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LE STANZE DELLO SCIROCCO – intervista a Cristina Cassar Scalia

ottobre 12, 2015

Intervista a Cristina Cassar Scalia, autrice del romanzo LE STANZE DELLO SCIROCCO (Sperling & Kupfer)

a cura di Eliana Camaioni

Che ci si trovi nel ’68 lo si capisce lentamente, come una messa a fuoco progressiva; che ci si trovi in Sicilia, invece, è esplicitato sin dalla prima pagina: “Vedi, quella è Messina, la porta della Sicilia”, dice il notaio Saglimbeni a sua figlia Vicki, indicandole dal traghetto la linea di costa che “si stagliava davanti ai suoi occhi nitida e vicinissima”.
Sono proprio la Sicilia e il Sessantotto i veri protagonisti de “Le stanze dello scirocco”, secondo romanzo di Cristina Cassar Scalia (ed. Sperling & Kupfer), un romanzo storico postmoderno, che racconta il trasferimento di Vittoria Saglimbeni, assieme alla sua famiglia, da Roma a Montuoro, paesino immaginario di una Palermo dell’epoca, verissima in ogni suo angolo- case, vicoli, palazzi, street food. E’ la saga di due famiglie nobiliari, siciliane e amiche da generazioni, che si intrecciano per il tramite dei propri figli: è il Sessantotto alla facoltà di architettura di Palermo, è il vento di un’era nuova che si affaccia alle porte di un entroterra conservatore e bigotto, è un continuo contrapporsi fra chi vive pensando all’occhio della gente, e chi ritiene di abbattere, picconandolo, il muro di certe intransigenze ormai obsolete e castranti. E’ un canto e un controcanto continuo, come se ci fossero da un lato i protagonisti e dall’altro la gente, che svolge la funzione del coro greco che commenta, che sottolinea le vicende o ne anticipa alcune. Questa sorta di mostro a tante teste, la gente del paese, il barbiere, la servitù pettegola, farà da contraltare, da differenza di potenziale fra i due schieramenti- di progressisti, e dei conservatori- e metterà in moto le vicende condizionandole e catalizzandole, fino all’epilogo, che sancirà vincitori e vinti.

-Nata a Noto, vive ad Acicastello, ma ambienta il suo romanzo a Palermo. Perché proprio Palermo, e non Catania o Siracusa?
“A Palermo sono legata senza motivo, è una città che mi ha sempre affascinato. L’ho studiata ogni volta che mi ci sono recata, e credo che fra tutte sia quella che maggiormente identifichi la Sicilia: a Palermo sono presenti, contemporaneamente, tutte le dominazioni che la Sicilia ha avuto (basta guardale la Cattedrale, ha tutti gli stili al suo interno). In secondo luogo, perché la facoltà di architettura di Palermo, a differenza delle altre città siciliane, è quella che ha davvero fatto il ’68: ma ricostruire quei contesti ha comportato uno studio serrato, era la Palermo di quegli anni, diversa da oggi!”

-Il suo romanzo può essere definito un romanzo storico: è manzoniano nell’impianto (narratore onniscente, vicenda in un piccolo centro ed in un momento storico molto particolare). Ma c’è anche una ‘intrusione’ verghiana: i personaggi sono vittime delle loro storie, delle saghe delle loro famiglie che finiscono per diventare protagoniste e determinanti per le loro vite. Il romanzo storico è una delle modalità in cui si articola l’attuale romanzo post-moderno. Possiamo considerare tale il suo romanzo, un romanzo storico post-moderno, con tutte le caratteristiche che gli sono proprie (cmmistione dei generi): c’è molto scavo, c’è molta ricerca, è molto documentato. E questo aspetto non è uno sfondo, ma una caratteristica fondamentale che lo connota.
“Sì, e mi fa piacere che lei l’abbia definiso storico. Il mio primo romanzo era un po’ più sul femminile, questo c’era il rischio che venisse catalogato come quello precedente.”

-Che ci si trovi nel ’68 viene svelato esplicitamente solo a pag.50; prima di allora, il lettore lo deduce dai dettagli, e come direbbe la stessa protagonista, Vicki, ‘sono i dettagli che fanno la differenza’. E’ l’occhio fotografico di Vicki, quello della Cassar Scalia, che non fotografa il monumento ma il suo dettaglio: quando in apertura la protagonista arriva su una MG cabrio, nuova di zecca, si intuisce subito che le vicende narrate non sono contemporanee a chi legge. Siamo insomma ‘nel 1968 avanti Cristo’, come ironicamente dirà uno dei personaggi appunto a pagina 50.
“C’è un indizio forte in tal senso che ho voluto dare, sin dalle prime pagine: la guida turistica che la madre di Vicki consulta è la Guida d’Italia Michelin del 1968. E l’autostrada Salerno Reggio Calabria viene descritta come aperta solo per metà”

-Quello, purtroppo, anche adesso…
“E’ vero, ahimè; ma a quei tempi non era proprio stata costruita l’altra metà!”

-La lentezza è un’altra caratteristica del suo romanzo, questo tempo che scorre ad una velocità alla quale non siamo abituati più. E non soltanto perché ci si trova in un piccolo paese di provincia, e non soltanto perché vene descritta la quotidianità di una classe alto-borghese che non ha il cartellino da timbrare: sin dalle prime pagine si respira l’aria di un mondo che scorre davvero ad un’altra velocità, rispetto alla nostra contemporaneità frenetica. Visto il successo che il romanzo sta avendo, mi chiedo: forse il lettore di oggi ha bisogno di questo, di una lettura che gli appartiene nelle dinamiche, di una vicenda lontana nel tempo solo per quel tanto che basta ad eliminare i mostri del progresso?
“Questo è uno dei motivi per cui mi piace tanto scrivere di epoche passate: il ’68 è un’epoca cronologicamente non lontanissima da noi, ma culturalmente è forse più lontano il ’68 da oggi piuttosto che il ’68 dagli anni Venti. Lì la vita continuava a scorrere uguale a se stessa da decenni: è stato da quel momento storico in poi che c’è stato un divario notevole. Nonostante il boom economico, lo stile di vita delle famiglie italiane non era troppo dissimile da quello di trent’anni prima”

-Lo stile di vita di quelle famiglie (nobiliari, alto borghesi), o delle famiglie in genere?
Delle famiglie in genere. E’ chiaro che le famiglie nobiliari o alto borghesi, siciliane in particolar modo (più conservatrici, che non riuscirono a capire che dovevano cambiare e si adagiarono talmente tanto che finirono per sparire); ma le famiglie, povere o ricche che fossero, avevano in genere quei ritmi di vita lenti, come dicevamo prima; è chiaro che il boom economico ha messo loro in casa cose, oggetti che non immaginava di poter avere prima. Ma non ha modificato i tempi del loro stile di vita, lento e tranquillo.

-Si arriva poi al falso finale, che apparentemente rende liberi tutti: è solo a quel punto che il nemico verrà fuori, e si capirà che è un nemico tutto interno alla mentalità e alle dinamiche umane dure a morire: ci sarà il francese che avrà la funzione del bambino che grida ‘Il re è nudo!’, buttando giù il ‘muro’ costituito da ciò che dice la gente ma sorpattutto dall’eco di ciò che la gente dice dei personaggi. Qual è il vero mostro: ciò che dice la gente o quell’eco?
Cristina Cassar Scalia“C’è un momento in cui Vicki non può più non tener conto delle dicerie: perché ha alle spalle una famiglia che vive in quel posto e deve continuare a viverci, perché la famiglia di Diego è la più intima famiglia vicina ai suoi genitori, e perchè soprattutto tutto questo incide su Diego. Lei capisce che un minimo deve cedere, su questo punto, oppure le cose non potranno mai compiersi al positivo. Vittoria deve fingere di rimanere dietro quel muro, per avere la possibilità di picconarlo meglio”

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Cristina Cassar Scalia è nata nel 1977 ed è di Noto. Medico chirurgo specialista in Oftalmologia, attualmente vive e lavora a Catania. Il suo primo romanzo, La seconda estate, è stato insignito del Premio Internazionale Capalbio Opera Prima ed è stato tradotto in Francia. Per Le stanze dello scirocco l’autrice ha scelto come teatro la sua terra, la Sicilia.

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