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ELVIRA SEMINARA racconta ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI

ottobre 6, 2015

ELVIRA SEMINARA racconta il suo romanzo ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI (Einaudi)

[Un estratto del libro è disponibile qui]

elvira seminara

di Elvira Seminara

C’è una donna che scappa. E’ sola. Lascia la casa come una nave che affonda, con tutto il suo carico di ricordi e cose. Prima però scrive un elenco per sua figlia, che non vede da tanto. Lo chiude in una busta, con vari consigli per la vita. Ma non lo spedisce.
Arrivata a destinazione – Parigi – la donna continua a scrivere il suo inventario di vestiti, tutti quelli che ha lasciato a casa per la figlia, ogni giorno un pezzo. E compone un puzzle insieme saggio e visionario, rassicurante e sovversivo. Ci sono Vestiti che diventano pazzi, i Vestiti opportunisti, quelli che vogliono sempre partire con te. Gli abiti fantasma, da non appendere mai alla maniglia della porta, se vuoi dormire in pace. Ci sono i Vestiti parassìti, quelli del perdono, della felicità.
Atlante degli abiti smessiPer questo l’elenco non si chiude mai, e l’inghiotte mentre lei aspetta di essere salvata. Mentre guarda la vita dietro i vetri e l’armadio spalancato non si richiude più.
Più che ispirazione, quanto a me parlerei di “aspirazione”, nel senso che questo armadio borghesiano mi ha letteralmente ingoiato in un vortice, trascinandomi in una zona per me irresistibile. E non solo per la prossimità al gioco borghesiano degli ingannevoli elenchi (fra tutti, l’incantevole Emporio celeste di conoscimenti benevoli), ma per il piacere (innanzitutto mio) di riabbracciare Calvino, il Calvino che si mette in gioco nell’Oulipò, che sperimenta con Queneau, che disegna nuovi scenari narrativi per vedere sin dove può spingersi un romanzo – e penso al Castello dei destini incrociati, a Se una notte d’inverno, Le città invisibili.
“Letteratura potenziale”, o “combinatoria”, con un meccanismo di narrazione esplicito (insieme strumento e contenuto della storia) – nel mio caso l’elenco. Che, nonostante la protagonista che lo scrive, si trasforma in altro. E la trasforma. Voi capite che la sfida era meravigliosa. E se uno scrittore non si lancia da sé una sfida, qualunque essa sia, che senso ha fare un nuovo romanzo, in un paese già pieno di non-lettori e di libri ?
Insomma mi sono ritrovata – con la mia protagonista e tutto il suo palazzo, voce per voce – nell’edificio trasparente di Perec, quello di “Vita, istruzioni per l’uso”, cui idealmente, nel suo piccolo, il mio palazzo mobile si affianca, con tutti i suoi omaggi più o meno aperti alla Festa mobile tout court che è Parigi.
Sento che aleggia una domanda: elenchi a parte, un’antologia/ontologia di vestiti che senso ha ?
Penso che gli abiti smessi – quelli trovati nei mercatini, quelli avuti da amiche e sorelle, dati in parrocchia o accatastati nei cassonetti –  siano un fortissimo aggregato di vita perché più di altre cose hanno assorbito il nostro tempo, individuale e collettivo. Emozionale e organico. Sole e vento. I vestiti li tagliamo, ricuciamo, li sudiamo e strappiamo. Diciamo tessuto e trame per dire sia stoffa che pelle, vita. Dentro ogni abito, anche di produzione industriale, ci sono le mani e le impronte di chi lo ha disegnato, stampato, tagliato, infilato sotto gli aghi, ripiegato. Un’infinità di gesti, di passaggi dei segni.
Gli abiti ci abitano. Piaccia o no, sono loro a indossarci, e il mistero, più che con Marx e la mercificazione, in qualche modo oscuro ha piuttosto a che fare col pensiero sciamanico, l’energia dei quanti e la filosofia Zen.
L’ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI è un’avventura piena di sorprese dentro l’insolito vademecum di una madre per una figlia. Una mappatura del minimo – di bellezza e di gesti – disperso in questa massa abnorme di presente permanente. Quel “minimo” necessario, il sedimento che spesso chiamiamo dettaglio.
Per uno sguardo più attento alla vita delle cose, a quell’aura che le differenzia dagli oggetti. A quel brivido che Bodei chiama la “transustanziazione delle cose.”
Più che un’educazione sentimentale io proporrei un’educazione sedimentale. Una poetica delle scorie, dei refusi. Delle cose logore, rotte o imperfette. Ferite o nascoste. Le cose offese.
Ma adesso dimenticate ciò che ho detto, ho parlato troppo, e qui comincia il romanzo. Perché alla fine, e prima di tutto, ci sono le storie, per fortuna.

 

                 “Ti consegno il regno dei miei vestiti. Custodiscili e amali,
                 uno per uno, abbine cura, insegnamento e gioia senza
                 distinzione di età o di pregio, mi raccomando. Sii giusta,
                 sii forte.”

 

* * *

La scheda del libro

Eleonora è una donna eccentrica con un modo tutto suo di guardare il mondo. Ma è anche una donna impetuosa. E ora che l’ex marito è scomparso, il rapporto con la figlia Corinne si è strappato, «come un lenzuolo che ha subito troppi lavaggi, vestito troppi letti». È anche per questo che Eleonora lascia Firenze e si rifugia a Parigi, in cerca di solitudine e di chiarezza, perché certe fughe «non si organizzano, si subiscono e al massimo cerchi di perfezionarle ». Da lí, osserva il parco sotto casa e le abitudini bizzarre degli inquilini del suo palazzo – un «ottimo esercizio di equa e diffusa compassione» – e tesse nuove trame. Ma soprattutto scrive a Corinne, per ricucire il loro rapporto. Un giorno dopo l’altro compila un campionario sfavillante degli abiti lasciati nella casa di Firenze. Una sorta di vademecum per orientarsi fra il silenzio ostinato degli armadi e il frastuono dell’umanità. Il catalogo animato di Eleonora diventa cosí un modo di trasmettere l’esperienza del tutto singolare, «fuori dalle ante». Un vortice di parole febbrili, inventive, con una forza espressiva inesausta, che ci trascina senza sosta, lasciandoci alla fine la sensazione di avere vissuto una storia che ci riguarda molto da vicino.

«Vestiti elfi. Che non trovi in nessun posto quando li cerchi. Ma poi rispuntano beffardi come niente fosse, in bella vista, proprio là, esattamente dove prima non c’erano. Inutile spostare grucce e rovistare, in questi casi, meglio non accanirsi, tanto ritornano. Tu devi far finta di nulla. Tieni gli occhi chiusi, se senti un fruscio mentre dormi. Devi stare al gioco se vuoi la pace nel tuo armadio».
«Vestiti che vogliono brillare, come le bombe».
«Vestiti che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata cosí felice».
«Le vite non vogliono essere risparmiate. Ogni cosa, ogni corpo, non chiede che questo, sgualcirsi, logorarsi, cadere e ferirsi, sporcarsi e cicatrizzare, urtare, sanguinare, ricucire».

 

Elvira Seminara, pop artist e giornalista, vive tra Catania e Roma. Giornalista professionista dal ‘91, è stata redattrice di cronaca nel quotidiano La Sicilia sino al 2012 e ha insegnato Storia del giornalismo nella facoltà di Lettere di Catania.
Tra le ultime pubblicazioni, nel 2008 “L’indecenza” (Mondadori, oggi in ebook con Libreria degli scrittori), 2011 Scusate la polvere” ( Nottetempo), entrambi messi in scena (stagioni 2014 e 2015 ) dal Teatro Stabile di Catania; 2013 La penultima fine del mondo (Nottetempo).
Suoi racconti sono apparsi in diverse antologie Mondadori,  suoi testi sono tradotti in diversi paesi. Realizza artefatti con avanzi e reperti urbani, firmandosi Manomissioni.

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© Letteratitudine

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