so farlo. I miei non sono romanzi di genere, non sono realismo, docufiction, ma nemmeno fantasy. Molti parlano di favole, ma i miei romanzi non sono mai favole. Forse non sono nemmeno romanzi.
D’altronde noi del Paese delle cose inutili non amiamo le definizioni, ci sembrano recinti per cavalli tristi.

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© Letteratitudine

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