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Archive for ottobre 2015

I 40 ANNI DI TUTTOLIBRI

Tuttolibri 40 anniI 40 ANNI DI TUTTOLIBRI

Letteratitudine augura buon compleanno a TUTTOLIBRI in occasione del quarantesimo anniversario della nascita.

Un traguardo importante per lo storico supplemento settimanale culturale del quotidiano La Stampa, nato il 1º novembre 1975 per iniziativa del direttore di allora Arrigo Levi e del suo vice Carlo Casalegno.

In primo piano gli auguri del Presidente Mattarella che sottolinea come Tuttolibri abbia “accompagnato e, per molti versi, segnato la vita culturale del nostro Paese in anni di grandi e impetuosi cambiamenti. Basterebbe citare il lungo elenco di personalità della letteratura, del giornalismo, della storiografia della politica, della filosofia ospitate nelle prestigiose pagine per comprenderne il rilievo e l’incidenza nella cultura italiana”.

Nel numero di Tuttolibri oggi in edicola sono stati ripubblicati l’editoriale di apertura di Arrigo Levi (uscito nel primo numero del supplemento) e la storica intervista che Pier Paolo Pasolini rilasciò (a Furio Colombo) poche ore prima della sua morte (pubblicata nel secondo numero del supplemento).

Nell’editoriale di apertura Arrigo Levi rivendicava l’affinità «a una certa idea della cultura, ma anche a una certa idea dell’Italia e di come una società si sviluppa: il libro è un momento essenziale di ogni crescita civile». Il primo fascicolo della rivista ospitava un’intervista a Eugenio Montale (sulla funzione della poesia nella società moderna) e una con Alberto Moravia sulla scrittura civile. Il numero d’esordio ottenne lusinghieri risultati di vendita: 130.000 esemplari in prima tiratura, seguiti da una seconda tiratura di 30.000 copie.

Sul secondo numero apparve una breve (storica) intervista di Pier Paolo Pasolini con Furio Colombo, che acquisì una vastissima risonanza in quanto il poeta friulano morì tragicamente la notte stessa dopo averla rilasciata. Sulla scia del clamore riscontrato dalla scomparsa del celebre intellettuale, il numero 2 di Tuttolibri uscì in 177.000 copie, presto esaurite, che rimasero il record assoluto del periodico.

Una novità che caratterizzò il settimanale fu la classifica dei libri (affidata alla Demoskopea, compiuta per la prima volta con criteri scientifici).

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L’ARTICOLO DI MARIO BAUDINO

di Mario Baudino Leggi tutto…

L’AMORE CATTIVO di Francesca Mazzucato (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’AMORE CATTIVO di Francesca Mazzucato (Giraldi, 2015). A seguire, l’introduzione del libro firmata da Camilla Ghedini

L’Amore Cattivo, estratto capitolo Uno, pag 7-8-9

             E accade all’improvviso, tutto insieme, la serranda del garage che
si alza, il fremito, il sussulto, non c’è tempo per pensare troppo.

Non c’è tempo per niente, l’erosione dei minuti è scandita dai passi composti e ritmici, dalla sua pelle che, nell’attesa, diventa rossa d’apprensione, imperlata di un sudore gelato.

            Deve sistemare i cuscini sul divano, ordine perfetto, colori in gradazione, la bottiglia per l’aperitivo, il ghiaccio già pronto, i libri d’architettura uno sopra l’altro, l’ultimo aperto, le luci abbassate, la musica, il volto mansueto, le mani ferme, non una traccia di polvere,
nessuna sbavatura, andrà bene, ripete, andrà tutto benissimo.

L’amore feroce, quello delle bestie selvagge.
Che scortica, taglia, incide.
Quello storto, che diventa crimine.
L’aveva conosciuto troppo presto.
Le era rimasto addosso come un’ustione.
Nora appoggiò il naso al vetro della finestra come faceva da bambina e nell’alone disegnò una stella e una ballerina triste.
L’interno di un carillon antico.
Quelli con musica e movimento. Meccanismi perfetti, così diversi dalla vita.
Che si inceppa in un istante, si scombina.
I carillon funzionano sempre. Li rompe solo l’incuria.

La neve si era affacciata durante la notte stendendo un velo bianco sui tetti. Si era alzata a guardarla due volte, svegliandosi di soprassalto.
Creature leggerissime danzavano sulla città addormentata, illuminate dai lampioni e dai fanali delle macchine.
Aveva pensato di mettersi a cucinare. Preparare una torta. Portarla al lavoro al mattino, sorprendere i colleghi. Le piaceva cucinare di notte. Scombinare la cucina, domare l’insonnia creando. Un suggerimento della zia Eloisa, tanti anni prima. Talmente tanti da non metterli a fuoco. Ma il consiglio era giusto. Muovi le mani se sei agitata. Crea, se non dormi, non perdere tempo.
Dormire era difficile con il tempo cambiato, l’atmosfera gelida intorno. Bianco il cielo e il paesaggio. Cucinare serviva a rilassarsi. Lasciarsi andare agli impasti. Raccogliere grumi e rimasugli. Ma le mancavano ingredienti importanti, così era tornata a dormire. A provare, girandosi da ogni lato, bevendo ogni tanto un sorso d’acqua. C’erano notti che non miglioravano. Arrivavano tutti i ricordi, con la neve e l’infanzia, con la gola secca e gli occhi umidi, con quella sinfonia struggente che sentiva avvolgerla quando la sua mente tornava alla ragazzina che era stata.
Magra, fragile, maltrattata. In bilico. Intrappolata in una storia non sua. Maltrattata nel corpo, in quell’estraneo invadente.
La neve di Milano aveva una consistenza tutta speciale, lei ne ricordava una diversa. Da piccola l’aspettava con ansia insieme ai suoi compagni di scuola, ci giocavano fino a congelarsi le mani. Dietro di loro lasciavano interi mondi di pupazzi bianchi e fortini plasmati da chi aveva i guanti più resistenti. La neve disponeva alla creazione. Adesso era al lavoro ma si distraeva con niente in quei giorni di freddo e ricordi. C’erano finestre troppo grandi, ed era ancora tutto bianco. Fu inevitabile pensare ai genitori lontani e al paese soffocante dove era cresciuta che le riapparve davanti all’improvviso: rivide ogni angolo in sequenza, come un film troppo lento. Le case color ocra, la strada principale, gli anziani sulla panchina, la drogheria delle meraviglie, le corse, la fatica dei doposcuola, la chiesa, lo spaccio, la loro villetta. Leggi tutto…

VOLTI E LUOGHI DELLA CATANIA LETTERARIA

VOLTI E LUOGHI DELLA CATANIA LETTERARIA: dal 3 novembre all’8 dicembre 2015

Dove: Catania, Casa Vaccarini, via Cola Pesce 34
Quando: dal 3 novembre all’8 dicembre 2015
Orari: Tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00

L’inaugurazione della mostra che avrà luogo, martedì 3 novembre alle ore 16,30, a Casa Vaccarini

(nella foto accanto: Giovanni Verga e Federico De Roberto)

“Volti e luoghi della Catania letteraria” è il titolo dell’evento culturale accolto, dal 3 novembre all’8 dicembre, dalla settecentesca “Domus Vaccarini”, restituita al pubblico godimento dei siciliani.
La mostra “Volti e luoghi della Catania letteraria. Da Giovanni Verga a Giuseppe Bonaviri”, è una iniziativa direttamente promossa dall’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana.
Ideata e curata dall’architetto Fulvia Caffo, Soprintendente di Catania, insieme alla prof.ssa Sarah Zappulla Muscarà e all’avvocato Enzo Zappulla (fondatori dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano), la mostra si rivela un’occasione importante che privilegia la promozione e la valorizzazione della cultura letteraria siciliana tra Otto e Novecento, una produzione artistica che continua a suscitare nell’immaginario collettivo di popoli di varia cultura un fascino sempre crescente.
“Dall’approccio semplice e diretto, l’esposizione –commenta Fulvia Caffo– intende incuriosire ed accostare il visitatore al tema della bellezza e preziosità del nostro patrimonio paesaggistico e culturale, un invito alla lettura o rilettura delle opere letterarie, ma anche a percorrere con uno sguardo diverso ‘nuovi’ itinerari. Conoscere le case museo di Verga e Capuana, i luoghi della Cavalleria Rusticana, la Cunzeria, preziosi monumenti e affascinanti piazze, ed ancora aree paesaggistiche e naturalistiche come la Riviera dei Ciclopi, i percorsi che conducono al Parco dell’Etna, verso Monte Ilice, Bronte, il Biviere di Lentini che insieme ad altre aree costituiscono suggestivi ed importanti itinerari naturalistici, significa far respirare a Catania cultura vera della nostra terra. Nelle opere dei nostri scrittori –spiega ancora la Caffo -un posto di primo piano occupano infatti i luoghi, i paesaggi, le architetture e i monumenti dell’Isola che divengono componenti essenziali dei loro racconti. Gli autori, attraverso la descrizione della geografia del paesaggio, creano una sorta di ‘itinerario della vita’ che ruota attorno al movimento, al camminare, al guardare i luoghi della propria terra tra i quali hanno vissuto, che rappresentano veri e propri luoghi dell’anima, punti di riferimento rispetto al mondo circostante. L’Etna, ad esempio, è vista come la ‘Muntagna’, colta in una dimensione quasi umana dagli occhi di Vitaliano Brancati”. Leggi tutto…

FANTASMAGORIANA, a cura di Fabio Camilletti (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del volume FANTASMAGORIANA, a cura di Fabio Camilletti (Nova Delphi Libri, 2015)

Racconti di Apel, Clauren, Eyriès, Musäus, Schulze, Utterson (a cura di Fabio Camilletti) – L’antologia con il racconto originale “La sposa cadavere” per la prima volta edito in Italia

Estratto da Ritratti di famiglia di Johann August Apel

Il crepuscolo aveva impercettibilmente lasciato il posto alla notte, e la carrozza di Ferdinand proseguiva la sua lenta corsa nella foresta: borbottando, il postiglione continuava a lamentarsi del cattivo stato delle strade, e Ferdinand impiegava il tempo libero che il lento avanzare della carrozza gli regalava abbandonandosi alle riflessioni e agli stati d’animo che i motivi del suo viaggio risvegliavano in lui. Com’era normale per i giovani del suo rango, aveva frequentato diverse università: e, dopo aver viaggiato per i principali paesi d’Europa, tornava ora alla sua terra natale per prendere possesso delle proprietà del padre, morto in sua assenza.
Ferdinand era figlio unico, e l’ultimo rampollo dell’antica famiglia dei Panner:2 per questa ragione, sua madre insisteva con energia perché facesse un matrimonio illustre, al quale sia la nascita che il patrimonio gli davano diritto. Quando gliene parlava, gli ripeteva che Klotilde von Hainthal era quella che sarebbe stata più lieta di avere per nuora e per dare alla luce l’erede del nome e dei possedimenti dei Panner. Dapprincipio non l’aveva nominata se non in mezzo a tanti altri illustri partiti richiamati all’attenzione del figlio: dopo poco tempo, tuttavia, non parlava che di lei, e alla fine aveva dichiarato, in modo abbastanza fermo, che tutta la sua felicità dipendeva dal compiersi di quell’unione, e che sperava che il figlio avrebbe approvato la sua scelta.
Ferdinand, però, non pensava a questa unione che con fastidio, e le rimostranze continue che la madre continuava a fargli non contribuivano affatto a rendere Klotilde – che gli era completamente sconosciuta – più amabile ai suoi occhi: s’era deciso infine a compiere un viaggio nella capitale, dove il signor Hainthal e sua figlia erano convenuti per il carnevale. Voleva almeno conoscerla prima di acconsentire alle preghiere di sua madre: e, segretamente, si compiaceva al pensiero di trovare, per opporsi al fidanzamento, motivi più concreti del mero capriccio – che era poi il nome che la madre dava alla sua ripugnanza.
Mentre, all’approssimarsi della notte, attraversava la foresta silenziosa nella solitudine della carrozza, la sua immaginazione gli riportò alla mente i suoi anni giovanili, un tempo felice che ricordi lieti rendevano ancora bello. Gli sembrava che il futuro non gli offrisse niente da poter eguagliare il fascino del tempo passato, e più grande era il piacere che provava nel ricordare ciò che non esisteva più e meno si sentiva incline a pensare a quella vita futura, a cui – a dispetto delle sue inclinazioni – pareva destinato. Così, nonostante la lentezza con cui la carrozza avanzava sul terreno dissestato, gli pareva di avvicinarsi fin troppo velocemente alla conclusione del suo viaggio. Leggi tutto…

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

di Simona Lo Iacono

I cieli olandesi somigliano a volte a uno specchio, specie quando la soffitta ne ritaglia un angolo storto, afferrabile solo dopo le ore del coprifuoco. Rifrangono il mondo sottostante capovolgendolo e dilavandolo dal male, soprattutto dopo un acquazzone.
Durante i bombardamenti, invece, lo specchio si rompe, scaglie come angeli caduti e ribelli piovono sulla terra. L’impressione d’incanto è infranta: lo specchio è esattamente come la vita. Rovesciabile, segreta. E la mia immagine riflessa si scoriandola in mille particelle, briciole di un corpo.
Quando, nel 1942, mi portarono nell’alloggio segreto, mi sembrò una specie di gioco. Un covo misterioso e abitanti sconosciuti, i nemici che – in qualche modo – ci perseguitavano ma che noi evitavamo con una trovata fantasiosa, da bambini.
Guardare il cielo da quella soffitta abbarbicata, quasi una scala tra le nuvole, era ancora come sgattaiolare furtivamente dopo un rimprovero, cingersi della veste dell’invisibilità dei re delle favole, imitare le fate beduine o le streghe vichinghe di cui la sera mio padre Pim ci parlava.
Nascondersi, insomma, somigliava a quella conta al rovescio che io e mia sorella Margot pronunciavamo frettolosamente prima di cercarci, un modo per trascorrere le ore dei pomeriggi estivi di Amsterdam, per poi consumare la merenda in giardino: un passatempo, appunto, che non immaginavamo avesse altro contorno che la purezza dei nostri primissimi anni.
A quei tempi essere ebrea aveva aspetti buffi e inconsueti, che non riuscivano a guastare la gioia dei compleanni in famiglia, degli amori a scuola, delle passeggiate in bicicletta: una stella gialla cucita stretta sul lato del cappotto, dove sentivo palpitare il cuore, alcuni locali preclusi, strade da evitare.
Ma niente che riuscisse a turbare il sacro fuoco del candeliere a sei braccia, i giorni pigri del Ramadàn, o l’intimità che le parole dei padri evocavano se pronunciate con la devozione dei quaranta giorni nel deserto.
Essere ebrei, nel 1942, era ancora essere a casa.
Poi, impercettibili segnali di fine, ostacoli sempre più grandi, paure che iniziavano a serpeggiare, famiglie del vicinato prelevate e fatte sparire.
La vita s’indolenziva, imbarbariva.
Cambiava.
Furoreggiavano altoparlanti, e le frasi che aprivano il giorno non erano più rivolte al Dio dell’Antico testamento, né la Mezuzzah conteneva più il sacro rotolo della scrittura.
Mio padre ce lo comunicò improvvisamente, ma tutto era pronto da tempo.
Dovevamo fingere di partire, anche se saremmo stati a pochi metri da lì. Incastrati tra due edifici, sepolti senza essere morti, archiviati senza avere ancora vissuto. Dietro l’ufficio di papà, in un retrobottega nascosto da una finta libreria.
Così facemmo ingresso nell’alloggio segreto. Così ho vissuto fino a questo momento. Leggi tutto…

PIERO BALZONI racconta COME UCCIDERE LE ARAGOSTE

PIERO BALZONI racconta il suo romanzo COME UCCIDERE LE ARAGOSTE (Giulio Perrone editore, 2015)

Il romanzo vincitore del premio Orlando Esplorazioni

di Piero Balzoni

C’è questo ragazzo sui trentacinque anni con due polmoni grossi come buste di plastica che gli permettono di rimanere sott’acqua per più di due minuti a tirare giù i costumi delle sue amiche. Claudio, questo ragazzo dico, percorre la tangenziale alle due del mattino. Poi arriva un Suv e lo travolge, lasciandolo lì morto sull’asfalto. Così Luca, suo fratello più piccolo, reagisce al silenzio delle autorità dando vita a una bizzarra caccia metropolitana agli assassini di suo fratello. Non c’è quasi nulla che sappia sull’incidente, solo che i responsabili guidavano un’auto da ricchi e che una signora sugli ottant’anni, trascorsi in buona parte su un terrazzino con affaccio sulla tangenziale lato est, ha visto l’auto fuggire indisturbata. Questo Luca lo sa. Quel che non sa è che stanare un assassino, specie se ricco, non è facile. Ci vuole metodo. Anzi, un metodo. E tra i tanti a disposizione Luca sceglie proprio quello che meglio si adatta alla caccia dei crostacei marini, abili a nascondersi nelle spelonche urbane, a proteggere le cose che accumulano all’interno delle proprie tane. Un metodo di caccia subacquea che certi pescatori delle isole Sandwich utilizzano da secoli per catturare le aragoste. Per riuscire nell’impresa, dovrà liberarsi dei legami affettivi. Addio a Viola, la fidanzata che inasprisce il suo senso di inadeguatezza, e a Silverio, il fuorisede dai disastrosi grandi progetti. Inizia la caccia. Leggi tutto…

GIAMMERGHI DI SITA, di Santo Privitera (recensione)

GIAMMERGHI DI SITA, di Santo Privitera (Algra editore)

di Alessandro Russo

Buongiorno.
Mi presento: sono ‘Sandro, u duttureddu‘ ma qualcuno mi conosce come ‘Ale de libri’. Luigi, il mio babbo, è ‘cuzzola friuta’ mentre mio zio, suo fratello germano, è Nicola ‘nikki-nakki’. Provengo dal canalicchio e colà dimorano ancora i miei avi, non lontano dalla casa di Agostino,’tutte le mosse’, da quella di Angelo ‘trigghia’ e di don Pippinu, ‘fimminedda’. Son qua perchè intendo oggi soffermarmi su ‘Giammerghi di sita. Storie di personaggi e pecchi catanesi’ (pg 163, Algra Ed, €15), l’ultima dotta fatica di Santo Privitera. Egli, nato a Catania cinquantasei anni orsono, da giovane ‘scippatesta’, ora è per tutti ‘Santu, u pueta’. Il suo nuovo libro, interamente dedicato alla città marca ‘liafanti’ governata daccapo da ‘Enzu,‘u ciuraru’, trasuda ironia e umanità. Non già una semplice elencazione d’ingiurie, ma una spettacolare quadreria di nomignoli in fila indiana e insieme un divertente saggio di storia urbana.
Con un irresistibile espediente letterario, l’autore ci conduce a passo svelto tra pescheria, civita, fera ‘o luni e san Berillo. Ci presenta sia i personaggi di una volta (‘Miciu ‘u carritteri’,l’ingegner K2’,Anna accupu’Iachinu isa a petra’,) che quelli di oggi (‘Saru l’aifonni’,Massimu tri tacchi’,Turi on line’). Giammerghi di sita’ è uno spaccato di vita popolare all’ombra del pennacchio etneo fumante, un gustoso almanacco frutto di dettagliate ricerche culturali sulla nostra isola a tre punte. Di più, una tavolozza colma di scenette di vita dove ogni pseudonimo si trascina un aneddoto e una miriade di avvenimenti tragici, esilaranti o curiosi, torbidi ma mai incolori. Leggi tutto…