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PASOLINI. RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (un estratto)

novembre 6, 2015

In occasione del quarantennale della morte di PIER PAOLO PASOLINI (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) pubblichiamo le prime pagine del volume PASOLINI. RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot edizioni)

In collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato al quarantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini

I. La calaca

Casarsa, 2 novembre 2013

È una fredda giornata ventosa quando, nel primo pomeriggio,
arrivo davanti al cimitero di Casarsa della Delizia. Sul
mio cellulare intelligente compare una scritta che, alzando gli
occhi, vedo ripetuta sulla porta dell’ingresso: “JHS. In pace
Christi requiescant”. Supero l’arco e noto sulla mia sinistra
una lastra scura che attraversa il viottolo. Mi avvicino. Ecco
la pietra tombale dove compare il nome di Pier Paolo Pasolini
(1922-75) accanto a quello di sua madre, Susanna Colussi
(1891-81). Un’aiuola di alloro è scossa dal vento. Fiori
bianchi insieme a un serto di tagete, fiorellini con foglie vellutate
di colore marrone e il centro giallo, a forma di semiluna,
incoronano il nome. Il serto, con accanto un lumino rosso,
è fermato da piccoli sassi, simili a quelli visti a Roma sulle
tombe ebraiche del cimitero del Verano. Si tratta proprio
del fiore che i messicani usano per resuscitare i morti e farli
tornare nelle loro case. Tagete è anche il dio etrusco protettore
del vino, citato nel romanzo delle stragi, Petrolio. Come
sono giunti fin qui? Chi li ha deposti? Ho con me una bottiglietta
d’acqua, che poggio accanto al lumino. Mi inginocchio
e, sfiorando con le dita quella scritta, ho un improvviso giramento
di testa e una leggera nausea; forse quest’ultima dovuta
alle troppe sigarette che ho fumato, appena sceso dal treno.
Sono tornato a fumare dopo anni di astinenza, proprio
quando ho pensato di scrivere un libro di ricordi su Pasolini.
Ormai quei ricordi, cristallizzati nella mia mente, non possono
essere più dilazionati nel tempo. O adesso o mai più.
Mi sono figurato, nella bara di legno e zinco, lo scheletro
del poeta, dolce e indifeso. La bara è di certo ancora quella
che vidi il giorno dei suoi funerali, alla Casa della Cultura di
largo Arenula, tra una selva di occhi che sembravano aver
pianto tutte le loro lacrime. Cupissimo in volto, Alberto Moravia
cercava lo sguardo di Bernardo Bertolucci. Laura Betti,
vestita a lutto, sembrava guardare nel vuoto. Eccola la strana
“famiglia” che avevo cercato, scendendo ragazzo dalla
Marsica nella città eterna. Pasolini era per me il silenzioso fratello
maggiore, diventato con il tempo il figlio padre. Moravia
era invece il padre alla rovescia e Laura Betti, neanche a
dirlo, una madre fallica.
Eppure avevo una famiglia tenerissima: un padre che mi
aveva regalato soltanto caldi sorrisi, una madre che aveva
voluto che mi iscrivessi all’università, lei che aveva fatto soltanto
la prima elementare. Erano entrambi di origini sottoproletarie
e io non li avrei mai lasciati soli, avventurandomi in
una vita da poeta maudit. In casa mia l’unico libro presente
era la Smorfia napoletana, compulsatissima.
Poi c’erano le vicemadri come Rossana Rossanda ed Elsa
Morante, accorata anche lei al funerale, riconciliata ormai
con il suo ex amico che le aveva stroncato La Storia, e gli zii
loquaci e pettegoli come Sandro Penna o premurosi come Enzo
Siciliano. Elsa Morante aveva scritto che la diversità di Pasolini
era la sua poesia. Carlo Emilio Gadda era il nonno brontolone,
che non conobbi, perso nella foresta di Monte Mario,
con i “nipotini” che lo disturbavano quando scendeva al bar
Rosati a comperare un fagottino di dolci, tornando verso il 99,
detto la freccia di via delle Medaglie d’Oro, che lo riportava
a casa. Fin d’allora volevo essere non “il fanalino di coda”,
ma il testimone invisibile, che avrebbe raccontato quella grande
famiglia più in là. Allora mi sembrava eterna. La morte precoce
di Pasolini era stato il primo segnale di una voragine che
si sarebbe ingrossata sempre più. Andavo fiero di quella “famiglia”
acquisita, mi sentivo come l’ultimo testimone della
grande letteratura del Novecento, una specie di Rutilio Namaziano,
nell’estrema decadenza di quell’impero.

(Riproduzione riservata)

Tratto da Pasolini. Ragazzo a vita di Renzo Paris, Elliot Edizioni.
© 2015 Lit edizioni Srl
Per gentile concessione

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La scheda del libro
A quarant’anni dall’omicidio di Pasolini, Renzo Paris torna sui luoghi degli incontri romani con l’autore di Petrolio, raccontando un’amicizia durata dal 1966 al 1975. Nel suo vagabondaggio a ritroso nella memoria, Paris si spinge fino a Nuova Delhi e a Nairobi, per le celebrazioni pasoliniane, commentando parallelamente la versione non censurata del dramma Affabulazione, che Pasolini gli donò in dattiloscritto, conservato come una reliquia. Un postromanzo nel quale sfila al completo la “famiglia” romana dello scrittore bolognese: da Moravia a Laura Betti, da Ninetto Davoli a Elsa Morante, con i loro viaggi, le estati a Sabaudia, i dibattiti televisivi sul ’68. Un testo intenso e malinconico, alla ricerca di un senso che colmi il vuoto lasciato da quella morte così atroce avvenuta nel novembre del 1975.

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Renzo Paris - Elliot EdizioniRenzo Paris, nato a Cesano nel 1944, è uno scrittore e poeta italiano. Trasferitosi a Roma, si laurea in Letteratura italiana con Alberto Asor Rosa. Ha insegnato nelle scuole medie, poi all’università di Salerno e infine a Viterbo, dove attualmente ha la cattedra di Letteratura Francese. Ha collaborato con quotidiani e riviste, tra cui Il Manifesto, Liberazione, Corriere della Sera, L’Espresso. Oltre a importanti studi sull’amico Alberto Moravia, come saggista e traduttore si è dedicato, tra gli altri, a Flaubert, Apollinaire, Prévert.

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