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L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (un estratto del romanzo)

ottobre 12, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (ed. Italic Pequod)

La scheda del libro
Come spesso accade nella vita reale, oltre alla nostra, ci sono altre esistenze da considerare: quelle vite – a volte silenziose, altre volte rumorose – che si interpongono e che restano appese come fili sottili a ognuno di noi. Andare incontro a una persona significa impigliarsi in quei fili e doverli ordinare per non restarne invischiati. L’istinto primo, ultimo romanzo di Ausilio Bertoli, racconta la storia di Fabio Mori e Anita Salmidon, e di come, quel filo che li fa incontrare, dapprima li unisce, poi si annoda, quasi si spezza, si allunga a dismisura, e torna nuovamente ad unirli. Ma ognuno di noi si porta dietro altrettanti fili, e allora questi si intrecciano, si fanno matassa e poi si separano.
Un romanzo che gioca molto sulla casualità, ma anche sul destino. Un libro che si nutre di emozioni fuggenti, intense, che nascono e si consumano, per l’appunto, nell’istinto primo. Ausilio Bertoli mette in opera narrativa il complesso meccanismo delle dinamiche sociali, e riserva spazio d’ampio respiro a quel sentimento che, primo fra tutti, regola le nostre vite: l’amore.

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di Valentina Villan

Lo scrittore veneto Ausilio Bertoli  è di nuovo in libreria, stavolta col romanzo L’istinto primo  (Italic Pequod ed.), dopo il successo ottenuto col romanzo antropologico Rosso Africa.
Ambientato nel Veneto  e in Moldavia, tra i migranti tornati in patria per aprire un’attività coi soldi guadagnati in Italia, L’istinto primo è una storia d’amore dove vengono affrontati vari temi, tra i quali i cambiamenti sociali ed economici del nostro tempo.

Protagonisti sono un libraio e un’infermiera che già dal primo sguardo vengono attratti dall’amore, ovvero quel sentimento che, primo fra tutti, regola la vita di ciascun essere umano.  Un romanzo che gioca molto sulla casualità, ma anche sul destino, nutrendosi di emozioni fuggenti, intense, che nascono e si consumano appunto nell’istinto primo.  Ma il modus operandi del protagonista riassume, non solo tra le righe, anche gli assunti della teoria psicoanalitica dell’attaccamento, elaborata dall’inglese John Bowlby  per dimostrare come il soddisfacimento del piacere, per usare una terminologia nota, non sia strettamente connesso solo alla sfera sessuale. “È il senso di protezione e di continuità fra il sé e l’altro-da-sé a soddisfare completamente la ricerca del piacere”, annota Bertoli nella postfazione del romanzo, sottolineando la necessità dei legami d’affetto già dalla nascita.

 

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ESTRATTO del romanzo L’ISTINTO PRIMO di Ausilio Bertoli (ed. Italic Pequod)

Capitolo I

Una robusta infermiera di mezza età, rimboccato il lenzuolo, mi aveva inserito le bocchette dell’ossigeno nelle narici e infilato il pappagallo nella custodia appesa alla sponda sinistra del letto, sul quale gli inservienti della sala chirurgica mi avevano adagiato con delicatezza, quasi fossi fatto di cristallo, dopo l’intervento all’ernia inguinale. Eseguito in laparoscopia dal primario De Zorzi, marito di una delle clienti più assidue ed estroverse della mia libreria.
In balìa dell’anestetico, ero ancora sprofondato nella sabbia soffice di una spiaggia deserta, titillata dalle onde schiumose di un mare scintillante. Una spiaggia incantevole: me la ricordo come fosse ieri.
Durò poco, però. Cinque minuti appena. Poi dalla soglia dello stanzino un’infermiera spilungona con la coda di cavallo: “Signor Mori” proruppe “è ancora lì in cielo, tra gli angeli del paradiso, o è tornato a San Martino, fra noi?”
Mi svegliai di soprassalto.
“Come si sente, eh? Si è ripreso?”
La sua voce squillante rimbombò nello stanzino e lungo il corridoio, svegliando chissà quanti altri degenti del reparto chirurgia.
“Si è ripreso, signor Mori?” insistette piegata sul mio letto, controllando se le bocchette dell’ossigeno fossero al loro posto. E sollevò il lenzuolo per capire se avessi sistemato il pappagallo tra le cosce.
Reagii d’impulso: le bocchette scivolarono giù dalle narici. “Ma va’, il pappagallo! Io non sono tipo da pappagallo, non l’hai intuito?”
Le avevo dato del tu, sfacciato. Avessi avuto a che fare con l’infermiera di mezza età, mi sarei comportato con mitezza, come un agnellino.
“Non sono tipo da pappagallo, via! A me piace pisciare all’aperto, contro la luna, non dentro i pappagalli o i water”.
La spilungona si drizzò rapida e si accostò alla finestra: le persiane erano abbassate per tre quarti. Si curvò come per vedere se la luna splendesse tra le stelle e, gettata all’indietro la coda di cavallo: “Stasera la luna non c’è, dovrà per forza utilizzare il pappagallo”.
Rimasi in silenzio, incassai.
“Utilizzi il pappagallo per svuotare la vescica, oppure il bagno. Ma se preferisce il bagno, pigi il bottone del campanello, mi avverta. Stanotte sono io la responsabile della sua incolumità. Io, Anita. Mi ha sentito? Signor Mori, mi ha sentito?”
Mi risistemò le bocchette dell’ossigeno e l’asta della flebo.
“Anita hai detto? È un bel nome: originale, garibaldino”, bisbigliai accennando a un sorriso.
Anita mi rimboccò di nuovo il lenzuolo, e dall’armadio tirò fuori una coperta leggera. L’adagiò con cura sopra il lenzuolo, sbirciandomi per capire se la stessi osservando. Difatti la osservavo.
Accese la lampada incastonata nel soffitto e mi scrutò il polso per accertarsi che l’ago della flebo fosse conficcato a dovere. “Bene, signor Mori. La fascetta di cotone non è impregnata di sangue”.
Tergiversò un istante, poi: “Anita è sì un nome originale, però anche il suo non è da meno”.
“Be’, Fabio non è proprio originale, semmai raro…”

Si voltò di colpo verso la porta, dove un degente più giovane di me si era fermato a guardarci. “Vada a riposare, Mosconi! Domattina toccherà a lei, vada! Cosa sta a fare lì, il ficcanaso?” sillabò tradendo una certa irritazione.
Mi girai a osservarlo: le bocchette dell’ossigeno si staccarono ancora. Me le rimise nelle narici e mi chiese se il cognome Salmidon fosse orrendo: era il suo.
Recuperò la sedia metallica abbandonata vicino al bagno e prese posto accanto a me, sostenendo di voler scambiare quattro chiacchiere. A quell’ora non c’era molto da fare: poteva concedersi una pausa. Ripeté la domanda, la voce raddolcita; e io le risposi che Salmidon era un cognome tipicamente veneto, terminava in enne. “Non è affatto brutto e men che meno orrendo. È il cognome da nubile, ovvio. Ma vedo che non porti la fede al dito, sei single o te la sei tolta? Adesso le donne, la fede se la tolgono più che volentieri”.
“Non la porto mai, in servizio. Neanche mio marito la porta. Siamo pari. Ma tu hai famiglia?”
Abbandonò il lei con naturalezza, e con altrettanta naturalezza iniziammo a confidarci.

* * *

Ausilio Bertoli (alias Giuseppe Ausilio Bertoli) vive a Grumolo delle Abbadesse, dov’è nato, e a Limena (Padova). Si è formato negli atenei di Trento, Urbino e Venezia. Oltre ad essere un narratore, è anche uno psicosociologo e un sociologo della comunicazione, e un giornalista. Ha condotto numerose ricerche sul campo nell’ambito della psicosociologia e della devianza. Tra i suoi libri si ricordano in particolare: il saggio Tipologia della comunicazione aziendale (Urbino), il saggio I temi della comunicazione (Milano), i racconti Giostra mentale (Lecce), introdotti da Elvio Guagnini, i racconti Gente tagliata (Venezia), commentati da Paolo Ruffilli, il reportage antropologico Rosso Africa (Milano), il romanzo L’amore altro. Un’odissea nel Kosovo (Lecce), il romanzo psicologico La sirena dell’immortalità (Roma).

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