Home > Brani ed estratti > SHIRLEY di Charlotte Brontë

SHIRLEY di Charlotte Brontë

novembre 17, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo SHIRLEY di Charlotte Brontë, che sta per essere ri-edito da Fazi editore  (traduzione di Fedora Dei) in libreria dal 19 novembre

La mente di Shirley si volgeva a ben altro che al denaro e alla posizione sociale. Naturalmente era lieta di essere ricca e, a tratti, si sentiva perfino esaltata all’idea di essere signora di un’antica magione, di aver tanti affittuari e possedimenti e in special modo la zona di Hollow, con “la grande filanda e tutti i suoi annessi, la tintoria cioè, e il magazzino merci e l’amministrazione, nonché il podere ora tenuto a giardino e quella villetta bianca denominata Hollow’s Cottage”. Ma era un’esaltazione così ingenua e dichiarata che non poteva dare fastidio a nessuno. In effetti Shirley amava tutto ciò che è grande, nobile, buono, generoso, e a quello aspirava. Meditava di più sui mezzi per soddisfare questa sua inclinazione che non sulla propria superiorità sociale.
Si era interessata a Caroline dapprima soltanto perché l’aveva vista così quieta, riservata, fragile da far credere che avesse bisogno di qualcuno che si occupasse di lei. La predilezione accentuò quando scoprì che il proprio modo di pensare e parlare trovava in lei puntuale rispondenza. Non se l’era aspettato: una ragazza con un visino così bello, una voce e modi così dolci, non poteva esser molto dissimile dalle comuni ragazze del luogo, sia per mentalità sia per cultura. Ma quando aveva arrischiato un paio di battute alquanto caustiche, quel visino si era subito illuminato di arguta comprensione. E più ancora crebbe la simpatia quando si avvide quale ammirevole lavorio mentale e quali tesori di cultura – acquisita senza l’aiuto di nessuno – si nascondevano in quella testina tutta riccioli. Shirley e Caroline avevano gli stessi gusti, avevano letto gli stessi libri, ammirandone alcuni e ridendo di altri che giudicavano pieni di falso sentimentalismo e pomposamente scritti.
Per Shirley, ben pochi uomini e ben poche donne avevano il gusto della poesia ed erano in grado di distinguere quella vera da quella falsa. Le era già capitato più volte che persone, intelligenti peraltro e colte, le indicassero questo o quel brano poetico come qualcosa di eccelso. Poi, quando lei andava a leggerlo, non vi trovava che l’opera di un brillante versificatore, ammirevole per ricchezza di immagini ed eloquenza ma pieno di orpelli! Quel dato brano, stuzzicante, ben costruito, dotto, perfino provvisto degli affascinanti colori dell’immaginazione, le sembrava diverso dalla vera poesia quanto può esserlo un sontuoso vaso di mosaico da una piccola coppa d’oro: o, per offrire un altro esempio al mio lettore, quanto può esserlo un fiore artificiale, fatto da una modista, dal giglio di campo appena colto.
Shirley riscontrava invece che Caroline intuiva subito il valore del metallo prezioso, rifiutava le scorie. Le due ragazze erano così mentalmente intonate all’unisono che spesso all’unisono cantavano la loro armonia.
Una sera – dopo un lungo pomeriggio piovoso trascorso però senza noia – le due amiche si trovavano nel salotto rivestito di quercia. Era quasi buio; non erano state ancora portate le candele. A mano a mano che il crepuscolo cedeva all’oscurità, le due giovani si fecero pensose e rimasero in silenzio. Il vento dell’ovest ruggiva intorno alla casa, spingendo dal remoto oceano selvaggi mucchi di nuvole gravide di altra pioggia: tempesta al di là dei vetri impiombati della finestra; pace profonda al di qua. Presso la finestra, Shirley guardava la tempesta esterna e ascoltava la voce del vento che a tratti dava un gemito come di anime in pena: se non fosse stata così giovane, sana e serena, quelle strane note le avrebbero scosso i nervi come un funereo presagio. Ma in quella sua primavera della vita e nel pieno fiorire della sua grazia, Shirley ne riceveva un’impressione che tutt’al più poteva mitigare la sua naturale vivacità. E le venivano in mente brani di vecchie ballate: ne canticchiava di tanto in tanto una strofa con toni e accenti che in un certo qual modo obbedivano alla capricciosa voce del vento. Caroline passeggiava avanti e indietro, tenendosi nell’angolo più lontano e buio della stanza, dove la sua figuretta era appena appena illuminata dal rosseggiare delle braci di un fuoco quasi morente. Mormorava i versi di una poesia che conosceva a memoria. Per quanto li dicesse sottovoce, arrivavano all’orecchio di Shirley:

La notte buia avviluppava il cielo,
dell’Atlantico ruggivano i marosi,
Quando, me misero, a bruciapelo,
da bordo fui gettato verso i fondi algosi.
Di amici, di speranze, di tutto fu orbato,
dalla sua casa galleggiante per sempre strappato.

E qui Caroline si fermò, avendo avvertito che il canto di Shirley andava delicatamente spegnendosi.
«Continua», le disse Shirley.
«Continua anche tu, allora! Io stavo solo ripetendo la poesia Il naufrago».
«La conosco. Se la sai tutta, recitala!».
Siccome era quasi buio e Shirley non rappresentava per lei un pubblico da averne paura, Caroline recitò la poesia da cima a fondo. La recitò come andava fatto. Rese cioè l’impressione del mare infuriato, del povero naufrago in procinto di annegare, della nave che si allontanava, trascinata via dalla tempesta… ma più di tutto rese l’angoscia del poeta che non piangeva per il naufrago, ma che stabiliva un paragone tra quel naufrago abbandonato dagli uomini e se stesso, abbandonato da Dio, nel fondo di un abisso di angoscia in cui gridava, senza più lacrime:

Nessuna voce divina la tempesta placò,
nessuna luce propizia mai brillò,
Quando, strappati da ogni possibile salvezza,
ciascun, da solo, perì nell’orrendezza.
Ma… io sotto marosi più furibondi

fui sommerso in abissi più profondi.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

* * *

La scheda del libro

Yorkshire, inizio Ottocento. Shirley, giovane donna ricca e caparbia, si trasferisce nel villaggio in cui ha ereditato un vasto terreno, una casa e la comproprietà di una fabbrica. Presto fa amicizia con Caroline, orfana e nullatenente, praticamente il suo opposto. Caroline è innamorata di Robert Moore, imprenditore sommerso dai debiti, spietato con i dipendenti e determinato a ristabilire l’onore e la ricchezza della sua famiglia, minati da anni di cattiva gestione. Pur invaghito a sua volta della dolce Caroline, Robert è conscio di non poterla prendere in moglie: la ragazza è povera, e lui non può permettersi di sposarsi solo per amore. Così, mentre da una parte Caroline cerca di reprimere i suoi sentimenti per Robert – convinta che non sarà mai ricambiata –, dall’altra Shirley e il suo terreno allettano tutti gli scapoli della zona. Ma l’ereditiera prova attrazione per un insospettabile…
Shirley si inserisce nel grande filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento: i suoi personaggi vivono gli avvenimenti storici dell’epoca – le guerre napoleoniche e le lotte luddiste –, facendo i conti con le contraddizioni del progresso industriale e offrendo spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna.
Dopo la riproposta di Villette, continuiamo la pubblicazione dell’opera di Charlotte Brontë con Shirley, capolavoro meno noto. Secondo romanzo dell’autrice dopo Jane Eyre, questo libro ha decretato il defini- tivo passaggio di Shirley da nome maschile a nome tipicamente femminile.

«Non so se hai mai letto libri in inglese. Se è così, allora posso raccomandarti calorosamente Shirley di Currer Bell, autore di un altro romanzo, Jane Eyre. È bello come i dipinti di Millais o Boughton o Herkomer. L’ho trovato a Princenhage e l’ho letto in tre giorni».
Lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo, 15 agosto 1881

«Leggiamo Charlotte Brontë non per la squisita osservazione del personaggio, non per la commedia, non per una visione filosofica della vita, ma per la poesia. Probabilmente accade con tutti gli scrittori che, come lei, hanno una personalità travolgente… loro devono solo aprire la porta per farsi sentire. In loro c’è una ferocia indomita perennemente in guerra con l’ordine accettato delle cose».
Virginia Woolf

 

* * *

Charlotte Brontë (Thornton, Yorkshire, 1816 – Haworth, Yorkshire, 1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò all’insegnamento. Il suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

* * *

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: