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IL FUTURO SARÀ DI TUTTA L’UMANITÀ – VOCI DAL CARCERE (un estratto)

dicembre 16, 2015

Pubblichiamo un estratto del volume IL FUTURO SARÀ DI TUTTA L’UMANITÀ – VOCI DAL CARCERE (Dissensi) di Antonella Speciale con Emanuele Verrocchi

L’estratto è selezionato dal capitolo sugli istituti penitenziari per minori. Di seguito, un’ampia scheda sul libro

Da Il futuro sarà di tutta l’umanità – Voci dal carcere (Antonella Speciale con Emanuele Verrocchi, © Dissensi 2015)*

IPM
Istituti Penitenziari per Minori

Un carcere minorile, in Sicilia, è una sorta di drammatica Università, un passaggio obbligato per molti ragazzi di quartiere.
Un ragazzo scrisse: “Ci sono numerose ragioni che spingono a delinquere: soldi facili, per provare a te stesso di potercela fare ad affrontare una sfida così difficile, per dimostrare agli altri di essere forte.”
Un altro: “I miei hanno un panificio e figurati se non vorrei lavorare lì, ma non ce la faccio, è più forte di me… dopo tre giorni smetto perché mi annoio. Il mio lavoro è la strada, e quella cosa (la droga) torna sempre a chiamarti.”
Nella prima testimonianza mi colpisce in particolare “per dimostrare agli altri”: questi altri non sono di certo i coetanei diciassettenni, poiché non ci si vanta di aver compiuto sette rapine in banca a mano armata in concorso. Sono cose che non si rivelano. Gli “altri” sono quelli a cui vuoi mostrare di essere forte, una sorta di scalata al potere in ambienti criminosi ben organizzati, dove ognuno dimostra le proprie capacità per farsi valere. Il carcere è un passaggio: bisogna saperlo affrontare, rinunciando agli affetti, fidanzate, famiglia, divertimenti, sopportando vessazioni e spesso soprusi e violenze, facendosi rispettare da tutti e così via. Dimostrando di saper rinunciare alla libertà. Ma perché, mi domando, prima erano davvero liberi questi ragazzi?
Accade allora che dopo il reato questi ragazzi di vita vengono buttati tra cemento e sbarre, in ambienti degenerativi per l’essere umano, proprio nell’età massimamente evolutiva, strappati ad ogni legame affettivo, alla famiglia. La carcerazione è il rimedio punitivo: loro rinchiusi, la società più tranquilla. Intanto, al loro posto, verranno arruolate nuove reclute. Ma loro certo, con anni di carcerazione acquisteranno rispetto.
Un sistema perverso, dove a libertà negata da un mondo di stampo mafioso e criminale se ne sostituisce un altro coercitivo e militare e soprattutto punitivo. Se non fosse per l’impegno di alcuni educatori, operatori, direttori particolarmente illuminati che fanno di tutto affinché la detenzione sia il più breve possibile, questi ragazzi (spesso poveri, dunque privi di avvocati particolarmente incalzanti) butterebbero il tempo migliore della loro vita, il tempo dell’apprendimento, nel luogo più squallido della terra: il carcere.
La droga, i soldi facili, sono tutti elementi di quella che i detenuti stessi chiamano subcultura […]: per ora basti dire che l’impossibilità di scegliere altro nella vita fuori è data dal contesto attorno. La mancanza di stimoli culturali adeguati, la povertà generale dei quartieri, permettono che le false promesse dei sistemi di potere siano, in quegli ambienti circoscritti, le uniche risposte ad un grande vuoto di fondo: l’illusione di andare oltre quell’ambiente inserendosi nelle dinamiche più infime dello stesso.
Ecco “il pesce spiaggiato”, come si definisce un altro ragazzo: “più mi agito, più si stringono le manette”.
E il carcere è tutto un agitarsi: grida, blindi che rumorosamente si chiudono, frastuono di chiavi, gente che grida, nessuno che risponde.
[…] Ogni volta che un’attività finiva, io sentivo il blindo chiudersi alle mie spalle e questa separazione era terribile; anni più tardi, però, un amico mi fece notare quanto più angoscioso fosse restare dentro a quella cella, con le chiavi che si chiudono dall’esterno, girando nella serratura come a strozzarti il respiro.
Infatti: “Quannu accupava ‘na stanza pigghiava un libru e liggeva” (Quando nella mia cella stavo così male da non riuscire a respirare, prendevo un libro e leggevo).
Avvenne allora qualcosa di diverso, spontaneamente, grazie all’aiuto di un educatore sensibilissimo, l’educatore “illuminato”, formatosi con Duccio Demetrio[…]: mettemmo su un gruppo di lavoro e nacque così lì in Sicilia, la prima esperienza di Laboratorio di Scrittura Autobiografica.
Fu rivoluzionario, innovativo, ma non venne compreso da tutti: far riunire un gruppo di detenuti regolarmente, mettersi tutti alla pari, scrivere insieme a loro pezzi del nostro vissuto e, alla fine, editare tutto il testo.
[…]“È bello vedere detenuti, educatori, e volontari, tutti allo stesso livello, nessuno si sente più importante o più autoritario, tutti uguali.
Tutti mostrano i propri sentimenti senza nasconderli, andando avanti con un percorso – ma non un semplice percorso – un percorso di vita. Quello che facciamo è portare ognuno le proprie esperienze, emozioni, opinioni da condividere con tutti, senza vergogna, senza timore, aprendoci l’uno con l’altro e scoprendo che abbiamo molto in comune.
Ascoltare gli altri significa apprendere, capire, condividere le emozioni, i sentimenti, ed entrare in contatto con le loro verità, offrendo un aiuto, un abbraccio, nel quale formiamo un pilastro per sostenere i pesi della vita.
Questo percorso mi ha dato la possibilità di conoscere nel profondo persone che altrimenti non avrei conosciuto davvero, svelandomi che in ogni persona c’è qualcosa di buono; basta ascoltare le voci di ognuno per creare un’intimità di sentimenti.”
Trovare il meglio in ogni persona e proiettarla verso questo orizzonte: con ragazzi di sedici, diciassette anni è d’obbligo fare questo attraverso esperienze culturali, esempi di vita sociale (come i laboratori) che lascino intravedere che la realtà non è solo quella che loro stessi hanno conosciuto, e che il mondo è molto più grande di quanto possano immaginare. Far capire che la logica della violenza, del sopruso (che, ahimè, il carcere ricostruisce) non è il mondo, ma una sua degenerazione e che bisogna proiettarsi, da dentro, con tutta la volontà, verso qualcosa di migliore.

* Il titolo di quest’opera è spontaneamente tratto da un verso di Allerta, del poeta Oswald De Andrade.

(Riproduzione riservata)

© Dissensi 2015

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La scheda del volume IL FUTURO SARÀ DI TUTTA L’UMANITÀ – VOCI DAL CARCERE (Dissensi)

di ANTONELLA SPECIALE – Con due interventi di EMANUELE VERROCCHI

Introduzione di Patrizio Gonnella (Associazione Antigone) – Postfazione di Riccardo Noury (Amnesty Internatonal)

(Da dicembre 2015 in libreria – Pagg. 120, 10,90 euro)

 

IL MALE NON PUÒ MAI ESSERE RADICALE, SOLO ESTREMO.
Hannah Arendt

 

Questo libro di Antonella Speciale è una sorta di narrazione etnografica della pena.
Parte da un’esperienza vissuta e non da voci sentite.
un libro di prima mano che consente di “entrare” in carcere attraverso le parole dei detenuti che lei ha avuto modo di incontrare in una terra difficile e nobile quale è la Sicilia.
(Patrizio Gonnella)

Scegliendo di diventare educatrice volontaria negli istituti minorili e nelle supercarceri di Alta Sicurezza, Antonella Speciale ha scelto di assumere una posizione diversa da quella che si ha comunemente verso i detenuti, i pre-giudicati per antonomasia: ha sospeso il giudizio.
Solo così ha potuto capire ciò che avviene dentro le strutture di reclusione, solo così ha potuto decodificare le delicate relazioni tra “compagni di prigionia”, i meccanismi poco fluidi che irregimentano le amministrazioni penitenziarie, il peso della burocrazia, il ruolo delle istituzioni. Mentre il Vaticano di papa Francesco discute di “giubileo dei carcerati in San Pietro” nell’anno santo della misericordia appena inaugurato, il carcere seguita a venire comunemente percepito come un “oltretomba prematuro”, un “girone di emarginati”, una “discarica sociale” che «corrode la persona, ne rinsecchisce l’anima».
Un mondo rifiutato e rimosso, che spesso diventa luogo di addestramento all’illegalità, dove si rinfocolano mentalità mafiose e dove le condotte criminali seguitano a essere idealizzate più che contrastate.
Soltanto una seria politica di rieducazione può scoraggiare realmente dal delinquere ancora, una volta scontata la pena, e rendere il tempo della detenzione non un tempo vuoto, ma un tempo utile a restituire migliore chi è stato recluso.
I percorsi rieducativi sono orientati alla cultura e all’arte, così come all’acquisizione di nuove competenze lavorative tramite tirocini formativi. Esperienze che contengono obiettivi di notevole forza e significatività: alla degenerazione del carcere deve contrapporsi la rigenerazione messa in moto da espressività altrimenti destinate all’oblio, emerse, invece, che emergono proprio grazie all’incontro con l’educatore.
Non è un caso che la proposta educativa di Antonella Speciale consista nei laboratori di scrittura autobiografica e creativa che hanno al centro la parola.
La parola, ponte tra il dentro e il fuori, intralcio costante alla propensione di «lasciarsi andare nell’abisso di se stessi».
La parola, messa a nudo di sé, dono di sé, richiesta di perdono.
Qui dove mi trovo, però, è accaduto qualcosa di diverso, e ringrazio tutti coloro che l’hanno permesso. […] Ho scoperto il confronto, e noto in me stesso una persona cambiata, cioè, voglio dire, tutto il negativo, le percosse, le vicissitudini, sono stato capace di trasformarli man mano in positivo. […] Rispetto, e provo dolore e amore per le vittime e i loro famigliari, che hanno chiesto giustizia e capisco i loro sentimenti, li condivido, perché quando accade una disgrazia è un dolore irreparabile, e ci vuole un grande coraggio per affrontarlo. Io non ho mai avuto possibilità di incontrarli, ma lo farei se loro volessero. Sono un uomo diverso e maturato dopo tanti anni, con una storia personale, e una famiglia, e mi sento sereno di fronte a Dio.
Laddove la consapevolezza di se stessi rischia di venire completamente annientata da un contesto intollerante a fragilità e cedimenti, la parola diventa riappropriazione di ciò che si è ancora in tempo a essere: nomina sentimenti, definisce preferenze, esprime gusti, comunica affinità e diversità.
In linea con le considerazioni di Antonella Speciale sono i due contributi di Emanuele Verrocchi, che evidenziano la funzione del lavoro nel processo rieducativo dei detenuti e l’impulso che il sindacato può dare alla questione carceraria. Verrocchi – esponente di primo piano degli edili della provincia dell’Aquila – racconta di come, nel 2014, il suo sindacato abbia dato vita a un’esperienza assolutamente inedita nella storia della Cgil organizzando il proprio congresso in un carcere di Alta Sicurezza e avvalendosi del lavoro dei reclusi, i quali hanno provveduto all’ideazione dei gadget e al rinfresco per delegati e invitati. «Un Congresso sicuramente alternativo, non scontato, che ha guardato alla società più debole», «che ha voluto celebrare il lavoro, anche quello umile, che dà dignità e un senso alla vita». Per Verrocchi il lavoro resta lo strumento riabilitativo per eccellenza, il più valido ai fini dell’effettivo reinserimento della persona nel tessuto sociale.
Quando si spezza l’insidiosa, inevitabile identificazione tra detenuto e reato commesso, è allora che il percorso di rieducazione può dirsi riuscito, poiché è allora che il detenuto torna a vedersi persona, anzi non solo persona ma persona nuova.

Documento di testimonianza, narrazione introspettiva a più voci, Il futuro sarà di tutta l’umanità – da un verso del poeta brasiliano Oswald De Andrade – è un testo che sa tenersi distante sia dalla freddezza dei resoconti ufficiali sia da qualunque pietismo retorico, interessato unicamente a spostare il baricentro: dal carcere in sé a chi nel carcere esiste, vive e a chi il carcere spera di abbandonarlo da persona migliore.

È difficile associare i centri di detenzione a luoghi nei quali i diritti umani siano pienamente e sempre rispettati. […] Come non sottoscrivere le affermazioni di Antonella Speciale secondo cui una persona che si è macchiata di uno o più reati deve essere restituita, migliore e non peggiore, alla società?
Investire nei diritti umani è nellinteresse di tutti, di una sicurezza e di un benessere autentici che sono un diritto collettivo.
(Riccardo Noury)

 

Antonella Speciale opera all’interno degli istituti penali per minori e adulti di Catania e provincia, svolgendo laboratori di scrittura autobiografica e creativa. Oltre a occuparsi della questione carceraria, scrive poesia, critica letteraria e narrativa. È autrice di Destini dentro (Sensibili alle foglie, 2013).

Emanuele Verrocchi, sindacalista, dal novembre 2012 ricopre la carica di segretario generale della Fillea Cgil della provincia dell’Aquila. Si occupa di immigrazione e legalità.

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© Letteratitudine

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