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RICORDANDO LUCIANO GALLINO (e il suo “pensiero critico”)

novembre 10, 2015

Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipotiRICORDANDO LUCIANO GALLINO (e il suo “pensiero critico”)

di Massimo Maugeri

L’8 novembre 2015 è morto Luciano Gallino: sociologo, scrittore e professore emerito, già ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Era nato a Torino il 15 maggio 1927. Si è occupato lungamente delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione. Per Einaudi ha pubblicato diversi volumi: Informatica e qualità del lavoro (1983), sul legame stabilito per il tramite della tecnologia tra scienze umane e naturali, L’incerta allenza (1992), Se tre milioni vi sembran pochi («Vele», 1998), La scomparsa dell’Italia industriale (2003), L’impresa irresponsabile («Gli struzzi», 2005 e «ET Saggi», 2009), Con i soldi degli altri («Passaggi Einaudi», 2009 e «Super ET», 2010), Finanzcapitalismo («Passaggi Einaudi», 2011 e «ET Saggi», 2013), L’attacco allo stato sociale (2013, per la nuova collana digitale dei «Quanti»), Il colpo di Stato di banche e governi («Passaggi Einaudi», 2013), L’impresa responsabile, un’intervista su Adriano Olivetti (a cura di Paolo Ceri; «Passaggi Einaudi», 2014) e Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti («Passaggi Einaudi», 2015).
Proprio quest’ultimo libro (Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti) sembra quasi una sorta di testamento lasciato ai posteri: un invito all’analisi delle problematiche, alla riflessione e – anche – un’apologia dell’importanza del pensiero critico nonché un invito a non rinunciare all’idea di uguaglianza.
Gallino evidenzia come, a suo giudizio, la causa fondamentale della sconfitta dell’uguaglianza sia stata (riporto uno stralcio della scheda del libro), “dagli anni Ottanta in poi, la doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico, strettamente collegate tra loro. La stessa crisi del capitalismo ha molte facce: l’incapacità di vendere tutto quello che produce; la riduzione drastica dei produttori di beni e servizi; il parallelo sviluppo del sistema finanziario al di là di ogni limite. A questa crisi il capitalismo ha reagito accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita – il «sistema ecologico» -. Il tutto con il ferreo sostegno di un’ideologia, il neoliberalesimo, che riducendo tutti a mere macchine contabili dà corpo a una povertà dell’azione politica quale non si era forse mai vista nella storia“.
La prefazione del suo nuovo libro (l’ultimo pubblicato) inizia con queste parole: “Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea“.
Gallino continua evidenziando come a ogni sconfitta corrisponda la vittoria di qualcun altro. In questo caso si tratterebbe di una doppia vittoria (e, dunque, di una doppia sconfitta). Da un lato la scomparsa di due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico; dall’altro si è aggiunta (Gallino la chiama così) “la vittoria della stupidità”.
Quell’idea di uguaglianza affermatasi con la Rivoluzione francese si è arenata, secondo Gallino, sul finire degli anni Settanta, quando la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza. “Si tratta della classe dei personaggi super-potenti e super-ricchi che controllano la finanza, la politica, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell’1 per cento“.

Chiudo riportando uno stralcio della parte finale della prefazione di Luciano Gallino a Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti («Passaggi Einaudi», 2015):

Che cosa possiamo fare noi, mi chiederete. Anzitutto dovete farvi un’idea solida del tipo di persona, di essere umano che ammirate, e che vorreste essere. La concezione dell’essere umano teorizzata e perseguita ai giorni nostri con drammatica efficacia dal pensiero neoliberale ha lo spessore morale e intellettuale di un orologio a cucú. In alternativa, nei vostri libri di scuola potete trovare quanto di meglio il pensiero occidentale ha espresso in venticinque secoli. Si tratta di metterlo in pratica. Fondamentale in esso, a onta delle sue innumeri differenziazioni, è la distinzione tra ragione soggettiva o strumentale e ragione oggettiva. La prima vede nell’essere umano principalmente una macchina da calcolo, che pondera senza tregua il rapporto tra mezzi e fini: è l’idea alla base dell’ideologia neoliberale. Per contro, stando alla seconda definizione di ragione, questa esiste anche nel mondo oggettivo. Come ha scritto Max Horkheimer, essa esiste «nei rapporti fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni». In questa concezione quel che piú conta sono i fini, non i mezzi. Essa non guarda alla massimizzazione dell’utile, bensí al problema del destino umano, «al modo di realizzare i fini ultimi». Incluso l’ideale dell’uguaglianza, e quello di evitare all’umanità, in un futuro che si avvicina rapidamente, il fosco destino che l’aspetta se non provvede quanto prima a riparare i guasti da essa stessa apportati al sistema ecologico. Se riuscirete a costruirvi un’immagine dell’essere umano da creare in voi, ispirata da fini ultimi simili a quelli citati piuttosto che dai precetti della finanza, vi verrà naturale pensare a quale sarebbe il genere di società in cui quel tipo umano vorrebbe vivere, e che vorreste impegnarvi a realizzare. Non temete: non vi propongo di affrontare di corsa i monumenti del pensiero critico, ma di tenere presente che essi esistono, e quando occorre sono un formidabile antidoto contro l’ottusità e la piattezza delle rappresentazioni della società che siete costretti ogni giorno a subire. Quei monumenti erano, una volta, patrimonio della cultura e dei partiti di sinistra, anche in Italia. Ma da noi la cultura di sinistra, quale cultura diffusa di ampie formazioni politiche, è morta, insieme con i partiti che la divulgavano. Appartiene alle sconfitte da cui sono partito. Ma nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diversamente, e si adopera per essere fedele a tale ideale. Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa“.

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