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L’UOMO CHE VENIVA DA MESSINA di Silvana La Spina (un estratto)

novembre 21, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’UOMO CHE VENIVA DA MESSINA di Silvana La Spina (Giunti)

Il romanzo sarà presentato a Catania, mercoledì 25 Novembre alle ore 18:00 presso la Sala Eventi de la Feltrinelli Libri e Musica di via Etnea 185. Ne parla con l’autrice Massimo Maugeri “Letteratitudine”. Letture di Marina Cosentino

Silvana La Spina - L'uomo che veniva da Messina

I

Sugli occhi.

Per istam sanctam unctionem…
Maestro, finalmente siete arrivato!… Vi ho chiamato tanto
in questi giorni. Da quando sono stato male, dicevo continuamente:
«Chiamatemi mastro Colantonio. Chiamatemi
il mio maestro…». Ma adesso siete qui. Posso parlarvi
finalmente!
Voglio anzi raccontarvi ogni cosa di me e di questi anni
in cui siamo stati così lontani.
La vita del resto è un fiume che ci trascina. Potremmo
persino scomparire nelle sue acque se qualcuno non si immergesse
con noi.
E io in questo viaggio ho scelto voi.
L’uomo più misterioso, il pittore più indecifrabile – per
tutta la vita ho cercato di imitarvi, fin da quando vi vidi per
la prima volta a Napoli.
Ma ora siete qui, questo conta.
Il prete mi ha appena passato l’olio santo sugli occhi. Ho
sentito le sue dita sulle palpebre, la densità del liquido sulla
pelle colare lungo il collo…
«Perché con gli occhi hai peccato, il Signore ti perdoni»
mormora piano.
Come posso aver peccato con gli occhi, quando per un
pittore gli occhi sono il suo strumento di lavoro?
Ma non ho avuto la forza di dirglielo.
Sto morendo del resto, maestro. Lo so bene che sto morendo.
Eppure ancora ieri mia moglie mi chiedeva: «Come ti
senti, marito?».
Ho risposto meglio, ma non era vero. Avevo la gola secca
e bruciavo di febbre. Un sudore acido ammorbava l’aria…
E mi mancava il respiro.
Ma non volevo mostrare la mia paura. Perché da quando
ho dettato il testamento non sono più al sicuro qui… Credevano
che spartissi la roba tra loro, ma si sbagliavano. Ho
lasciato tutto a mio figlio Iacobello invece…
Ma c’è un’altra eredità di cui non sanno. Parlo di una
tavola, maestro. Un’Annunciata.
Indossa un mantello azzurro e i suoi occhi sullo sfondo
buio guardano con sicurezza… Sono io che l’ho voluta così.
Con quella sfrontatezza di chi guarda in faccia Dio o il suo
Angelo… Perché chiunque sia, lei lo ferma con un gesto della
mano. Volevo tutta l’attenzione su quella mano, maestro.
È la mia più bella Annunciata, credetemi. È l’oggetto più
prezioso che ho portato con me da Venezia.
E adesso l’affido a voi, maestro. Saprete cosa farne.
Del resto è l’unica immagine che mi resta di Griet. L’amore
della mia vita, l’unico essere per cui ho lottato, penato,
sofferto… Non c’è momento che io non pensi a lei. Credetemi…
Persino adesso la sua immagine è inchiodata nel mio
cervello. I suoi occhi, il suo sorriso si sono inchiavardati
come bulloni fin dal primo sguardo… «Griet!» sospiro.
«Griet!» urlo nei sogni.
La sua morte è stata la mia morte. La sua sorte la mia
sorte… Sì, maestro, è stato per lei, per non lasciarla nemmeno
dopo morta, che sono tornato a Messina – non per
la peste come credono.
Lei, la mia Annunciata, la mia Vergine Leggente mi accompagnerà
sull’orlo dell’abisso eterno.
Ma qui nessuno sa di quest’amore disgraziato… Anche
se non fanno altro che chiedere: «Che portasti, marito?»,
«Figghiu cu c’era ccu tia?».
Indagano, capite, mastro Colantonio? Non fanno altro
che chiedere da quando mi hanno trovato…

È stato quel ragazzino ad avvertirli, Giovanni Salvo, il figlio
di mio fratello Giordano.
Quel ragazzo ha l’occhio acuto e, come dico sempre,
potrebbe diventare un buon pittore.
È stato lui che mi ha trovato al porto in quello stato. Lacero
come un mendicante, miserabile come un accattone,
pieno di pulci e la faccia tutta rogne…
«Zio!» urlò. Subito anche altri si fecero attorno. «Che
fu? Che successe ad Antonello il Messinese?» si chiedevano.
«Cosa l’ha ridotto in questo stato?»
Non ho mai risposto alle loro domande.
Che dire poi? Ognuno è un mistero persino per se stesso,
figurarsi per gli altri… Ma voi che siete pittore, capirete.
Aiutatemi a non perdere il controllo proprio adesso.
Voglio guardarlo in faccia, l’eterno nemico, l’irriducibile
avversario di ogni moribondo…

Di cosa muoio, maestro? Di una malattia antica, che da
tempo mi perseguita e mi opprime. I medici la chiamano
consunzione.
Anche se solo un’ora fa ho sentito il mio che bisbigliava
di essere prudenti con me. Che potrei persino essere ammalato
di peste.
«Peste?! Perché dovrebbe essere peste, magister?» saltò
su mia moglie.
Non ho capito la sua reazione. La peste invece sarebbe
una possibilità, venendo da Venezia. Ma so bene che il mio
male è altro.
Già varie volte mi è accaduto, ma ho sempre ripreso le
forze.
E dopo qualche giorno di febbre mi sono persino rimesso
in piedi a lavorare.
Il corpo umano è un edificio così strano e misterioso, mi
dico sempre, che non c’è bisogno di essere un cerusico per
averne contezza. E ogni uomo lo sente quando il peggio è
passato.
Ma stavolta…
«Forse ci vorrebbe un’altra cura» ha commentato il medico.
Troppo tardi. Ormai una presenza oscura nell’aria.
Qualcosa mi tira giù. Annegherò in quel mondo buio? Oppure
riuscirò a risalire? Credetemi, maestro, là in fondo c’è
qualcosa o qualcuno che mi guarda.
E poi quel rumore… Mi pare di avere un cavallo che
galoppa nella testa. A ogni colpo di zoccolo sobbalzo.
Fatelo smettere, vi prego.
Oppure siete voi quel fantasma. Ditemi, siete voi?
Strano. Non siete mutato affatto da allora. La vostra faccia
è ancora severa, l’occhio acuto… Solo gli zigomi si sono
fatti più asciutti, scarniti quasi.
Quante volte avrei voluto disegnarvi così, mentre ci
guardavate lavorare, ma voi l’avete sempre impedito.
«Non sprecate i colori» dicevate. «I colori devono essere
sempre al servizio della committenza.»
Come se si potessero sprecare poi, lo sapete anche voi
che i colori sono nella nostra testa.
Per un pittore anzi ogni cosa è colore, una casa, un albero,
una donna, un bambino… La vita stessa con le sue albe
e i suoi tramonti…
Quindi niente più schermaglie tra noi. Niente menzogne.
Solo la nuda verità.
Anche voi avevate del resto i vostri segreti. Ma li tenevate
stretti per paura che fuggissero… Solo gli occhi non
potevano nasconderli. Quegli occhi, acuti e rapaci come
un uccello, erano la vostra finestra spalancata sull’abisso.
Lasciateli andare adesso… Fate come me. L’acqua è lì ai
vostri piedi. E ora scivola sotto i ponti, sciaborda, sguazza
e turbina per diventare schiuma…
Da ragazzo stavo ore a guardare quelle onde, che poi
sparivano al largo…
Ore e ore così, fermo su quel braccio di costa che chiude
il porto, mentre il fragore della marea cullava i miei sogni
di grandezza.
Inghiottirà quell’acqua anche me? E con me il ricordo di
Griet? Potessi risparmiarmi almeno questo…
È vero, ho avuto altre donne. Ma quelle le ho avute per
avidità. Per non dire lussuria.
E questo so bene è peccato. La Chiesa condanna infatti
la lussuria, ma poi dimentica che per un pittore tutto è lussuria,
per un pittore ogni gesto è carnale… anche il semplice
gesto del dipingere.
Per un pittore la pasta del colore è carne viva, sangue,
dolore e gioia, muco e mestruo… Quando la spande prova
un brivido, il membro si inturgida…
Ma questo lo sapete già. Siete stato un pittore anche voi…
E avete provato gli stessi appetiti.
Per questo voglio affidarvi il tempo che mi rimane…
Chiunque voi siate, uomo in carne e ossa o semplice fantasma.

(Riproduzione riservata)

© Giunti

* * *

L'uomo che veniva da MessinaLa scheda del libro

Messina, 1479. Un uomo sta morendo nella sua casa, dopo aver vagato per mesi accompagnato da una bara con dentro una giovane donna. È Antonello da Messina, il grande pittore siciliano, appena tornato da una Venezia flagellata dalla peste. Antonello è ormai famosissimo. Ma la Sicilia non ama i suoi figli più geniali e Antonello lo sa. Per questo adesso, nel delirio finale, invoca il vecchio maestro Colantonio. Quel delirio gli farà rivivere l’infanzia pezzente e l’incontro con i misteriosi artisti del Trionfo della Morte; lo porterà da una Napoli dominata dai cortigiani, come il Panormita e la bella Lucrezia, alla Roma dei cardinali cialtroni e delle puttane; dalla Mantova del Mantegna, alla Arezzo di Piero della Francesca. Da Bruges, dove finalmente scoprirà l’amore e persino il segreto della pittura a olio, a una Venezia che gli darà fama e gloria e l’amicizia coi Bellini. Il romanzo – scritto in una lingua ora lucida ora appassionata – è anche l’affresco dell’epoca, crudele, affamata di gloria, dove domina l’Angelo della Morte. Tanti sono i comprimari di questa vicenda, dai familiari meschini e sanguisughe, alla nana Nannarella morta per amore nei vicoli di Napoli; dall’aristocratica Volatrice e forse erede al trono di Sicilia, al buffone Cicirello; dai viceré scaltri, ai fanatici frati Osservanti, che scatenano a Messina rivolte contro il malgoverno. Ma in quei viaggi una sola luce per Antonello: Griet, la figlia bastarda di Van Eyck. E una sola ossessione: la pittura a olio dei fiamminghi.

Un romanzo storico? Un romanzo picaresco e sulfureo? Un romanzo sull’arte o un romanzo sull’amore estremo? Forse solo un romanzo su un uomo, Antonello, che fece della sua ambizione un’arma, della fame di carne e di femmine un’ossessione, della pittura uno strumento per durare in eterno.

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Silvana La Spina
è nata a Padova da madre veneta e padre siciliano. Ha pubblicato il volume di racconti Scirocco (La Tartaruga, premio Chiara) e i romanzi: Morte a Palermo (La Tartaruga, Baldini & Castoldi; premio Mondello), L’ultimo treno da Catania (Bompiani), Quando Marte è in Capricorno (Bompiani), Un inganno dei sensi malizioso (Mondadori), L’amante del paradiso (Mondadori), Penelope (La Tartaruga), La creata Antonia (Mondadori), La continentale (Mondadori). Sempre per Mondadori sono usciti i tre romanzi dedicati alle indagini del commissario Maria Laura Gangemi: Uno sbirro femmina, La bambina pericolosa e Un cadavere eccellente.

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© Letteratitudine

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