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FRANCESCO LETO racconta IL CIELO RESTA QUELLO

novembre 18, 2015

Francesco LetoFRANCESCO LETO racconta il suo romanzo IL CIELO RESTA QUELLO (Frassinelli).

Francesco Leto è anche l’ideatore del progetto #Sfamaunoscrittore (qui, il post di Letteratitudine)

di Francesco Leto

Povero piccolo dolce Bébert … maligna di una tifoide maligna! Che morte giovane, quella di Bébert, crudele davvero … e Bardamu non può nulla, nessuna cura, nessun vaccino, niente di niente. S’arrende e va a coricarsi col lutto della notte. Su Facebook un amico virtuale di un amico che avrei potuto conoscere e quindi aggiungere, ironizzava sul titolo Il cielo resta quello, si chiedeva, l’amico dell’amico, cosa potrebbe mai raccontare un romanzo con un titolo così… certo, averlo rubato a Céline, il titolo, non basta: se uno nano è nano rimane, e morta lì! ma vuoi mettere salire sulla spalle del gigante francese? Ci si assicura il panorama mozzafiato, fosse nient’altro.
Piccolo il cardellino come il dolce piccolo povero Bébert, e tanto fragile, il figlio di Maria, quanto il coraggio che ha d’essere senza capi, libero come l’uccello di cui porta il soprannome, e se lo porta lo porta proprio perché il cardellino è tra tutti gli animali quello che soffre di più la prigionia e perciò al piccolo Morise mai gli si potrebbe comandare, ad esempio, di mandare giù lo stesso sciroppo che Bardamu dà a Bébert per sopire la voglia di toccarsi e gingillarsi. Maria, il figlio, se lo vede sfilare sotto il naso, d’estate e col caldo, col costumino indosso pronto a prendere la discesa verso la spiaggia dei sassi con gli altri ragazzini di Bagnara Calabra, mozzi neri scafati e rigorosamente a piedi scalzi loro, pronti a sfregarsi le mani a furia di smanettarsi tra gli anfratti degli scogli. E se fanno la gara di tuffi lanciandosi dallo scoglio di Cacilì, è sempre dopo l’estenuante gara di seghe che essa prende il via.
A Bagnara Calabra il lutto non si estingue in una sola notte e quando Maria resterà vedova, vedova lo sarà per sempre. Vestirà di nero per tutta la vita e non andrà più al mare neanche con la caligine d’Agosto. Rosa, sua amica e comare inseparabile, tra un pettegolezzo e l’altro, un rosario e un’invocazione, la consola a modo suo, perché ‘è tutta questione di destini e pianeti’ le ripete con convinzione. Ma Maria è inscalfibile pure di fronte al lutto: mai un capriccio o un sospiro querulo, il tentativo d’essere compatita e si fa ancora più d’acciaio con il cardellino e gli altri due figli, Sisina e Antonio. È buona, Maria, nell’unico modo che le riesce: essendo spietata coi figli e buona con gli estranei, e sempre e solo in maniera disinteressata.
Ammonisce severamente i maschi di casa, non accetta le piccole frane della loro giovinezza. Che un maschio alla loro età piange, eh? E fa i capricci da ragazzino viziato? Che un uomo forse non deve imparare ad affrontare il mondo con le uniche armi che ha a disposizione, cioè sé e tutto sé? Che un uomo vero forse non sa che deve riservare le lacrime a ciò per cui ne vale davvero la pena, farle diventare preziose come una pioggia improvvisa sopra un campo arido invece di sprecarle in quel modo?
La morte per Maria è un affare privato, un dolore da tenere per sé, un avvenimento della natura e del caso come un incendio, lo sfilacciamento della vesta nera o la sua stessa scomparsa una mattina in cui non fa rientro a casa all’ora solita e i figli si prodigano per cercarla. Dove potrebbe essersi cacciata una donna ormai vecchia? Un malore improvviso?
E tutte le piccole tragedie… di Giovannino, Mimì Bertè, Carmine, Cataldo, Rosa, la Sasso… non sono trofei da esibire perché mai aggiungere flussi a flussi, coscienze a coscienze, vite a vite, non è un fuoco che deve prender fuoco e tutti i legni sono buoni, dai fuscelli ai tronchi; ognuno ha le proprie sventure e se le deve tenere per sé.
Quest’estate una delle donne del quartiere in cui sono nato e cresciuto, ha comprato Il cielo resta quello. Non sono certo sappia leggere. Mi ha dato venti euro, ma il libro ne costa solo quindici. Il resto era per il caffè, mi ha detto. Sempre su Facebook o su un blog, ho letto che la mia iniziativa, vecchia come il cucco, di vendere il libro porta a porta (o forse averne realizzato un corto) sia roba da bimbominkia. Il cardellino farebbe notare che quanto a minchia ci siamo, specie quando si è magri e segaligni, le misure non rappresentano più un cruccio; tuttavia del bimbo ho ormai ben poco. Purtroppo.
Nel darmi i venti euro, la comare, m’ha ripetuto di stare tranquillo che se deve essere, di vendere tanti libri, sarà. Ci vuole solo un poco di pazienza. È tutta questione di destini e pianeti, direbbe Rosa.

(Riproduzione riservata)

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La scheda del libro
È uno degli ultimi giorni d’estate quando Maria, uscita di casa all’alba come ogni mattina, non vi fa ritorno. Dove sei fi nita, Maria? Tu che non te ne sei mai andata, perché mai avresti potuto lasciare quel mare. Ché a Bagnara Calabra tutti nascono col mare negli occhi e nel cuore. Qualcuno persino nella voce, come Mimì Bertè, che da bambina, a Bagnara ci tornava tutte le estati con le sorelle. Mimì, la cui voce è colonna sonora di molte vite, e della propria è benedizione e condanna. Con quel mare Maria ha sempre condiviso tutto. Ha il sapore del sale il primo bacio che ha dato al suo Carmine, quel ragazzo bello e vigoroso che tra tutte, alla fine, ha scelto lei. E libero come le onde è nato Domenico, quel suo figlio che, più degli altri, è la sua anima. U cardiddu lo chiamano, il cardellino. Ché come un cardellino, Domenico soffre ogni forma di prigionia. Quando il dolore entra nella vita di Maria, all’improvviso, troppo presto, che a piovere e a morire non ci vuole proprio niente, il mare è sempre lì, questa volta muto, incapace persino lui di darle conforto. Solo una voce allora continua a risuonare, quella di Mimì, ormai per tutti Mia Martini. Una sirena del mare, che da lì canta tutte le notti. Lo sai tu, Mimì, dov’è finita Maria? Una storia familiare autentica, intensa e poetica. Una dichiarazione d’amore per una terra che si perde nel cielo e in un mare senza il quale non si ha mai una casa dove tornare.

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Francesco Leto, detto Caetanino, è nato il 5 aprile del 1983 a Cirò Marina (Crotone). Con il suo primo romanzo Suicide Tuesday (Perrone, 2013) è stato tra i dieci finalisti del Premio Sila ’49 ed è stato candidato dall’editore al Premio Strega 2013.

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