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GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, di Elizabeth Jane Howard (un estratto)

settembre 17, 2015

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un estratto del romanzo GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, di Elizabeth Jane Howard – La saga dei Cazalet
Fazi editore, 2015 – Traduzione di Manuela Francescon

[Clicca di seguito per informazioni su E. Jane Howard e “Gli anni della leggerezza”]

 

Lansdowne Road
1937

La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia
(sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio)
si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis
non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra
il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro
la parete; perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava
che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si
mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini.
Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe
lavata i capelli. Scese dal letto, raccolse la trapunta che era
finita in terra durante la notte e aprì le tende. La luce del
sole ingentilì di colpo la stanza, trasformando il linoleum
in caramello e donando una tonalità blu ardesia alle scheggiature
del catino lavamani di smalto bianco. Si sbottonò
la camicia da notte di flanella leggera e si lavò alla maniera
che le aveva insegnato sua madre: il viso, le mani e poi
– ma con circospezione – le ascelle, con un panno imbevuto
d’acqua fredda. «Muoviti», disse a Edna. Buttò l’acqua
sporca nel secchio e cominciò a vestirsi. Si tolse la camicia
da notte restando con la sola biancheria e si infilò il
vestito di cotone verde scuro che usava la mattina. Sistemò
la cuffia sui boccoli grossi come salsicce – non li aveva
spazzolati – e si legò il grembiule attorno alla vita. Edna,
che al mattino si lavava appena, riuscì a vestirsi mentre era
ancora a letto: un retaggio dell’inverno (la stanza non era
riscaldata e per nessun motivo al mondo avrebbero aperto
la finestra). Alle sette e dieci erano entrambe pronte a
scendere con passo lieve nella casa ancora immersa nel
sonno. Phyllis si fermò al primo piano e aprì la porta di
una delle camere. Tirò le tende e udì il pappagallo fremere
impaziente nella sua gabbietta.
«Miss Louise! Sono le sette e un quarto».
«Oh, Phyllis!».
«Mi ha chiesto lei di svegliarla».
«È una bella giornata?».
«C’è sempre un bel sole».
«Togli il panno dalla gabbia di Ferdie».
«Se non lo faccio, si alzerà prima».
In cucina (giù nel seminterrato) Edna aveva già messo
a bollire l’acqua e stava sistemando le tazze sul tavolo tirato
a lucido. Dovevano preparare due teiere: quella
marrone scuro a strisce per le domestiche, da cui Edna
versava una tazza per Emily, la cuoca, e la teiera di porcellana
Minton, già pronta sul vassoio insieme a tazze e
piattini, bricco del latte e zuccheriera abbinati, destinata
al piano di sopra. Il tè mattutino dei coniugi Cazalet era
compito di Phyllis. Dopo, avrebbe raccolto tazzine e bicchieri
dal salotto, che era compito di Edna arieggiare e
pulire. Prima, però, era il loro turno di bere due belle
tazze bollenti di tè indiano forte. Quello riservato al piano
di sopra era cinese; Emily diceva che non ne sopportava
neppure l’odore, figuriamoci berlo. Lo bevvero in
piedi, prima ancora di mescolare lo zucchero.
«Come va il foruncolo?».
Phyllis si tastò con cautela un lato del naso.
«Mi pare stia passando. Per fortuna non l’ho schiacciato
».
«Te l’avevo detto». Edna, pur non avendone, era un’autorità
in fatto di foruncoli; i suoi consigli, forniti con prodigalità
e con un certo piglio polemico, erano se non altro
confortanti: Phyllis li vedeva come una premura nei
suoi confronti.
«Be’, questo non ci renderà milionarie».
Niente lo farà, rimuginò cupamente Edna. Seppur debole
di costituzione, Phyllis aveva tutte le fortune. Edna
pensava che Mr Cazalet fosse davvero affascinante, ma
lei non lo aveva mai visto in pigiama, come a Phyllis capitava
tutte le mattine.

* * *

Nell’istante in cui Phyllis chiudeva la porta, Louise
saltò giù dal letto e tolse il panno da sopra la gabbia del
pappagallo. L’uccello prese a saltellare fingendosi spaventato,
ma lei sapeva che era contento. La sua camera,
affacciata sul giardino posteriore, riceveva qualche raggio
di sole mattutino, che lei era convinta gli facesse bene,
e la gabbia era collocata di fronte alla finestra, accanto
alla palla di vetro con i pesci rossi. Era una stanza
piccola, straripante delle sue cose: programmi di teatro,
coccarde e un paio di minuscole coppe che aveva vinto
alle gare di equitazione, gli album di fotografie, il mobiletto
di legno di bosso dai cassetti stretti dove teneva la
sua collezione di conchiglie, gli animali di porcellana
esposti sulla mensola del caminetto, il lavoro a maglia
posato sul comò assieme al suo prezioso rossetto magi-
co, che sembrava arancione ma diventava rosa una volta
dato sulle labbra, la crema per il viso e una scatola di talco
profumato, la sua miglior racchetta da tennis e soprattutto
i suoi libri, da Winnie the Pooh ai suoi più recenti
e adorati acquisti, due volumi della Phaidon Press
con riproduzioni di tele di Holbein e Van Gogh, che al
momento erano i suoi artisti prediletti. Il comò era colmo
di vestiti che in buona parte non indossava mai,
mentre la scrivania di quercia inglese – regalo di suo padre
per il suo ultimo compleanno –, un ceppo dalla grana
rara e pregiatissima, conteneva i suoi tesori più segreti:
una foto autografata (nientemeno) da John Gielgud, i
gioielli, uno smilzo pacchetto di lettere che suo fratello
Teddy le aveva scritto dal collegio (parlavano soprattutto
di sport e facezie, ma erano pur sempre le uniche lettere
che avesse mai ricevuto da un ragazzo) e la sua collezione
di ceralacche, che Louise era persuasa fosse la
più ricca della nazione. C’era anche un ampio e vecchio
baule contenente i vestiti delle grandi occasioni: abiti da
sera smessi di sua madre, corpetti ricoperti di perline,
scampoli di chiffon e di raso, giacche di velluto stampato,
sciarpe impalpabili a motivi orientali, scialli appartenenti
a un’altra epoca, seducenti stole di piume sudice,
una vestaglia cinese ricamata a mano dono di qualche
parente tornato da un viaggio, pantaloni e casacche in
raso – tutta roba usata per le recite in famiglia. Ad aprirlo,
il baule sprigionava un odore misto di profumi vecchi
e tarme ed emozioni forti, quest’ultimo un sentore vagamente
metallico che, pensava Louise, doveva provenire
dalla quantità di oro e argento ossidato nell’ordito di
certi vecchi costumi. Travestirsi e recitare erano passatempi
invernali; ormai era luglio e l’attendevano le infi-
nite, meravigliose vacanze estive. Si mise una casacca di
lino e una maglietta di cotone traspirante – rossa, la sua
preferita – e uscì per portare fuori Derry.
Derry non era il suo cane. Non le permettevano di
averne uno e dunque, in parte per tener vivo il risentimento,
ogni mattina portava a passeggio per il quartiere il vecchissimo
bull terrier dei vicini. L’altro aspetto positivo di
quest’abitudine era il fatto che la casa in cui viveva Derry
l’affascinava. Era enorme – la si vedeva anche dal giardino
sul retro – ma non somigliava per niente a casa sua, né del
resto a quelle dei suoi amici. Non c’erano bambini. Il domestico
che le apriva la porta la lasciava sempre sola per
qualche minuto per andare a prendere il cane, dandole il
tempo di gironzolare sul pavimento a scacchi bianchi e neri
dell’ingresso fino alla doppia porta che immetteva in
una lunga galleria dalla quale si scorgeva il soggiorno. La
stanza versava ogni mattina in uno stato di languido disordine,
come dopo una festa: c’era odore di sigarette egiziane,
le stesse che fumava zia Rachel, e una gran quantità di
fiori di varietà profumate: giacinti a primavera, gigli, come
ora, garofani e rose d’inverno; ovunque erano sparsi cuscini
di seta colorata e bicchieri a dozzine, scatole di cioccolatini
aperte e a volte tavoli da gioco con mazzi di carte e
taccuini segnapunti e matite con le nappine. La stanza era
sempre in penombra, con le tende di morbida seta tirate a
metà. Louise immaginava che i proprietari, che non aveva
mai visto, fossero ricchi in modo inimmaginabile, probabilmente
stranieri e forse un po’ decadenti.

* * *

© Letteratitudine

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