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L’intervento del Presidente dell’Associazione Italiana Editori alla Buchmesse di Francoforte

ottobre 15, 2015

Pubblichiamo l’intervento integrale del Presidente dell’AIE Federico Motta alla Buchmesse di Francoforte (diramato dalla stessa Aie)

Il 39% della nostra classe dirigente non legge nemmeno un libro l’anno: con questi dati siamo destinati al declino

di Federico Motta

Come ogni anno, la Fiera di Francoforte è per noi l’occasione per presentare il Rapporto sull’editoria italiana e di fare il punto sulle politiche pubbliche nel nostro settore, approfittando della presenza di esponenti del Governo. Quest’anno abbiamo con noi il Sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni, che ringrazio a nome degli editori italiani per avere inaugurato il padiglione italiano.
Tra i molti dati del Rapporto, registriamo che la crisi rallenta, ma non è finita. Nei primi otto mesi del 2015, il segno “meno” è ancora lì, sia pure all’1,9%. Sarà dura tornare a livelli pre-crisi, quando il mercato era quasi del 21% più florido di oggi.
Ma il dato che ha attratto di più la nostra attenzione è un altro. Ricordando quanto diceva Salvemini sul rapporto tra classe politica e paese reale, ci siamo soffermati sul dato Istat dei non lettori tra i “dirigenti, imprenditori e liberi professionisti”: sono il 39%.
Lo ripeto perché è impressionante: il 39% della nostra classe dirigente non legge nemmeno un libro l’anno. Per capirci: in Spagna e Francia sono il 17%. Meno che la metà che da noi.
La riflessione è semplice: viviamo nella società della conoscenza, dove la capacità competitiva del paese risiede nella sua cultura. Con questi dati siamo destinati al declino.
Ricordate lo studio dell’università di Bologna sul rapporto tra produttività del lavoro e lettura di libri? Sono uscite nuove conferme. Una ricerca internazionale sui fattori di successo nella vita delle persone ha dimostrato che uno dei più importanti è la presenza di libri in casa da bambini. Ne ha scritto Guglielmo Weber dell’Università di Padova, con alcuni colleghi europei, in un articolo dal titolo Books are forever. Come i diamanti, ci viene da dire.

Stiamo parlando di politica: di ciò che si è fatto e di ciò che si dovrà ancora fare. Lo scorso anno qui a Francoforte il Ministro Franceschini aveva preso impegni precisi sull’IVA sugli ebook, che ha mantenuto, e – non solo in Italia – un politico che rispetta gli impegni e non si limita agli annunci è una notizia.
Quali le conseguenze? +52,7% nei titoli ebook sul mercato italiano, e prezzi in calo, a mostrare come gli editori sono pronti a investire quando si creano le condizioni. Il che, credo, è la migliore forma di apprezzamento che le imprese possono dare a una politica. Vale molto di più del mio grazie di stamattina, che tuttavia voglio esprimere con convinzione.
Oggi questa battaglia è diventata europea. Sono sempre di più i paesi a esprimersi a favore di questo cambiamento. Anche la Commissione europea sta cambiando opinione.
Nel documento sul Digital single market pubblicato lo scorso maggio vi sono aperture importanti, anche se non ancora definitive. Ci sarà ancora molto da lavorare. E dovremo farlo assieme, come paese.
Il documento della Commissione sul Digital single market contiene almeno altri due elementi fondamentali per il nostro settore:
• le politiche pro-competitive nel mercato della distribuzione;
• il diritto d’autore.

La Commissione ha espresso “preoccupazione per il potere sempre maggiore che alcune piattaforme
esercitano sul mercato”. È il tema dei cosiddetti Over the top, da Amazon a Google a Apple, che ha molte sfaccettature: da quelle fiscali al trattamento dei dati personali ai modi con cui conquistano il potere di mercato e all’abuso che talvolta ne fanno.
La Posizione ufficiale del Governo italiano è ancor più precisa su questo tema, e si sofferma sullo squilibrio tra Over the top e industrie culturali.
Abbiamo bisogno di nuove politiche attive, pro-concorrenza, perché si sviluppino mercati più equi. Per esempio: se abbiamo imposto la portabilità dei numeri telefonici, dobbiamo saper imporre anche la portabilità degli ebook, costringendo i maggiori operatori ad aprire le prigioni dorate in cui chiudono i consumatori che hanno la ventura di acquistare un loro device.
Sul diritto d’autore il testo della Commissione è più vago. Il governo italiano si è invece schierato con precisione. Al di là dei dettagli tecnici, vi è un cambiamento di prospettiva che condividiamo.
Per anni abbiamo ascoltato la stessa storia: il digitale è il nuovo, crea difficoltà sul fronte dei diritti d’autore, quindi servono nuove eccezioni al diritto d’autore così da semplificarne la gestione. Il digitale è il re di questa storia; gli autori, gli editori, i lettori i suoi sudditi.
La stessa storia si può raccontare oggi in modo diverso: il digitale è il nuovo, crea difficoltà sul fronte dei diritti d’autore, che si possono risolvere con l’innovazione digitale. Il re digitale è nudo, e autori, editori e lettori sono cittadini che al re potranno regalare un buon libro, da pari e non più da sudditi.
I documenti ufficiali del Governo italiano hanno assunto questa prospettiva. Ad esempio quando dicono – in un documento alla Commissione firmato da Franceschini e Gozi – “Piuttosto che ritenere che solo le eccezioni e limitazioni possano garantire il bilanciamento tra titolari dei diritti e utenti, dobbiamo cercare soluzioni tecniche, quali la possibilità per i titolari dei diritti di concedere più facilmente licenze d’uso sulle proprie opere”.
È paradossale, in effetti, che i paladini del digitale si arrendano di fronte alle prime difficoltà, e propongano soluzioni tecnologicamente molto povere, quando non retrograde. Ma forse il paradosso nasconde precisi interessi: le eccezioni congelano i mercati, a tutto vantaggio di quegli stessi Over the top che finanziano le maggiori campagne anti-copyright.
Il Governo sarà capace di tradurre in azione politica in Europa queste sue posizioni? Sapremo far pesare il nostro punto di vista? Siamo uno dei più grandi paesi in Europa, ma siamo autorevoli solo se sappiamo esserlo. E quindi non sempre.
Chiediamo al Governo un impegno forte su questi dossier, coerente con le posizioni espresse, e offriamo il nostro contributo.
Dopo i ringraziamenti per l’Iva sugli ebook, l’apprezzamento per le posizioni sul mercato unico digitale, in attesa di misurarne gli esiti nei prossimi mesi, vengo ad alcuni rilievi critici.
L’incapacità di avere politiche coerenti con le posizioni di principio è purtroppo una costante della nostra storia recente.

Prendiamo il sostegno all’innovazione. Nella ricerca sulla gestione dei diritti d’autore e sull’interoperabilità – cioè sui due temi su cui il Governo italiano si è espresso con grande chiarezza – altri paesi stanno investendo massicciamente. Il Regno Unito con il Copyright Hub, la Francia con l’EDR-Lab sono due esempi, ma non gli unici.
Poi, l’Italia ha nuclei di competenza che sono di riferimento per tutte queste esperienze. Ma la competizione è anche tra i sistemi paesi, non solo tra le imprese. E se altrove il sostegno pubblico all’innovazione è molto maggiore, sarà molto dura resistere.
In Italia, ci sono dei fondi per l’innovazione, per i libri e per l’editoria periodica, di cui in Parlamento si sta discutendo l’abolizione. C’è una legge, nota come Patent box, che detassa i redditi derivanti da brevetti e diritto d’autore in ragione degli investimenti in ricerca e sviluppo sostenuti per produrli, ma, in sede di attuazione, il diritto d’autore è sparito, tranne che per il software.
Quali impegni concreti il Governo vuole assumersi su questi temi?
Lo stesso si può dire per il tema da cui siamo partiti: i bassi tassi di lettura. Negli ultimi anni, su questo, gli editori hanno esercitato un ruolo di supplenza. Altrove lo Stato investe in promozione della lettura. In Italia siamo quasi a zero. Per fare un solo confronto, il nostro Centro per il libro lavora con poche centinaia di migliaia di euro, quello francese con 33 milioni.
La supplenza sta nel fatto che noi abbiamo investito risorse nostre, sperando che potesse essere uno stimolo per il Governo. Così per anni abbiamo cofinanziato le iniziative del Centro per il libro.
Abbiamo promosso Più libri più liberi a Roma, fino a farla diventare uno dei principali appuntamenti culturali della città e del Paese.
Quest’anno abbiamo lanciato #ioleggoperché, un tentativo – che ci sembra riuscito, per quanto sempre migliorabile – di combinare social media, eventi dal vivo e media tradizionali per promuovere i libri.
Ci saremmo aspettati entusiasmo: offerte di collaborazione, o al limite desiderio di competere, investendo altrettanto in una sfida a fare meglio. Niente di tutto questo. Invece che aumentare, i fondi per la promozione del libro diminuiscono. Quasi a volerci punire perché abbiamo osato spendere del nostro per colmare carenze pubbliche.
C’è un altro esempio, quasi più significativo: la produzione di libri accessibili per i non vedenti. È una storia che il Sottosegretario Borletti conosce bene. Il Ministero dei beni culturali spendeva 3milioni annui per produrre – quando andava bene –un centinaio di libri l’anno. Con la stessa cifra (anzi, un po’ meno) ne abbiamo prodotto 10mila, e creato una piattaforma – LIA – che consente oggi di produrre circa 4mila titoli l’anno a un costo di 400mila euro. Che significa che lo Stato può risparmiare, a titolo, il 99,7%.
Ci saremmo aspettati entusiasmo, che ci venisse chiesto come estendere a 10mila titoli l’anno, o all’intera produzione editoriale italiana. Invece niente: i fondi sono stati del tutto aboliti e si chiede ai privati di finanziare il tutto.
Al di là degli esempi, c’è un problema politico. Lasciatemelo dire avendo a fianco l’on. Borletti, perché non possono esserci dubbi che non mi riferisco al suo caso: non ne possiamo più di politici che vengono a dirci che amano i libri e la lettura è una priorità. Intanto perché l’autenticità dell’amore per i libri in genere si verifica appena aprono bocca. E perché vi sono sistemi semplici per definire cos’è una priorità: è dove si investe prima che altrove. Se si decide di investire zero (o quasi), vuol dire che si considera la lettura l’ultima delle priorità. Non c’è altro da dire.

Per quanto ci riguarda, tuttavia, non ci arrendiamo. Ma le supplenze sono per definizione transitorie. Il crollo del sostegno pubblico a Più libri più liberi rischia di portare alla chiusura della manifestazione.
LIA è anche a rischio, così che torneremmo a spendere milioni per una funzione che è inevitabile in un paese civile.
C’è in discussione in Parlamento una proposta di legge che ripropone un sistema di detrazione fiscale delle spese per l’acquisto di libri – anche questo: annunciato, approvato, ritirato, ora riproposto –, alcuni interventi sulle librerie indipendenti e un rafforzamento della promozione della lettura. È una proposta certamente migliorabile, ma in primis ci chiediamo se il Governo vorrà trovare le risorse per sostenerla, senza le quali resterebbe un mero annuncio.
Citavo in incipit Gaetano Salvemini, che diceva “il dieci per cento dei politici italiani sono la crema, il meglio del Paese; il dieci per cento, la feccia, il peggio; il restante ottanta per cento sono il Paese”.
Della feccia abbiamo frequenti manifestazioni, che non devono distrarci. L’80% rispecchia un paese di non lettori, anche nella sua classe dirigente. Ma abbiamo la possibilità di allearci con il 10% migliore, che siamo sicuri essere composto da lettori. Da quei pochi che i libri li amano davvero.

Frankfurter Buchmesse, 14 ottobre

(Fonte: Aie)

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