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PAOLA CAPRIOLO racconta MI RICORDO

novembre 27, 2015

PAOLA CAPRIOLO racconta il suo romanzo MI RICORDO (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Paola Capriolo

Un romanzo può nascere da un’esperienza, da un sogno, da un’immagine, persino dall’associazione casuale di due parole: praticamente ogni cosa può essere il seme dal quale germina una storia, una trama letteraria. In me questo processo creativo, che precede la scrittura vera e propria, è sempre avvenuto in modo relativamente rapido e lineare. Solo Mi ricordo ha avuto una genesi diversa: più lunga, complessa, travagliata, tanto da far trascorrere alcuni anni tra i primi spunti e l’inizio della stesura. Non perché io fossi diventata all’improvviso più pigra e inconcludente o per particolari avvenimenti della mia vita (che pure non sono mancati in quegli anni, nel bene come nel male, confluendo per vie in parte consce e in parte sotterranee nella genesi del romanzo), ma perché qui partivo non da uno, bensì da due temi fondamentali, apparentemente diversissimi, cercando sulla pagina una loro possibile conciliazione. Da un lato la bellezza, nel suo problematico rapporto con la realtà storica (è un relitto di epoche più spensierate, lontano da noi come le crinoline e i nei artificiali, un’illusione o una mistificazione del tutto improponibile dopo gli orrori del Novecento, oppure è qualcosa che potrebbe addirittura “salvare il mondo”, come riteneva Dostoevskij?) ; dall’altro lato, la memoria. Io che avevo sempre messo in scena nei miei libri personaggi senza passato, ora, per ragioni strettamente legate alla mia esperienza di vita, non sentivo nessun tema più urgente e vicino di quello del rapporto tra le generazioni. Genitori e figli; la vecchiaia; quel lungo, spesso tormentoso crepuscolo che i nostri anziani vivono, e noi con loro, tra sedie a rotelle, badanti, letti d’ospedale; e il destino che scorre dagli uni agli altri, da chi va a chi resta, legando la memoria storica a quella intima e famigliare.
Così sono nate le due protagoniste del romanzo, Adela e Sonja. Adela, una ragazza degli anni trenta innamorata della bellezza, e innamorata quasi senza saperlo di un affermato poeta al quale confida per lettera i suoi sogni e le sue cocenti disillusioni; Sonja, una cinquantenne che ai giorni nostri si guadagna da vivere con il duro mestiere di badante; e una casa, che le accomuna, una villa dai muri azzurri, dalle imposte bianche, affacciata su un fiume che scorre sempre uguale, allora come oggi, portando con sé la piena dei ricordi. Da questa casa, nei sobborghi residenziali di una cittadina di provincia mitteleuropea, Adela scrive le sue lettere al poeta, e in questa casa, che le è oscuramente e dolorosamente familiare, Sonja ritorna per prendersi cura di un vecchio signore. Il fiume è sempre lo stesso; ma tra i giorni di Adela e quelli di Sonja sono avvenute molte cose. L’Anschluss (sì: siamo in Austria), le leggi razziali, e poi la guerra e le deportazioni… L’orrore assoluto, insomma, quello che più di ogni altro ci spinge a dubitare che la bellezza possa salvare il mondo o che abbia ancora senso, in ogni modo, parlare di bellezza. Per Adela, soprattutto, che solo adesso si rende conto sino in fondo di cosa significhi essere ebrea; ma anche per Sonja, che un giorno, nella soffitta di quella casa, ne ritroverà le lettere e leggendole svelerà i misteri e le tragedie dai quali la sua infanzia è stata segnata così crudelmente.
C’è poi un’altra casa, nel libro. Una casa che ha i muri non azzurri ma bianchi, le persiane non verdi ma rosse, e non si trova in un elegante quartiere residenziale, ma ai margini di un campo di sterminio. “La casa della gioia”: così la chiamano, e questa purtroppo non è una mia invenzione. Esistevano davvero, e venivano definiti proprio così, quei luoghi di piacere allestiti per gli uomini delle S.S., dove le prigioniere più attraenti erano costrette a prestare servizio potendo così sopravvivere, sfuggire alle selezioni e alla camera a gas. Essere salvate, insomma, dalla “bellezza”, come in un’atroce parodia della frase di Dostoevskji. Proprio questa “salvezza”, che la spezzerà interiormente e alla quale non potrà sopravvivere, tocca in sorte alla mia Adela; e a Sonja spetterà il compito difficilissimo di sapere, capire, perdonare. Di ritrovare nonostante tutto, nella sua dura e grigia quotidianità, un senso ancora possibile per quella frase di speranza.

(Riproduzione riservata)

© Paola CaprioloGiunti

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La scheda del libro

Due donne e il mistero di una casa sul fiume. Due destini che si intrecciano tra il dolore della storia e il riscatto del presente.

Adela e Sonja: due figure di donna e due destini che non si potrebbero immaginare più diversi. La prima, negli anni trenta, conduce un’agiata esistenza accanto ai genitori nella loro villa in riva al fiume, intrecciando con un insigne poeta un ingenuo e appassionato carteggio sull’arte, la musica, la bellezza; la seconda, ai giorni nostri, lavora nella stessa casa come badante al servizio di un vecchio signore dispotico. Ma non è stato un caso a condurla lì, perché, come scopriremo a poco a poco, un vincolo profondo lega queste due vicende che scorrono parallele nelle pagine del libro. Mentre si prende cura del padrone accompagnandone la regressione verso l’infanzia, Sonja compie un lungo, tormentoso “scavo archeologico” alla ricerca del proprio passato familiare; intanto, le lettere di Adela al poeta ci svelano il lento precipitare della sua vita dalla normalità all’incubo: le persecuzioni razziali, la deportazione in un campo di sterminio, la “salvezza” pagata con i servigi prestati in un’altra casa, dalle imposte perennemente chiuse, che gli aguzzini definiscono con atroce ironia “la casa della gioia”, l’impossibile ritorno, dopo quella degradazione estrema, alla normalità di una vita borghese. Se esiste una speranza di riscatto, è affidata alla memoria e alla compassione di chi viene dopo; o forse a quella misteriosa frase di Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, di cui Sonja intuirà solo alla fine un significato possibile.

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Paola Capriolo, nata a Milano nel 1962, ha esordito come narratrice nel 1988 con la raccolta di racconti La grande Eulalia (Feltrinelli), alla quale sono seguiti numerosi romanzi, a partire da Il nocchiero (Feltrinelli, 1989), Il doppio regno (Bompiani, 1991) e Vissi d’amore (Bompiani, 1992), sino ai più recenti Una di loro (Bompiani, 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori, 2003), Una luce nerissima (Mondadori, 2005), Il pianista muto (Bompiani, 2009) e Caino (Bompiani, 2012). le sue opere hanno vinto importanti premi letterari e sono tradotte in molti paesi stranieri. È anche saggista e autrice di libri per ragazzi e da anni traduce classici della letteratura tedesca, da Goethe a Kafka, da Kleist a Thomas Mann. Collabora alle pagine culturali del Corriere della Sera.

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