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ALESSANDRO DEFILIPPI racconta VIENE LA MORTE CHE NON RISPETTA

novembre 13, 2015

ALESSANDRO DEFILIPPI racconta il suo romanzo VIENE LA MORTE CHE NON RISPETTA (Einaudi) – Un caso del colonnello Anglesio

Un estratto del libro è disponibile qui

Alessandro Defilippidi Alessandro Defilippi

Due anni fa mi ritrovai a scrivere un racconto, Per una cipolla di Tropea, per un’antologia gialla di Mondadori. Era il mio primo giallo “classico” e mi divertii molto. Il racconto poi, su richiesta dell’editore, finì in rete e ottenne un numero del tutto imprevisto di recensioni su Amazon. Così, quando Einaudi mi propose di riprenderne i personaggi per un libro più ampio, accettai con piacere.
Senza sapere in che guaio mi andavo a cacciare.
Scrivere è un mestiere faticoso. Eppure, come si dice in Per un pugno di dollari, “E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo”. Il fatto però è che io scrivo regolarmente senza una scaletta. Ho cari amici come Roberto Rigosi e soprattutto il mitico Alan D. Altieri, che organizzano il lavoro capitolo per capitolo, e iniziano a scrivere solo quando hanno tutto chiaro in testa.
Ecco: io no.
Funziono in maniera opposta. Inizio a scrivere perché so che “devo” scrivere o perché mi accorgo che è passato troppo tempo dall’ultima volta e inizio ad avvertire un disagio fisico e psichico: lombalgia, dispnea, irritabilità, ansia. Un caso clinico, in altre parole, al punto da far spesso dire ai miei cari: “Quand’è che ricominci?” (il sottinteso è: “che così finisci di rompere le scatole”). Ma il problema è che non so mai che cosa scriverò quando inizio un libro. A questo proposito mi viene in mente una citazione di Franca Valeri, che dice: “Se c’è un momento in cui non occorre avere le idee chiare è quando si comincia a scrivere”. Del tutto d’accordo: a me non pare di essere io a scrivere; direi piuttosto, se non temessi di suonare retorico, che “vengo scritto”. Dall’inconscio, probabilmente. La faccenda funziona così: io parto da una scena o da un’immagine o da una musica e vedo di volta in volta una sorta di film, delle scene nella mia mente cui corro dietro con la scrittura. E mi accorgo che un libro funziona quando i personaggi cominciano a fare cose che non mi aspetto.
Che c’è di male?, direte voi.
Viene la morte che non rispettaNulla, in effetti. Ma provate a scrivere un giallo in questo modo. Sarete costretti a tornare indietro innumerevoli volte, per sistemare qualcosa che, con i nuovi sviluppi, non è più in accordo. E scoprirete il colpevole o i colpevoli solo alla fine, come il lettore. Quindi, non sarò mai abbastanza grato al mio editor, Francesco Colombo, di Einaudi, che con cortesia e passione mi ha aiutato a mettere ordine nelle mie fantasie.
Il risultato è questo Viene la morte che non rispetta. 1952, Genova, una serie di delitti dall’aspetto rituale ma dall’odore politico. E non è mai un buon odore, questo. Un colonnello dei Carabinieri ex partigiano, Enrico Anglesio, che, con i suoi collaboratori, il maresciallo Vercesi e il brigadiere Ferrari, si trova a sbrogliare una matassa che lo mette in contatto con il suo passato. Odori, profumi, sapori, perché la cucina, per Anglesio come per me, è un modo di ordinare i pensieri e di prendersi cura. Ho cercato di aggiungere ai miei abituali ingredienti di tensione e di mistero (perché il mistero è una delle poche cose di cui valga davvero la pena di parlare) anche un po’ di commedia. Desideravo leggerezza, credo, e spero di essere riuscito a comunicarla.
Ancora qualche parola: perché Genova per un torinese come me? Per una serie di motivi: mia madre era di origine ligure e la Liguria è per me una seconda terra; perché c’è il mare e il mare è un’altra di quelle cose che vale la pena raccontare; infine, perché mi è sempre parso che Torino e Genova siano due mezze mele che insieme compongono la mia città ideale.
E, per finire, se vi capiterà di leggere le avventure del colonnello Anglesio, cui spero di farne seguire altre, spero che vi divertirete, vi impaurirete e vi commuoverete come è capitato a me nello scriverle.

(Riproduzione riservata)

© Alessandro DefilippiEinaudi

 

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«Affilare un bisturi era un lavoro delicato: il filo doveva essere sottile, sottilissimo, per affondare come quando si sgozza un maiale. Per incidere la pelle con la stessa precisione e delicatezza di quando si sfiletta un pesce. Perché il bisturi è come un pennino. Deve saper scrivere. Sorrise appena, continuando a lavorare. Non era contento. Ma quel che andava fatto aspettava da tanto. Ed era venuto il tempo. Perché c’è un tempo per ogni cosa».

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Alessandro Defilippi, medico e psicoanalista, vive, lavora e scrive a Torino. È autore di romanzi e racconti, tra cui Una lunga consuetudine (Sellerio 1994), Locus animae (Passigli 1999, Mondadori 2007), Manca sempre una piccola cosa (Einaudi 2010), Danubio rosso (Mondadori 2011), La paziente n. 9, Viene la morte che non rispetta (Einaudi, 2015) e il racconto Per una cipolla di Tropea (Mondadori 2012). Ha partecipato alla sceneggiatura del film Prendimi l’anima (2003) di Roberto Faenza.

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