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O SOLITUDE di Catherine Millot (un estratto)

dicembre 17, 2015

O solitudePubblichiamo le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

È in libreria la versione italiana di “O solitude” di Catherine Millot, libro edito in Francia da Gallimard in cui l’autrice insegna come uscire dalla depressione e vivere la solitudine come una risorsa.

Catherine Millot, scrittrice e psicoanalista, allieva di Jacques Lacan, ci racconta attraverso i suoi viaggi, i suoi amori infelici, il senso di abbandono, la tristezza della solitudine. Ma in questo romanzo gli incontri sembrano lenire questa angoscia.
Incontri importanti con i protagonisti del secolo passato: Proust, che legge e rilegge e definisce il romanzo sull’amore per eccellenza, Barthes che compara il linguaggio a un membro stanco del corpo umano, Hudson e la sua felicità nella solitudine della Pampa e nei giardini londinesi, Soseki che durante la malattia ritrova nel silenzio la sua creatività, Poe che indica una via per uscire dal maelstrom della depressione.

Traduzione a cura di: Lia Colucci, Georgia Jacob La Penna, Diego Mautino.

Il volume è realizzato in coedizione con le Edizioni Praxis del Campo lacaniano

* * *

Le prime pagine di O SOLITUDE di Catherine Millot (Iacobelli editore)

 

1.

La felice impazienza degli inizi. L’orizzonte è un cerchio perfetto,
il mare è deserto, vuoto come la pagina bianca che
mi aspetta, come i giorni a venire, con soltanto il sole e il
mare, e le isole. E il sole sorgerà sul mare, tramonterà sul mare.
Io potrò uscire la mattina sul ponte a guardarlo levarsi sino a
quando l’alba grigia diventi l’aurora rosa, e in seguito riaddormentarmi,
tutta avvolta dalla bellezza del giorno nascente. La felicità
si confonde con il mare e il sole e la scrittura che sarà, le
lunghe mattinate di scrittura, il tempo reso alla sua libertà. Appena
imbarcata a Napoli, l’altro ieri sera, ho sentito installarsi il
silenzio interiore della scrittura. Scrivere, è sempre riannodare
con il fondo, con il grande silenzio originario. Le frasi che già si
scrivono nella mia testa fanno silenzio, e nascono dal silenzio che
si fa. Questa mattina, il mare oleoso che si confonde all’orizzonte
con il cielo aggiunge la sua calma al silenzio.
La calma regna anche nel mio cuore da quando, ieri mattina,
ho fatto un sogno doloroso. I dolori antichi recuperano nel sogno
un’attualità che essi non hanno mai interamente perduta.
Avevamo lasciato Napoli verso mezzanotte, al suono dei
clacson e dei fuochi di artificio che festeggiavano la vittoria dell’Italia
contro l’Ucraina, tre a zero, nei quarti di finale della coppa
del mondo di calcio. È necessaria una notte di navigazione e una
buona parte del giorno successivo sino a Ustica, a nord della Si-
cilia. Risvegliata alle sette del mattino dai rumori delle attrezzature
che issavano le vele maestre, sudata, lo stomaco scombussolato
dal rollio, sono uscita per dare un’occhiata sul giorno già lì,
il sole già alto, poi sono ritornata a dormire per lenire il senso di
malessere di quella prima notte in barca.
Quel sonno mattutino fu turbato da un sogno che somigliava
vivamente a un incubo. Un viso appariva dietro un vetro. I
suoi tratti si precisavano, ed era proprio lui, senza alcun dubbio,
era mio padre. Ebbene, mi dicevo in sogno, egli è ritornato – perché
era un revenant, senza alcun dubbio. E tutto il dolore della
sua morte, che risaliva già a sette anni prima, si abbatteva su di
me. Un dolore totale, violento, la cui intensità si amplificava e
culminava in una sorta di assoluto. Una donna, una psicoanalista,
mi diceva, con l’aria di sapere tutto, che non era sorprendente
che avessi avuto questa visione, questa allucinazione di mio padre
morto dopo che… mentre… : c’era un vuoto, il seguito era censurato.
Mi sorpresi al risveglio di aver fatto questo sogno di dolore
e di lutto in un tale momento di disponibilità felice.
La sera prima, lasciando Napoli, avevo pensato a Ischia così
vicina, dove si svolge il romanzo di Pascal Quignard1, Villa Amalia.
Pensavo alla sua eroina solitaria che accede a una felicità inedita
in queste isole che ci rilegano a un’antichità profonda, la cui
esistenza si prolunga, grazie a loro, sino a noi. Leggendo questo
libro, qualche mese prima, mi ero sentita parente di quel personaggio.
Scrivere, questa volta, pensavo, sarebbe stato per dire a
mia volta la felicità di vivere sola, la preziosa libertà dello spirito
conquistata, lo spirito nudo e netto, che, nella sua vacuità serena,
si apre alla semplice presenza delle cose. Vivevo, in verità, senza
inquietudine, nell’allegrezza di essere diventata quasi trasparente,
come se la consistenza mentale, lo spessore psichico fosse fatto
di dolore, di tormenti o almeno di preoccupazioni.
Ora, la parola «redivivo» [revenant] mi evocava una serata da
amici, in cui Pascal Quignard era presente, e dove la conversazione
era scivolata su questo tema. Un ricordo mi era ritornato [revenu],
appunto, a tal riguardo, e lo avevo immediatamente reso
partecipe. Mio nonno m’aveva un giorno dichiarato, che se fosse
tornato a visitarmi dopo la sua morte, non avrei dovuto aver paura,
perché non mi avrebbe fatto alcun male. Retroattivamente,
questo proposito mi sembrava ben strano. Non l’avevo piuttosto
sognato? Ricordo o no, datavo quelle parole a partire dall’adolescenza
e non dubitavo del loro senso: era una dichiarazione d’amore,
un amore forte abbastanza perché la morte non potesse impedire
a mio nonno di ritornare verso di me, un amore abbastanza
scevro da ambivalenza perché fosse intimamente sicuro di risparmiarmi
l’amarezza dei morti nei confronti dei vivi e lo spirito di
vendetta che è spesso loro attribuito. Insomma, se c’era una cosa
di cui non avevo mai dubitato, era del suo amore. Ero certa che
non aveva a mio riguardo alcun sentimento negativo, che mi
amava senza retro pensieri e senza l’ombra di una critica, in qualche
modo, di un amore puro. E se ho qualche idea di un amore
che non sia solamente una devastazione, è a lui che lo devo.
Dell’amore di mio padre, in compenso, ero stata molto meno
rassicurata. L’ambivalenza non è di regola tra genitori e figli? Un
fondo di ostilità è senza dubbio inevitabile tra loro e, forse, necessario.
Il bambino demerita sempre un po’ in rapporto alle aspettative
di un padre o di una madre, senza contare la rivalità che raramente
fa difetto, come Freud da parte sua, aveva il coraggio di
riconoscerlo nei sogni che fece di suo figlio in guerra, nei quali sapeva
leggere i propri desideri di morte2 nei suoi riguardi. Con i
nonni, invece tutto è più tranquillo, una genuina accoglienza è
possibile nella sua semplicità, anche se l’amore non arriva sempre
all’appuntamento e dipende sempre dalla contingenza.
Questa disposizione fatta di accoglimento senza riserve, non
era d’altronde quella stessa che sentivo in me, in questo inizio di
crociera, come se provassi una specie d’amore per tutte le cose?
Musil non diceva che si poteva amare Dio, o che si poteva amare
il mondo e che, forse, anche, non si poteva amare che Dio o il
mondo? Che in ogni caso non era indispensabile amare qualcuno.
Orbene, ero in quel momento della mia vita dove l’amore degli
uomini mi aveva abbandonata. Avevo fatto, con il passare del
tempo, di questa solitudine una felicità dove il vasto mondo vi
serve da partner, dove ci si dimentica se stessi senza però perdersi,
perché era una vita su misura quella che mi ero fatta, una vita alla
mia portata, oso dire, a modo mio, a mio gusto.
In questa vita solitaria, mi estendevo a volontà come ci si stiracchia
le membra in un grande letto che si occupa tutto intero
con voluttà. Coltivavo volentieri il silenzio del mio appartamento
vuoto che la luce del mattino attraversava. Mi ci spostavo senza
rumore, alleggerendo i miei passi per non disturbarlo. Lo spazio
si allargava, mentre si assottigliava la mia presenza. I bordi dell’inesistenza
mi erano divenuti familiari e dolci. Di avervi come
eletto domicilio rendeva più intenso, perché più nudo, il piacere
di vivere, questo benessere fondamentale, incondizionato, che è
radicato, diceva Bachelard nel nostro essere più arcaico, e di cui
godevo ormai senza secondi fini.
Godevo anche di essere senza avvenire. La mia vita era davanti
a me come un orizzonte vuoto dove niente arrestava lo
sguardo. Ne provavo una singolare impressione di sollievo, d’evasione
e di assoluta libertà. A questa impressione contribuiva,
bisogna dirlo, la sensazione di leggerezza che mi dava il fatto di
aver consegnato, prima di partire per Napoli, le bozze del mio
ultimo libro. Il suo titolo vi aveva a che fare per qualche motivo?
Non ero lontana dal pensare, all’inizio di queste vacanze estive,
che anche la mia vita aveva raggiunto la sua domenica. Era forse
questa, la vita perfetta.

(Riproduzione riservata)

© Iacobelli editore

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Catherine Millot (nata nel 1944), scrittrice e psicoanalista francese, ha insegnato al dipartimento di Psicoanalisi dell’Università Paris 8. È autrice di numerose opere. Esordisce nel 1979 con “Freud antipedagogo”, Ed. Bibliothèque d’Ornicar, pubblicato in italiano, Emme Editori, Milano 1982. Ha pubblicato presso l’editore Gallimard: “La vocation de l’écrivain” (1991), “Gide Genet Mishima” (1996) [pubblicato in Italia nel 2003 da Edizioni Kami con il titolo Gide Genet Mishi ma, Intelligenza della perversione], “Abîmes ordinaires” (2001), “La vie parfaite” (2006) e “O Solitude” (2011).

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