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IL VELO DAVANTI AGLI OCCHI di Massimiliano Felli (un estratto)

novembre 24, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo “IL VELO DAVANTI AGLI OCCHI. Un caso di omicidio per il commissario Cafasso” di Massimiliano Felli (Stamperia del Valentino)

Via Toledo pareva come trasfigurata, sotto la sferza d’un vento gelido che la percorreva in tutta la sua lunghezza, alla luce dei fuochi fatui tremolanti dietro i vetri dei lampioni a gas. Più nitidi i contorni, i dettagli, le ombre nette come lame. Erano molti anni che mancava da Napoli, il Commissario, eppure ricordava ogni pietra, ogni cantone, e in particolare di Via Toledo avrebbe ancora potuto dire con esattezza quanti palazzi contava, quanti dei suoi passi misurava. O almeno, i passi di allora.
Re Ferdinando doveva aver dato ordine di ricoprire gli squarci aperti nel selciato, far sgombrare dai rottami, ripristinare le vetrine andate in frantumi, le persiane divelte; nondimeno restavano tracce evidenti, notò Cafasso, a conferma delle notizie funeste che gli erano giunte, circa i fatti di maggio. La luce radente dei lanternoni svelava impietosamente i fori lasciati dai proiettili sui muri, le schegge piantate come chiodi negli intonaci. Così si faceva, la Rivoluzione? Come fosse San Silvestro, si buttavano in strada i mobili vecchi, per bloccare il passaggio all’esercito, ci si nascondeva dietro cumuli di madie tarlate, tavoli, spalliere di letti, con i fucili in pugno, o anche solo con i sassi, le fionde, e le donne alle finestre, che lanciavano brocche, pisciaturi, maleparole. Poi c’erano pure i botti. Proprio un Capodanno come Dio comanda. I botti li avevano fatti i cannoni di Sua Maestà, facendo saltare in aria, tra la polvere, le urla, la fuga precipitosa degli insorti, pezzi di muro, di legno, di corpi, a chi un braccio, a chi una gamba, a qualcuno la testa sana.
Quel giorno stesso si sarebbero dovuti riaprire i lavori in Parlamento, ma ci fu un ulteriore rinvio all’anno venturo. Non era la prima proroga che Ferdinando decretava, dallo scoppio dei moti in Sicilia. In settembre le truppe regie erano riuscite a riconquistare Messina, devastandola, saccheggiandola, dandola alle fiamme, perché fosse di monito ai separatisti siciliani e ai cospiratori che tramavano insieme agli Inglesi e ai Piemontesi. “Re Bomba”, l’avevano soprannominato.
Tu vedi la sfortuna, giusto dal suo regno doveva cominciare la Rivoluzione, che di lì a poco avrebbe contagiato mezza Europa, diffondendosi rapida, inarrestabile, esplodendo dove meno te l’aspetti, come il colera. Perciò gli toccò un primato che si sarebbe risparmiato molto volentieri: fin da gennaio s’era deciso a concedere la Costituzione, presto imitato da altri sovrani delle vecchie dinastie restaurate, i quali, per la prima volta dopo Napoleone, sentivano scricchiolargli il trono da sotto.
Al principio c’era pure chi si era illuso, tra i liberali, chi ci aveva creduto, a quella pulcinellata. Che si aspettavano, diceva Cafasso, che Ferdinando si fosse illuminato tutt’assieme? Che mò, bello e buono, Mazzini gli faceva scendere la Pentecoste e quello s’appicciava come un fiammifero per il sacro fuoco della Libertà? Intanto il popolo in tumulto, accecato dalla polvere del suo stesso marciare, assordato dalle sue stesse grida contro il tiranno, continuava a sbandarsi, perseverava disordinatamente nella ribellione, calpestando i propri morti, bruttando di sangue l’intera città, il regno intero, senza avvedersi che di risultati concreti, dall’inizio dell’anno, non ne avevano ottenuto nemmeno uno.
O meglio, uno sì. Uno solo. La Censura teatrale, che si era fatta più lasca.
Su questo, però, nemmeno gli ingenui s’ingannarono. Il re non era improvvisamente diventato progressista: prova ne fu, osservarono alcuni, che la Chiesa, con il suo millenario senso della strategia, aveva acconsentito senza rimostranze; semplicemente, non si volevano fornire ulteriori pretesti a giacobini e frammassoni per calunniare il regime borbonico sulle loro gazzette clandestine. Del resto, almeno sui palcoscenici, la commedia dell’autodeterminazione (era la parola più in voga, in certi salotti) potevano pure fargliela recitare.
Sia come sia, i librettisti – che avevano ormai dato fondo ai trattati di storia, agli atlanti, e alla pazienza, nella continua ricerca di nuove ambientazioni tali da accattivarsi il pubblico senza indispettire i censori – tirarono un sospiro di sollievo, come pure gli impresari, i quali poterono mettere in cartellone opere e drammi che solo pochi mesi prima non avrebbero mai ottenuto il Visto, comprando un po’ di quella roba francese che spopolava all’estero, o rispolverando vecchi soggetti accantonati per prudenza.
E al San Carlo, di lì a un’ora, sarebbe finalmente andato in scena il Poliuto di Donizetti.

(Riproduzione riservata)

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Il velo davanti agli occhi (acquistabile presso i principali book-shop on line) è il primo romanzo di Massimiliano Felli, e inaugura la serie delle indagini del Commissario Aniello Cafasso, nonché la collana noir GialloValentino dell’editore partenopeo Stamperia del Valentino.
Ambientati nel Meridione d’Italia, fra gli anni Trenta dell’Ottocento e l’immediato periodo post-unitario, i romanzi dedicati al Commissario Cafasso sono gialli storici, ispirati a fatti realmente accaduti, documentati in una scheda in calce al volume che rende ragione del rapporto tra la Storia con la ‘s’ maiuscola e le diverse storie, in minuscolo, nate dalla fantasia dell’autore: lo spunto narrativo, nel presente volume, è lo strano decesso del celebre tenore Adolphe Nourrit, precipitato da una finestra nell’estate del 1838, a Napoli, dove si trovava per debuttare nella nuova opera di Gaetano Donizetti, il Poliuto.
Sullo sfondo del glorioso Teatro San Carlo, in una Napoli borbo­ni­ca e pittoresca, pigramente adagia­ta nell’Ancient Régime ma già at­tra­versata dai fermenti del Quarantotto, l’indagine del Com­mis­sario Cafasso si dipana tra la Musica, la Follia, l’Eros, e la figura stessa di Gaetano Donizetti, il più grande musicista italiano di quegli anni, già minato dalla sifilide che lo avrebbe ucciso di lì a poco.

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Massimiliano Felli è nato a Roma nel 1984. Laureato in D.A.M.S e in Lettere antiche, ha intrapreso il Dottorato in Antichità Classiche, interrotto per entrare in Banca d’Italia, dove lavora attualmente. In precedenza ha insegnato materie umanistiche nei licei, ha tenuto corsi di teatro nelle scuole, è stato editor e addetto stampa presso la casa editrice Azimut (Roma), ha collaborato per alcuni anni con lo scrittore Renzo Rosso e, a vario titolo, si è impegnato nell’attività di operatore culturale.
Il rapporto con il teatro, la musica e la scrittura dura da più di un decennio: regie, adattamenti o traduzioni, copioni originali, lezioni-spettacolo.
Ha pubblicato un racconto in Roma per le strade vol. II, un’antologia dedicata alla Città Eterna (insieme a grandi autori: Maraini, Petrignani, Tuena, ecc.) e ottenuto alcuni riconoscimenti in concorsi per racconti o opere teatrali inedite.
Il velo davanti agli occhi è il suo primo romanzo, ed inaugura una serie dedicata alle indagini del Commissario Cafasso.

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