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MIRACOLO A PIOMBINO di Gordiano Lupi (un estratto)

dicembre 16, 2015

Pubblichiamo un estratto del volume “MIRACOLO A PIOMBINO – Storia di Marco e di un gabbiano” di Gordiano Lupi (Historica)

13.

Marco tornava da scuola e aveva i suoi
compiti da terminare, poi i libri da leggere. La
passione della lettura gli era saltata sulle spalle
come un demone liberatore. Bisognava che
lo chiamassero tre volte a tavola perché si decidesse
a staccare gli occhi dal suo romanzo
d’amore o d’avventure. Viveva con i suoi eroi
e con la sua malinconia. Paura e tristezza, La
disavventura, L’antagonista, Fausto e Anna
erano i romanzi di lunghe giornate solitarie,
compagni di notti insonni, storie che uno
scrittore delle sue parti ambientava tra Cecina
e Volterra. Marco viveva le tristezze di quelle
pagine intense, sognava storie d’amore irreali,
a volte desiderava persino morire. Sì, morire.
Non è così strano pensare di uccidersi da
adolescenti, ché la morte sembra così lontana
e poi il coraggio non si trova mai. Marco di
notte nascondeva il capo sotto i cuscini, tratteneva
il fiato e pensava che prima o poi gli
sarebbero scoppiati i polmoni. Ma quando si
sentiva soffocare non aveva il coraggio e finiva
per riaprire la bocca e respirare.
Nella sua piccola città di provincia tutto
profumava di veleno. Marco non aveva opinioni
per cui battersi, partiti da seguire, idee
da difendere, ma gli avevano detto che in quel
mondo ristretto tutto veniva misurato secondo
il pensiero. Non solo, sembrava che potesse
far carriera soltanto chi apparteneva al partito
dominante, una congrega di affaristi, in fondo.
Non aveva importanza il nome. Marco sapeva
da suo padre che i componenti di quel partito
difendevano soltanto i colleghi, facevano
fronte comune tra loro, proteggevano i loro
interessi. Piccola città bastardo posto, cantava
Guccini. Marco ripeteva la strofa, nelle notti
insonni, vegliate al lume del rancore. Abitava
in un piccolo appartamento vicino al grande
stabilimento maleodorante, di notte la luna si
specchiava nel cielo rosso fuoco che dipingeva
un falso tramonto. Sognava di partire a bordo
d’un vascello fantasma, fra l’odore delle tamerici
marine e degli oleandri. Sognava d’andare
lontano, alla deriva del proprio futuro, cer-
cando nella morte verde del canale in tempesta
il colore del sole. Sognava di raggiungere la
fine del mondo. Sognava affacciato al davanzale
della sua casa industriale, circondata dal
profumo dei gerani che assorbivano fuliggine
e spolverino del povero quartiere operaio.
Fuori di casa una strada dove passavano poche
auto, in lontananza un grande parco di tigli e
acacie profumati a maggio, fioriti e odorosi.
Marco aveva i suoi libri, non tanto quelli di
scuola quanto quelli che si procurava, magari
in prestito alla biblioteca comunale, libri consigliati
da amici e dal professore di letteratura,
libri zeppi di poesie lacrimose, libri di storie
fantastiche e d’avventure. Pascoli, Corazzini,
Salgari, compagni della sua adolescenza,
ma anche Pasolini, letto di nascosto, per un
incomprensibile senso di colpa. Una lettura
scandalosa, dicevano gli adulti. Era il tempo in
cui tutto proibito, persino Diabolik e i fumetti
neri, persino il cinema dell’orrore. Proprio per
questo aveva un senso trasgredire. Leggere i
romanzi erotici di Moravia e di Erika Jong era
un’altra trasgressione. La vita interiore e Paura
di volare, ma anche Porci con le ali scritto
da finti adolescenti, visione cinematografica di
masturbazioni non soltanto cerebrali. Il pro-
fessore di letteratura gli aveva consigliato persino
Salò. Marco aveva ubbidito, come sempre,
ma era uscito dal cinema sconvolto. Non
era ancora pronto ad accettare l’esibizione
della morte. Preferiva il Pasolini che ricordava
Pascoli e De Amicis. Preferiva la dolcezza languida
di Accattone e Ragazzi di vita. Preferiva
la poesia sulla solitudine che una sera d’aprile
aveva ricopiato sul suo quaderno migliore, insieme
ai versi da non dimenticare.

(Riproduzione riservata)

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