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Archive for dicembre 2015

Ilaria Campodonico

Ilaria CampodonicoIlaria Campodonico. Dopo gli studi classici e la laurea in Filosofia e Studi Teorico-Critici, inizia a collaborare con diverse testate scrivendo di cultura e politica. Giornalista dal 2012, si occupa di libri e letteratura. Responsabile – dalla prima edizione – del rapporto con gli autori e le case editrici per il Festival della Letteratura di Viaggio (promosso dalla Società Geografica Italiana), cura parallelamente la comunicazione per piccole/medie case editrici e rassegne letterarie a Roma.

Da due anni segue le attività dell’Associazione Fondo Alberto Moravia – Onlus a supporto della Direzione.

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BUON NATALE DA LETTERATITUDINE

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ANNA di Niccolò Ammaniti (recensione)

Pubblichiamo una recensione del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti: ANNA (Einaudi)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Massimo Maugeri

«Figli miei adorati, vi amo tanto. Tra poco la vostra mamma non ci sarà più e ve la dovrete cavare da soli. Siete bravi e intelligenti e sono sicura che ce la farete. Vi lascio in questo quaderno delle indicazioni che vi aiuteranno ad affrontare la vita e a evitare i pericoli. (…) Alcuni dei consigli scoprirete che non saranno utili nel mondo in cui vivrete. Le regole cambieranno e io posso solo immaginarle. Sarete voi a correggerle e a imparare dagli errori. (…) La mamma se ne sta andando per colpa del virus che si è diffuso in tutto il mondo. Queste sono le cose che so sul virus e ve le racconto così, senza bugie. Perché non le meritate.»
Queste frasi sono tratte da un quaderno che riporta sulla copertina consunta il titolo “Le cose importanti”. Le ha scritte Mariagrazia Zanchetta, madre di Anna Salemi: la ragazzina tredicenne protagonista del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti (“Anna”, Einaudi Stile Libero Big, pagg. 275, euro 19).
Ci troviamo in una Sicilia attanagliata da un virus (soprannominato “la Rossa”) che, partendo dal Belgio, ha cominciato a diffondersi ovunque decimando la popolazione. Si manifesta con macchie rosse sulla pelle, tosse, febbre e croste sulle narici e sulle mani. E non lascia via di scampo. Colpisce tutti, tranne i bambini; anche loro tuttavia sembrerebbero destinati a soccombere, giacché il virus è legato agli ormoni della crescita ed è praticamente impossibile sopravvivere a lungo superata la soglia dei quattordici anni di età. È in questa Sicilia devastata dalla Rossa e dalle sue conseguenze che Anna, con sottobraccio il suo quaderno delle “cose importanti”, va prima alla ricerca del fratellino Astor – che pare esser stato rapito da una banda di ragazzini – e poi (spostandosi dal trapanese verso Palermo, Cefalù, Messina) a inseguire una speranza di salvezza che si pensa possa albergare oltre lo stretto, sul Continente, dove forse è sopravvissuto qualcuno dei Grandi che potrebbe aver prodotto un vaccino contro il virus.
Altrove ho avuto modo di definire con la dizione di “letteratura del contagio” quella a cui sono ascrivibili libri che affrontano problematiche connesse alla diffusione di epidemie (tra cui opere celeberrime del calibro de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni e “La peste” di Albert Camus). Il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti rientra senz’altro in questo ambito. (Non è la prima volta, peraltro, che un romanzo appartenente alla “letteratura del contagio” è ambientato in Sicilia. Mi viene in mente “I morti tornano” di Luigi Natoli – in arte William Galt – pubblicato nel 1931e ambientato a Palermo intorno al 1837 nel pieno dell’epidemia di colera che flagellò la popolazione siciliana di quel periodo). Se poi spostiamo la visuale nell’ambito dei romanzi “post-apocalittici” (che uniscono le angosce legate alla diffusione del virus alla lotta disperata per non soccombere in un mondo che sembra volgere alla fine) vengono in mente grandi successi della letteratura internazionale, tra cui: “Cecità” di José Saramago, “La strada” di Cormac McCarthy, “L’ombra dello scorpione” di Stephen King, “La peste scarlatta” di Jack London, “L’ultimo degli uomini” di Margaret Atwood, “Io sono leggenda” di Richard Matheson.
In “Anna”, Ammaniti introduce la variante di un mondo post-apocalittico che, per via delle peculiarità del virus, è popolato solo da bambini e da ragazzini i quali – in un modo o nell’altro – devono organizzarsi per farcela da soli (e qui, ovviamente, il pensiero va al celeberrimo “Il signore delle mosche” di William Golding). Come potrebbero vivere, i bambini, in assenza di adulti? In che forme sociali si potrebbero organizzare? A quali leggende o dicerie finirebbero per credere, in un contesto del genere? Come muterebbe, per loro, il concetto e il valore stesso della “memoria”? Ammaniti sembra porsi tali domande e prova a fornire risposte raccontando questa storia.
Torniamo alla trama: Leggi tutto…

PRIMA FAMIGLIA di Pietro Valsecchi (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo PRIMA FAMIGLIA di Pietro Valsecchi (Mondadori). 

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato una recensione del libro corredata da un’intervista all’autore, entrambe curate da Tea Ranno

(da pagg. 326 -328)

Quando Frank giunse, calò nella stanza un silenzio irreale.
Si presentò con la divisa e l’aria di indossarla da sempre. Solo
Lucia sapeva tutto, ma Frank le aveva chiesto di tacere.
«Ma come…» mormorò Carmela spaesata. «Il poliziotto? Non
dovevi fare l’avvocato?»
«C’è sempre tempo» rispose Frank togliendosi il cappello.
Sal, che aveva già preso posto intorno al tavolo, si alzò di scatto.
«Non ci sto nella stessa stanza in cui c’è uno sbirro!» esclamò.
I due fratelli si scrutarono con odio. «Se tu non vuoi stare
nella stessa stanza in cui c’è uno sbirro, io non voglio respirare
la stessa aria che respira un mafioso.»
«Attento a come parli, sbirro!»
Frank serrò i pugni e si morse il labbro, poi: «Meglio sbirro
e lavorare onestamente per la gente che…».
«Onestamente?» Sal sbottò in una risata: «Ma tu lo sai quanti
sbirri ci sono nel libro paga dei mafiosi?». Si avvicinò alla porta
per andare via. «Cresci, Frank, il mondo non è quello dei libri
di scuola.»
Sua madre lo prese per il braccio: «Dov’è che vai? La famiglia
questa è. Questa!» urlò furibonda indicando con la mano quelli
che stavano intorno al tavolo. Lo tirò per la giacca e lo riportò
al suo posto, poi li guardò: «Vostro padre è ancora caldo nella
tomba e voi v’acchiappate così?». Spostò lo sguardo infuocato
dall’uno all’altro: «Non ci sono sbirri e non ci sono mafiosi in
questa casa» disse con voce roca e furente, «solo fratelli. Mi sono
spiegata? Fratelli» scandì, «stessa carne, stesso sangue, stesso
dolore nel partorirvi, stessa stanchezza nel crescervi. Figli miei
siete. E di Luigi. E se ora Luigi non c’è a battere i pugni sopra
al tavolo per ricordarvi l’educazione, ci sono io. Capiste?».
Abbassarono gli occhi. «E ora a tavola, ognuno al posto suo!»
Robert avrebbe voluto sparire, si sentiva fuori luogo, lo sussurrò
all’orecchio a Tony: «Che ci sto a fare io qui, in mezzo a voi?».
«Sei il mio amico» rispose lui come se constatasse la cosa più
naturale del mondo. Leggi tutto…

MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (un estratto)

Memoriali sul caso SchumannPubblichiamo un estratto di MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (Il Saggiatore), preceduto da alcune considerazioni dell’autore in merito alla recensione del romanzo firmata da Claudio Morandini e pubblicata sul forum LETTERATURA E MUSICA di Letteratitudine

* * *

di Filippo Tuena

La struttura del libro per me È il libro. È l’elemento fondante dal quale parto. Stabilita quella – in questo caso – 6 monologhi (in principio erano 5, quello di Ludwig l’ho aggiunto per ultimo) dove si alternavano diari, epistolari, memoriali, monologhi, scritture automatiche. Ho rinunciato quasi del tutto ai dialoghi (non riuscivo a renderli credibili) e alle descrizioni (salvo Endenich che è luogo misterioso ai più e dunque quelli che lo visitavano, certamente lo descrivevano) perché volevo che il lettore sapesse meno delle voci narranti. E che le voci narranti ignorassero il lettore.
Di qui anche la scelta di eliminare – salvo nella Postilla – il ruolo del narratore che ha sempre svolto un’importante funzione nei miei libri precedenti. Un unico narratore presupponeva una conoscenza completa delle vicende e io invece volevo che si mantenesse il più possibile il dato frammentario e incompleto. Per questo motivo non è stata chiamata a testimoniare Clara, che certamente avrebbe potuto fornire molte informazioni ma che nella realtà e anche in questa ‘fiction’ ha sempre mantenuto un riserbo rigidissimo.

Due parole anche sulla musica e sulle variazioni. Considero la forma delle variazioni la punta più alta della letteratura musicale ottocentesca e anche la più vicina alla narrativa. Che cos’è la narrazione se non la variazione di un evento preesistente che nelle mani del narratore assume una forma specifica e riconoscibile come originale di quel narratore? Stabilito questo assioma ne cade che la realtà così come possiamo trasmetterla non è che una variazione dell’evento occorso. Il tema mi affascina, ma qui si può solo accennare. Ne riparliamo.

* * *

Da MEMORIALI SUL CASO SCHUMANN di Filippo Tuena (Il Saggiatore) – pag. 84-86 Leggi tutto…

PRIMA FAMIGLIA di Pietro Valsecchi (recensione e intervista)

Pubblichiamo una recensione del romanzo PRIMA FAMIGLIA di Pietro Valsecchi (Mondadori) corredata da un’intervista all’autore. La settimana prossima pubblicheremo un estratto del libro

Recensione e intervista a cura di Tea Ranno

Cu nesci arrinesci

di Tea Ranno

Cu nesci arrinesci, si dice in Sicilia. Uscire per riuscire nella vita, abbandonare la miseria per trovare l’abbondanza, lasciare il proprio paese per scommettere in un futuro migliore. Fu appunto per riuscire che gli emigranti siciliani tentarono l’avventura della Merica. Perché la Merica era il sogno della ricchezza grande, i soldi che crescevano come la verdura nei campi, la panza sempre piena, il portafoglio pure. Poi la realtà fu diversa, poi si patì il freddo e la fame, poi si pianse, poi si morì. Alcuni tornarono, la maggioranza non ebbe il coraggio di dichiararsi vinta e rimase lì, a spaccarsi la schiena per garantire ai figli un futuro degno. L’America non spalancò le sue braccia a tutti: gli storpi, gli analfabeti, i malati, furono rispediti indietro; c’era grande solerzia a Ellis Island nel fungere da filtro affinché solo gli abili al lavoro potessero tentare la fortuna. L’accesso a New York fu consentito a Luigi Palermo, a sua moglie Carmela, ai loro tre figli (il quarto, Tony, nascerà nella nuova terra), protagonisti del romanzo Prima Famiglia, di Pietro Valsecchi, edito da Mondadori, dal 2 dicembre in libreria.
Luigi, Carmela, Frank, Sal, Nina, Tony. Sono questi i nomi in cui ci si imbatte più frequentemente leggendo questo libro. Sei destini, sei diverse volontà, sei modi per dire alla vita: «Eccomi, andiamo avanti».

Avanti, sempre avanti, raccomanda Luigi ai suoi figli la mattina, prima che vadano a scuola; guai a loro se si lasciano fuorviare dagli sfaccendati che offrono lavoretti ben pagati ma che profumano di malaffare, guai a loro se tentano scorciatoie: la strada per la scuola è dritta per dritta, la strada per l’avvenire è dritta per dritta. Frank, il maggiore, si conforma perfettamente ai dettami del padre, e così Nina e anche Tony, ma Sal… oh, Sal. Lui, con quegli occhi chiarissimi che paiono scandagliarti l’anima ogni volta che si posano su di te, non vuole più patire la fame, non sopporta di dover calare la testa davanti ai soprusi, è svelto e spavaldo, intelligentissimo, sa che nella vita non vorrà accontentarsi come ha fatto suo padre. Incita i fratelli a una emancipazione che passa per le scorciatoie proibite. Ma Frank terrà duro, lui vuole essere un americano vero, lustra le scarpe per guadagnare quanto gli serve per mantenersi all’università, il suo sogno è quello di fare l’avvocato. Il sogno di Tony, invece, è quello di diventare regista. Sogna il cinema, vive di cinema, riuscirà a vendere a Jack Warner, il produttore, la storia della sua famiglia e a farne un film, Prima Famiglia, appunto. Nina, invece sogna l’amore. Che arriverà. E non sarà, però, come l’aveva immaginato. Perché non sempre la vita è come la vuoi tu. Di questo Sal è convinto, perciò agisce in maniera da convogliare l’esistenza dentro i binari che traccia lui, facendosi giustizia a modo suo, perseguendo una ricchezza vera, grande, che non si cura dell’onestà ma è pronta a tutto pur di mantenersi e conquistare il Potere. E poi c’è Carmela, la madre, che incarna il ruolo antico della donna capace di tenere coesa la famiglia con la forza dell’amore, quella che saprà imporsi e prevalere quando tra i figli nasceranno conflitti, dissapori che rischieranno di distruggere tutto ciò che negli anni lei e suo marito hanno costruito. E infine Luigi, che si è sradicato dalla Sicilia per piantarsi in quella terra nuova che offre, a chi ha buona volontà, di vivere e non di sopravvivere, di permettere la realizzazione del sogno, di credere in un futuro di felicità.
Dritto per dritto, dunque. E chi svicola se ne assume ogni responsabilità.
E dritto per dritto va Pietro Valsecchi nella scrittura di questa storia: nessun indugio, nessun compiacimento, una narrazione per immagini che esprime il suo modo di raccontare storie attraverso l’occhio vivo del cinema.

-Gli abbiamo chiesto il perché di una storia siciliana scritta da un lombardo. Leggi tutto…

ROMANA PETRI racconta LE SERENATE DEL CICLONE

ROMANA PETRI racconta il suo romanzo LE SERENATE DEL CICLONE (Neri Pozza)

di Romana Petri

Ho cominciato a scrivere questo libro dopo che erano passati 25 anni dalla morte di mio padre. In altri romanzi era già apparso, ma per costruire una storia intera su di lui non ero pronta, doveva passare del tempo. Quando ho capito che potevo cominciare, mi sono però resa conto che in realtà non volevo scrivere una redde rationem con chi non c’era più. Con lui di conti in sospeso non ne avevo, nel corso della nostra breve vita insieme abbiamo comunicato con ogni mezzo, dalle parole agli sguardi, a volte bastava una semplice piega del volto. È stato il grande amore a legarci, certo, ma anche l’immensa similitudine che ci rendeva non solo padre e figlia, ma anche grandi amici e complici. Non sono mancati, per fortuna, anche momenti burrascosi. Durante l’adolescenza l’ho rifiutato in modo sano, necessario, e per un po’ di tempo invece del padre eroe è stato il mio antagonista. Ma il sentimento che ci univa era forte. Trascorso il periodo del mio distacco critico, ci siamo ritrovati, e fino a che non è morto è stato tanto il padre reale quanto quello leggendario che aveva invaso e invasato la mia fantasia. Non credo che sarei diventata una scrittrice se sul mio cammino non ci fosse stato lui. James Hillman dice che veniamo al mondo con un seme conficcato vicino al cuore. È il nostro personale talento, quello che ci viene dato in dotazione, ma averlo serve a poco se non incontriamo qualcuno che ci aiuterà a coltivarlo. Per me è stato il mio “multiforme” padre. Cantante lirico di successo (ha portato il Don Giovanni di Mozart, con il maestro Karajan, in tutto il mondo), attore di cinema e cantante di canzoni, gli ho visto interpretare tanti di quei ruoli che per me, una bambina, quel padre era molte cose insieme oltre ad essere, sempre e comunque, anche mio padre. Il suo cantare e recitare mi ha dato un’altra prospettiva della vita. Senza rendermene conto devo aver pensato che vivere, per uno come lui, offriva la possibilità di essere più persone insieme. Dunque più vite da vivere, maggiori opportunità. E così, per farmi compagnia, suggestionata dai suoi tanti ruoli, cominciai a raccontarmi delle storie, a disegnarle e a ritagliarne i personaggi che poi facevo parlare e muovere proprio come fossero degli interpreti che guidavo io.

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